Chiesa e storia 50 anni dopo la Gaudium et Spes

“Abita la terra e vivi con fede” (Sal 37)
Rileggiamo oggi la Gaudium et Spes

Convegno di Bergamo 2014 / Contributi


 

Nel prendere le distanze dalla Riforma, la chiesa cattolica ha accantonato le Scritture, dando inizio all’esilio della Parola. Nel reagire alla modernità, si è estraniata da quelle vicende che non era più lei a determinare, provocando l’esilio della storia.
Nasce così la figura di una chiesa raggomitolata su se stessa, in perenne stato d’assedio di fronte ad un mondo ritenuto ostile. La storia umana non era più interessante per la chiesa, se non per esprimere nei suoi confronti una condanna senza appello.
Da questo duplice esilio, il Vaticano II ha provato ad uscire, rimettendosi in religioso ascolto della Parola di Dio e riaprendo il dialogo con la storia contemporanea.
Quello che per alcuni doveva essere un veloce aggiornamento diventò una nuova Pentecoste. Il pianto del veggente di Patmos per l’impossibilità di aprire il Libro poteva cessare: i sigilli che impedivano la lettura sia del Libro delle Scritture che di quello della storia erano stati sciolti. La promessa che non ci sarebbe stato più pianto sembrava prossima a realizzarsi.
Noi, che abbiamo vissuto quella stagione, siamo usciti dalla cittadella assediata ed abbiamo iniziato a fare i conti con la storia, vissuta come una macchina “a trazione anteriore”, protesa verso un futuro liberato dal male.
Poi, però, qualcosa di quel motore si è inceppato. La parola di Dio è tornata ad essere rara, come ai tempi di Samuele, e la chiesa è stata gestita da Eli, il sacerdote dalla vista intorbidita, e dai suoi figli opportunisti. Quanto alla storia, le gioie e le speranza per il rinnovato incontro tra la pasta ed il lievito, si sono raffreddate in fretta, mentre si è intensificato il grido di Rachele ed il suo pianto inconsolabile. La passione per lo scenario “ultimo” della redenzione veniva sostituito dalla gestione ordinaria del “penultimo”. Alla fatica di scorgere i “segni dei tempi” si è preferito cedere al “tempo dei segni”, spettacolarizzando la fede, ricercando lo straordinario a scapito della storia ordinaria. La chiesa cattolica, come la moglie di Lot, ha ceduto alla tentazione di guardare indietro, spaventata da un futuro imprevedibile e piena di nostalgia per le sicurezze del passato.

 

Ma non era solo la chiesa cattolica a decretare un nuovo esilio “storico”, dopo la breve stagione del Concilio. La storia, alla quale aveva aperto le porte, non credeva più in se stessa. Le grandi narrazioni di senso, che intendevano leggere la storia, mostravano al mondo i spaventosi effetti collaterali di quell’operazione. Lo sguardo ideologico sembrava più abile a forzare la realtà che non a decifrarla. Così, per l’umanità post-moderna, la storia non è più abitata da un senso; ed il volergliene attribuire uno si rivela gesto titanico e omicida. Alla storia subentra la vita, dagli orizzonti ristretti; gli attimi irrelati di un’esperienza impossibilitata persino a divenire biografia.
Vita contro storia. Essere senza tempo. Rimane l’accelerazione moderna che dà forma ad esistenze vissute all’insegna della fretta. E quest’ultima non indica più il desiderio escatologico di giungere il prima possibile al mondo nuovo: è solo il girare a vuoto, senza storia, senz’altra direzione di quella indicata dalla tecnica. «Allo stesso modo di quelli che salgono attraverso un luogo sabbioso, anche se procedono a grandi passi, faticano senza risultato, perché il piede scivola sempre giù per la sabbia, così essi si muovono, ma il movimento non li fa progredire» (Gregorio di Nissa). Corriamo e rimaniamo fermi, privi di futuro, sedotti dalla tirannia dell’istante.
Come ripensare in questo nuovo contesto il rapporto dei credenti con la storia?
Partiamo da noi, riconoscendo che il sol dell’avvenire si è oscurato al nostro stesso sguardo, immersi nelle nebbie che ci avvolgono e nelle quali brancoliamo. La storia rimane un enigma: il suo procedere mai lineare, il suo volto insensato chiedono di essere riconosciuti come tali. Del resto, le Scritture non funzionano come “istruzioni per l’uso”. La Parola ispirata è ispiratrice: non detta le mosse da fare; suggerisce, piuttosto, orizzonti che lasciano all’intelligenza e all’immaginazione umana le opzioni di lettura e le scelte operative.
Da questa postura – che è, allo stesso tempo, esistenziale, spirituale, culturale e politica – non più “prometeica”, ma neppure “narcisistica”, si può ripensare un diverso legame tra fede e storia, che raccolga la sfida del presente.

Un ripensamento che ha alcuni punti di riferimento essenziali:
a) Contro la tentazione narcisistica di ricercare ovunque specchi di sé, il riferimento alla storia, per quanto enigmatica possa risultare, è necessario affinché la fede ebraico-cristiana non torni ad abitare il tempio, abbandonando il tempo. La storia, cioè, è necessaria per non tornare alla religione dell’anima, per non cadere nella “tentazione della vita interiore” (Simone Weil).
b) Nel medesimo tempo, vale anche l’equivalente: la fede è necessaria alla storia. Essa dispone di quel “collirio” (Ap 3,18) che permette di vedere meglio, con occhi penetranti, con senso critico. La fede abilita allo sguardo profetico.
c) La storia di cui abbiamo bisogno non andrà confusa con la cronaca. Lo spirito del tempo, per essere colto, necessita della giusta distanza (come il Barone rampante, di Italo Calvino). Inseguire l’attualità confonde; troppa luce acceca. Alla ricerca compulsiva dell’ultima notizia battuta dalle agenzie, andrà contrapposta la scelta di “stare” in determinate situazioni e da lì leggere le mutazioni antropologiche che esprimono lo spirito del tempo.
d) La storia, certo, è contingenza, ovvero – come osserva Giacomo Marramao – “un cum-tangere, congiuntura prodotta da una miscela propizia di fattori”, tra i quali l’agire umano ma non pensato come una creazione dal nulla. E’ “densità di intrecci irripetibili di paura e speranza, oppressione e libertà, esilio e redenzione”. E’ impossibile “neutralizzare l’attrito della finitudine e del limite ma si può declinarlo non più come mancanza bensì come apertura del ventaglio di possibilità che di volta in volta il Kairos dona alle generazioni… La scommessa consiste nel riuscire a tenere insieme il limite e la tensione dell’oltre, la sobrietà e la speranza, l’apertura messianica all’evento con il moderno disincanto”.
Nella fatica di leggere il discorso sgrammaticato della storia, la Scrittura invita a leggere più a fondo, suggerisce aperture, mosse opportune e tempi propizi (appunto, Kairos), socchiude altri orizzonti…

 

Con queste avvertenze, a mio giudizio si può tentare di leggere il tempo che ci è dato di vivere. E, magari, dopo un primo bilancio, provare a riscrivere la Gaudium et Spes, se non interamente almeno il Proemio (chi sono, ora, “gli uomini d’oggi, i poveri soprattutto”?), l’Esposizione introduttiva (“scrutare i segni dei tempi, interpretarli alla luce del Vangelo, così che, in un modo adatto a ciascuna generazione, [la chiesa] possa rispondere ai perenni interrogativi degli uomini sul senso della vita presente e futura e sul loro reciproco rapporto. Bisogna infatti conoscere e comprendere il mondo in cui viviamo nonché le sue attese, le sue aspirazioni e la sua indole spesso drammatiche”. A partire da questa preoccupazione, la GS inizia a “delineare alcune caratteristiche più rilevanti del mondo contemporaneo”, che vanno ripensate per il nostro presente) e la descrizione del mondo del lavoro (Parte prima, capitolo 3: L’attività umana nell’universo; Parte seconda, capitolo 3: Vita economico-sociale).

 

ANGELO REGINATO