Rileggendo la Gaudium et Spes

“Abita la terra e vivi con fede” (Sal 37)
Rileggiamo oggi la Gaudium et Spes

Convegno di Bergamo 2014 / Contributi


 

Rileggendo la “Gaudium et Spes” dopo alcuni anni, la prima cosa che mi ha sorpreso è stato lo sguardo laico con cui il Concilio analizza la condizione dell’uomo contemporaneo. Ho apprezzato anche l’umiltà con cui il Concilio ha inteso “cooperare nella ricerca di una soluzione dei problemi del nostro tempo” (n. 10), senza la pretesa di presentare risposte preconfezionate agli interrogativi più profondi dell’uomo.
Mi sono soffermato in modo particolare su alcuni temi che hanno interessato la mia vita negli ultimi 50 anni.

L a v o r o

La “Gaudium et spes”, parlando del lavoro, ha un riferimento alla fede, secondo la quale “l’uomo, offrendo a Dio il proprio lavoro, si associa all’opera redentiva di Cristo, il quale ha conferito al lavoro una elevatissima dignità, lavorando con le proprie mani a Nazareth” (n. 67). Questo mi ha fatto pensare naturalmente alla mia storia. Perché anch’io ho maturato la scelta di andare in fabbrica soprattutto partendo da considerazioni di fede. Le riflessioni teologiche e spirituali di Charles De Foucauld, di Réné Voillaume, di Paul Gauthier… sul lavoro di Gesù a Nazareth mi hanno accompagnato e sostenuto nella mia scelta e nella vita operaia.
La fabbrica poi è stata per me la grande scuola di laicità. Le motivazioni di fede non sono venute meno, anzi si sono approfondite e arricchite. Ma nel corso degli anni, nel contatto e nelle discussioni quotidiane con i compagni di lavoro, tra i quali i più impegnati sindacalmente e i più aperti alla solidarietà erano spesso i non credenti o non praticanti, ho imparato che la dignità umana, i diritti, la giustizia e la solidarietà sono valori assolutamente laici, comuni a tutti, indipendentemente dalle convinzioni politiche e dalla professione religiosa. Non esito a dire che questo è stato uno dei doni più preziosi che ho ricevuto in 30 anni di vita operaia.

G i u s t i z i a

La “Gaudium et Spes” elenca i principi che devono stare alla base della convivenza e su cui costruire una vera comunità umana: il bene comune, il rispetto della persona,
l’ uguaglianza di tutti gli uomini e le donne, la giustizia sociale…
Entrando in fabbrica non ci vuole molto a capire di essere entrati in una condizione di ingiustizia. La dipendenza di per se stessa va contro la dignità della persona.
L’operaio, per vivere, è costretto a vendere ciò che ha di più prezioso: la sua intelligenza, la sua libertà, le sue capacità, la sua creatività, la sua forza fisica….
Altri decidono per lui, che cosa, come, per chi produrre. In fonderia spesso si fondevano pezzi di metallo che non si sapeva neanche a che cosa servissero.
Un operaio collaudatore che, per controllare la quantità della produzione, teneva conto giornalmente dei motori che collaudava, si sentì rispondere dal direttore: “Tu sei pagato per collaudare i motori, non per contarli!”
Si capisce perché oggi preferiscono i robot!…
Ma oggi stanno facendo diventare “robot” gli stessi operai, con ritmi di lavoro insostenibili e condizioni di lavoro che rasentano l’assurdo… In certi lavori, specie nei grandi magazzini della distribuzione, l’operaio porta legato al braccio un contatore computerizzato che segna, minuto per minuto, la quantità della produzione.
E’ chiaro che senza lavoro non si è liberi. Come può essere libero un disoccupato o un lavoratore precario, che non può progettarsi un futuro?
Ma è altrettanto vero che il lavoro dipendente contiene in se stesso la negazione della libertà.
La militanza sindacale è stata nella mia esperienza un importante antidoto alla condizione di asservimento. Il confronto quotidiano con la realtà del territorio, con gli operai delle altre fabbriche, la messa in comune dei problemi, creava una coscienza collettiva che ci sosteneva nella fatica quotidiana e nella volontà di lottare per obiettivi comuni.
Il problema della giustizia, oggi più che mai, ha assunto una dimensione planetaria. Si è sempre cercato di dare alle lotte operaie un valore universale, che Sirio Politi ha espresso col motto “Chi lotta per una zolla di terra, lotta per tutta la terra”.
Ma la storia non ha seguito questo corso. E oggi domina un capitalismo globalizzato e spersonalizzato che semina morte, alienazione ed esclusione in tutto il mondo.
Abbiamo dovuto subire per decenni la favola della “mano invisibile del libero mercato” che avrebbe dovuto creare giustizia e uguaglianza in tutto il mondo. Ora sono gli stessi paladini di questa religione del mercato a decretarne il fallimento. La Banca Mondiale nel suo rapporto 2014 sullo sviluppo del mondo elenca i danni in cui siamo finiti: la disoccupazione crescente dovuta ai contraccolpi del mercato mondializzato; il surriscaldamento climatico; l’instabilità finanziaria e sociale dovuta alla concorrenza sfrenata; la criminalità dovuta alla povertà. Ammonisce quindi i poteri pubblici a tornare a svolgere un ruolo di guida, a governare l’economia e fornire sostegno alle persone vulnerabili. Anche il Fondo Monetario Internazionale sostiene che si deve adottare un sistema di tassazione più equo, con prelevamenti supplementari sui redditi più elevati.
Ha ragione quindi Papa Francesco a scrivere nella Evangelii Gaudium:
“Finchè non si risolveranno radicalmente i problemi dei poveri, rinunciando all’autonomia assoluta dei mercati e della speculazione finanziaria e aggredendo le cause strutturali della inequità, non si risolveranno i problemi del mondo e in definitiva nessun problema. L’inequità è la radice dei mali sociali” (“Evangelii Gaudium” n. 202).

P o v e r t à

La scelta operaia è stata una scelta di povertà. Abbiamo voluto condividere la condizione di dipendenza e spesso di oppressione, che è la condizione comune, nelle differenti forme e gradi di sofferenza, alla grande maggioranza dell’umanità. Abbiamo visto nella classe operaia il soggetto storico del cambiamento della società. La scelta operaia è stata una scelta di campo, è stata l’assunzione del punto di vista dei poveri, del comune destino dei poveri. Ciò ha cambiato definitivamente la nostra vita.
Giulio Girardi ha titolato un suo libro del 1994 “Gli esclusi costruiranno la nuova storia”, che mi sembra una parola profetica che affonda le radici nel messaggio della Bibbia, dove sono sempre i deboli, gli oppressi, gli umili “gli eletti” di cui Dio si serve per portare luce e salvezza a tutta l’umanità.
Papa Giovanni aveva lanciato, nel discorso di apertura del Concilio, il tema della povertà come tema teologico. La “Chiesa dei poveri” ha trovato una degna espressione nella “Lumen Gentium” (n. 8), che però è rimasta senza conseguenze operative, nonostante l’impegno del card. Lercaro, di Helder Camara e di un gruppo volenteroso di Vescovi e teologi.
Oggi papa Francesco ripropone il tema dei poveri e della povertà con la parola, con i gesti e con il suo stile di vita, non solo come tema centrale del suo pontificato, ma come parte essenziale dell’evangelizzazione e come esigenza sociale improrogabile.
Ci sono voluti alcuni decenni perché l’”urgenza” richiamata dal Card. Lercaro (ved. Intervento di Roberto nel convegno di “Noi siamo Chiesa” a Milano il 17 marzo 2007 – “Sulla Chiesa Povera” ed. Meridiana, p. 90) venga riproposta alla chiesa e al mondo.
Ma solo se tutta la Chiesa prenderà coscienza di questa urgenza e ne trarrà le conseguenze pratiche, potrà essere in grado di cooperare efficacemente alla ricerca di una soluzione ai problemi che travagliano l’umanità (cfr. Gaudium et Spes n. 10).

PIERO MONTECUCCO