Contro i guardoni

Ci scrivono


 

Lettera aperta alla redazione della rivista Pretioperai


Cari amici della redazione,
scrivendo questa lettera, anche come contributo per i prossimi temi di riflessione, dico prima la felicità per il recente incontro di Salsomaggiore. A Roma (vedi Repubblica del 3 maggio) anche con il luccichio degli occhi di Paperon de’ Paperoni al trillo del contatore di cassa, si organizza il passaggio di duecento milioni di pellegrini per il duemila; a Salsomaggiore, altri, stanno due giorni a parlare di resistenza politica ed evangelica…
Di altro si vuol parlare qui, insieme periferico e centrale. Mi pare che “non abbiamo parlato bene” di due amici. Ad un compagno che non sta bene e si trova in una casa di riposo abbiamo mandato una lettera con qualche frase scherzosa da seminario, pensandola adatta al suo carattere. Ma Mario Colnaghi, in realtà, è un fratello delle grandi figure di Mistero Buffo di Fo. La sua risata non viene dal depresso umorismo clericale ma da anni e anni di fabbrica ed è uno sberleffo a tutti i poteri.

Un ricordo avvelenato

Per Manuel Gaspar, prete operaio portoghese deceduto, abbiamo fatto qualcosa di apparentemente più alto. Manuel, prima di morire, ha compiuto un gesto assurdo, pensando la sua morte e indicando ai vivi come ricordarlo. È assurdo non come due più due uguale cinque, ma perché questo linguaggio è il bordo esterno della Gloria, Dio visto di spalle della fine dei cap. 33 di Esodo; il rovescio quindi del senso, inutilizzabile. Invece noi l’abbiamo rivoltato inserendolo di forza all’interno di una specie di comunismo cristiano, dove le spoglie del compagno morto sono usate come concime per la Causa.
Chi scrive non rifiuta questo ricordo perché si mette al posto di altre persone ma, egoisticamente, perché un piccolo demone gli suggerisce che anche lui entrerà a suo tempo nel tritacarne del ricordo diventando o residuo o concime.
Ma allora il ricordo avvelenato sarebbe rifiutato perché il futuro defunto pensa che la sua vita non avrà dei ricordi alla sua altezza? Nemmeno questo. Ogni 25 aprile ricorda che solo la differenza tra carnefici e vittime crea una diversità del ricordo, perché questo non è una bella nebbia di pietà che copre insieme Erode e i bambini. Per il resto, anche la morte di un insetto o un qualsiasi pollo macellato tra i milioni di animali macellati, merita un arresto del pensiero. E senza dubbio il morto qualsiasi che intralcia il traffico con il suo funerale di quarta serie o uno qualsiasi, a caso, di quelli gettati in questi tempi nelle fosse comuni meritano il folgorante inizio della Passione di Matteo di Bach o l’aria n. 47 Erbarme dich, molto più che i morti eccellenti con i loro funerali firmati.
Ma allora come ricordare? E chi lo saprebbe? Questa lettera viene da un disagio, da un senso di oscurità per una nostra inadeguatezza, ma non perché (nel supermercato di quelle che già ci sono a migliaia) ci mancherebbe, che so, qualche ‘teologia della morte’.
Sembra che anche noi siamo al centro di un malinteso non di parole o di idee ma di eventi ed esistenze. Della società civile e religiosa dove viviamo condividiamo non tanto il caos, che è il nome di una origine che, nella sua oscurità e sovrabbondanza, crea continuamente vite e linguaggi. Piuttosto condividiamo disordine. È un disordine politico ma così profondo che non si scorge quasi più la differenza tra dominatori e dominati, tra potere e consenso.
Oggi conosciamo le misure di Claudia Schiffer e i problemi alla tiroide di Baggio ma non comprendiamo il senso di una frase come questa: ‘i mercati stanno valutando la situazione italiana…’, pur sapendo che è minacciosa. Rodotà nel suo libro Tecnologie e diritti (Mulino) indicava i pericoli di una violazione ormai totale della privacy dei cittadini; e Jünger già molto tempo fa li indicava nel suo libro Il trattato del ribelle (Adelphi). Nello stesso tempo, chi conosce le strategie del mercato finanziario ed economico? Gli studiosi ammettono che nemmeno i governi sanno questo.
Nella società cristiana si conoscono i nomi delle suore polacche adibite al papa ma non la funzione del Vaticano nel caso della maxitangente Enimont o sullo scandalo dei farmaci e ancora prima, sulla vicenda Calvi. Si conoscono tutte le grida e i sospiri, del tutto televisivi, del papa sulla Bosnia. Non si sa niente e niente si dice sul fatto che, primo fra tutti – pare – il Vaticano ha riconosciuto come indipendenti delle repubbliche ex iugoslave, assieme agli altri governi europei, per puro spirito di “bottega”, buttando benzina sul fuoco.
Come si vede un uso perverso di luce e buio. Sull’uomo si sa tutto. E anima e corpo, naturalmente. Anche l’al di là è chiaro: c’è l’inferno ma sembra vuoto, sebbene le ultime notizie (Repubblica, 11 maggio ‘95) lo diano anche abitato, perché “solo i cristiani si salvano”. Il paradiso c’è. Ci si andrà anche con il gatto (Zarri) e si mangeranno tortellini (card. Biffi). Anche con i mezzi moderni (computer, macchine di memoria ecc.) le parrocchie e la chiesa continuano in quella politica del ‘sapere tutto’ e ‘mostrare tutto’ che De Certeau (Fabula Mistica – Mulino, pag. 134) dà per iniziata nel Medioevo. Mentre si dispiegano queste luci di controllo sociale e di scena, nessuna luce sul fatto che l’aborto clandestino, a milioni, presente prima della legge 194 era sconosciuto alla Chiesa e noto solo al movimento delle donne. Ancora buio sulle responsabilità della Chiesa sulla crisi italiana, per aver bloccato il voto di milioni di persone su un partito. Ricordando quello che dice Bonhoeffer sulla stupidità (Resistenza e resa, pag. 64) non vale anche per la Chiesa il detto che ‘la madre degli sciocchi è sempre incinta’?
Questo il disordine. Dove ci deve essere buio, imperversa la luce che fruga e mostra. Dove ci deve essere la luce che fa capire, che mostra e verifica, buio e tenebre. Il ricordo dei morti avviene al centro di questo disordine. ‘Affidiamo la sua anima a Dio…’ ‘Ci ritroveremo…’ ecc.: questi sono i modi di dire nei quali incartiamo i morti. Modi di dire più duri dello zinco e del legno e che, per colmo di disprezzo per i morti, chiamiamo metafore.
Di dove verrà questo disordine, questo uso perverso della luce e delle tenebre? Di luce e tenebre l’uomo ha bisogno per corrispondere con la realtà, che è insieme luce e tenebre. Qui la luce, usata come violazione di Dio e uomo, esibiti come cose, somma la sua negatività a quella del buio di chi, sempre per violentare, ha bisogno di oscurità. Quanto lontane nel tempo e profonde, nell’abitudine e nell’inconscio di chi comanda e obbedisce, siano le radici di questo disordine non è facile dire. Come si è detto, per De Certeau si risale molto in su. Qui, per semplice apertura di riflessioni ulteriori, si tentano due ipotesi.


1) Testimoni curiosi

Questa prima lettura è per così dire sociologica. La classe dirigente nella Chiesa non porta direttamente sulle sue spalle (Mt. 23, 4) i pesi della vita quotidiana, individuale e sociale. Della politica non conosce né la positività della discussione, del contrasto e del loro comporsi; e nemmeno i limiti. Nella politica, grande o piccola che sia, non c’è parola sulle realtà ultime che sono sì i novissimi, ma quelli presenti ora, nella insondabilità delle coscienze e nel fondo del sé, anarchico allo sguardo sociale. È perché è povera di vita reale e del buio positivo che l’avvolge, che questa classe vuol portare le sue luci artificiali, ultraterrene? È come una insofferenza del buio che la porta ad abrogare i confini della politica, la quale seppellisce sì i morti, perché non ritornino, non perché sappia dove sono.
Viceversa poi accade che questa stessa classe dirigente, classe di educatori sempre chini sulla moralità altrui, si nega le condizioni di libertà tali per cui le sia possibile qualche esperienza religiosa nella quale sia il mondano che l’ecclesiastico si interrompono con tutte le loro categorie ed eventi e si mostra vana ogni domanda di notizie sull’al di là. Giovanni della Croce (Notte oscura, Opere, ed. Paoline, pag. 416) parla dei momenti quando tramontano ‘maestri e dottrine’.
In questa ipotesi di ‘cattiva politica’ e ‘cattiva religione’ per mancanza di esperienze dirette di questi campi, si attuerebbe un nascondere se stessi togliendo il proprio potere alla verifica e l’esibizione di Dio come feticcio politico visibile, proprio il contrario di un agire politico che esige il massimo del verificabile nell’esercizio di diritti e doveri, ma toglierebbe dal controllo sociale la Tenebra del sé e dell’Intorno. Senza di questo imperversa il Dio-feticcio che guarda; e nasce tutta la chiacchera funebre. La teologia si accoda così alle pompe funebri di cui il prete è cappellano, proprio come è cappellano militare nelle guerre e nelle esecuzioni capitali. Qui la teologia è servile proprio perché, come manca il problema della guerra e della pena di morte, così manca – nel senso che lo sfugge, come giustamente fa la politica – la serietà del nome stesso ‘morte’ come nome da interrogare (come fanno i mistici) molto prima di risultare morti a qualche gruppo sociale.
La morte teologica è invece la vernice religiosa della morte industriale, un pezzo di scena come i funerali nei film western. Come si vede in questa prima ipotesi, è in questione il potente sguardo del Testimone. Presente in tutte le dittature, il vangelo (Mt. 23,15) ne denuncia la mobilità, la storia della morale cattolica ne documenta il suo desiderio di trasparenza, di insofferenza per soggettività, gruppi sociali e civiltà che siano così dense da resistere allo sguardo. Incapace di vero movimento, prima ancora di partire, nel suo immaginario, il testimone ha sciolto l’alterità dell’altro. Dall’esterno si crea la coscienza retta del cristiano. Tutto per lo sguardo del testimone è ‘selvaggio’, materia pura di evangelizzazione. Così può disporre i vivi e i morti nei suoi palazzi immaginari (vedi Dussel, L’occultamento dell’altro, Piccola Editrice).
Qualcuno dei quindici lettori di questa lettera sentirà come esagerate queste lamentele sulla chiacchiera funebre. È vero, la si sopporta poco come i profumi dei fiori, ma in mezz’ora è tutto finito… E poi la “nostra gente semplice” ha bisogno di tutti questi problemi da intellettuali? Appunto, come se il trattamento dei morti non nascondesse un modo profondo di trattare i vivi. Disporre in un certo modo la morte degli altri è un modo per disporre in un certo modo dei vivi.
Già parlare di gente semplice indica il disprezzo. La gente non è ‘gente’ e non è ‘semplice’. La gente è una alterità della quale nessuno sguardo può disporre come fosse una casa vuota. Se spesso il suo inconscio cristiano è un disordine pauroso, il prete che, come intellettuale, ha contribuito, anche con il suo disordine, a costruirlo, metta ordine in casa sua e non si inventi una delle mille mansioni pratiche, utili, redditizie per lui e per la gente e che nascondono spesso un vuoto di fondamenti teologici.
Trattare male i morti è questione di potere sui vivi. I padri stessi sono incerti fino all’irresponsabilità. Da un lato mostrano (discorso del papa citato, Repubblica 11 maggio ‘95) dei criteri chiari di un agire qui, in questa vita, tale da coinvolgere destini eterni; poi scrivono poesie, si impicciano di calcio ecc., in modo da far credere che sia possibile che Dio tenga conto, per un destino eterno, di errori su campi così incerti e opinabili.


2) L’idolo che guarda

Anche qui come per la prima ipotesi, si procede per tentativi incerti, a chiarire le radici del disordine luce-tenebre. Più radicalmente ancora, è forse una concezione di Dio (piantata all’interno dell’io) come luce e onnipotenza assoluta che fonda lo sguardo totale dei salvatori? Essendo luce assoluta e insieme onnipotenza che può tutto, anche l’assurdo, essa genererebbe sia l’uso totale della luce che l’uso discrezionale del buio, del non far sapere. Così nasce questo Idolo potente che dispone in luce assoluta le sue creature e insieme nel buio più assoluto. Il tema predestinazione caro a molti padri della Chiesa mostra questo Idolo. Anche una lettura distaccata mostra l’angoscia che ancora possono generare queste pagine, così da invocare qualche psichiatria storica che releghi fuori della teologia quell’idea e la rimandi a qualche biografia sfortunata, che però ha voluto farsi autobiografia e teologia per tutti.
Ma l’Idolo rimane, anche nelle teologie e nei catechismi scritti o inconsci. Ivan Karamazov (I fratelli Karamazov, Garzanti, vol. I, pag. 261) ha indicato la ribellione alla promessa più bella dell’Idolo che fa, di tutto, un concime per l’armonia universale. Kafka (Il processo, Il castello) ha mostrato come in un insieme di seduzione e persecuzione agisca il Dio che perverte l’uso della tenebra e della luce. Il libro di Giobbe mostrerebbe in forma pura la risposta a questo Dio, purché lo si tolga, nei suoi esiti, alla ‘armonia universale’ e lo si mostri come l’omaggio a due Incomprensioni reciproche, di pari valore.
Ma al di là della letteratura la storia mostra la violenza di questo Idolo. Luce totale per mesi e mesi è la tortura di molti regimi di oppressione (i francesi in Algeria) o dei regimi carcerari dove vige l’occhio televisivo totale. Perversione della luce e delle tenebre sono poi alla base di tutte le ‘droghe’ civili e religiose per inviare le persone – trasformate in ‘gente’, ‘popoli’ ecc. – verso le Cause. Anche se il Dio che guarda-e-non-è-guardato non fondasse nessun potere politico, sarebbe un problema per la società cristiana? Talvolta c’è da dubitarne, dato che sia i pastori che le pecore sembrano portati via, in un gioco di disobbedirsi a vicenda, verso mete cristiano-civili molto concrete, dove l’ipotesi di Dio che guarda o non guarda ecc. non interessa nessuno, pare.
Questa stessa lettera, faticosa anche per chi scrive, sa di essere inadeguata non solo nel mostrare la possibilità di una qualche verità delle due ipotesi ma anche nel comunicare il disagio di cui si parlava, che risulterà assente dal testo… Forse un chiarirsi delle cose si avrà leggendo quelle che possono essere tracce di lavoro ulteriore?


“Nelle stalle e nei focolari”

Primo. Al
di là di una presa intellettuale è necessario, pare, pena una degradazione di sé0, un coinvolgimento esistenziale in quello che S. Weil indicava come ascolto della sventura in sé e negli altri. La persona che diventa pura cosa nel gioco delle forze. Possiamo esercitare un atteggiamento di vomito, di rifiuto profondo di un’altra cosa, ma che è la Cosa-Idolo prima indicata? Nei profeti questo esercizio di vomito era un riflesso normale. Noi non siamo profeti e questo atteggiamento non ha per motore un giudizio sull’istituzione, sui suoi modi ecc. Riguarda strati profondi di noi, cioè la “trave” più che la “pagliuzza” degli altri.
Bisogna che accettiamo il rifiuto, il vomito per qualcosa che c’è in noi. M. Duras (Occhi blu, capelli neri, Feltrinelli, pag. 121) così fa parlare una donna ad un uomo che l’ha costretta ad essere guardata per due mesi: «’Voi vorreste disporre dell’idea di Dio come fareste di una merce, riversarla dappertutto, chiassosa e stantia, come se Dio avesse bisogno dei vostri servigi’. Lui non risponde. È un uomo che non risponde. Lei continua: ‘Quando piangete, piangete perché non potete rubare Dio e dispensarlo’».

Secondo. Situarsi e fermarsi in un luogo dove non risulti solo uno slogan la pagina “senza Dio davanti a Dio” di Bonhoeffer (Resistenza e Resa, pag. 440). Il Dio onnipotente e onnivedente è morto (Eckart, Giovanni della Croce, Notte oscura, citata). È morto in Cristo crocifisso come condannato comune, non come Grande Oggetto Religioso mostrato dalla Chiesa per farsi adorare come la Bestia (S. Weil, pag. 182 del Quaderno IV, anche a pag. 148, 164).

Terzo. L’unico “Dio” visibile è il crocifisso qualsiasi (Mt. 25, 31) che ci lega alla responsabilità verso l’altro, ma senza mercede, senza sapere se la nostra azione è buona. Qui si taglia sia la possibilità dello sguardo totale sull’altro, sia le fantasie teologiche sull’al di là come riscontro dell’azione buona. (Mt. 6, 5).

Quarto. L’etica e la politica senza religione (vedi Flores d’Arcais, Etica senza fede, Einaudi). Evidenti invece i rapporti tra religioni e violenza politica e tra le teologie dell’al di là e l’etica cristiana fondata sui meriti calcolabili già in questa vita. Costruzione del Purgatorio: vedi De Certeau, Il parlare angelico, ed. Olschki, pag. 15; Le Goff, Nascita del Purgatorio, ed. Einaudi.

Quinto. L’etica cristiana che lavora per modelli e spazi cristiani (scuola, valori, modelli…) mostra in azione i sette vizi spirituali (Notte oscura, pag. 358 ss.).

Sesto. La società cristiana come organizzazione parapolitica assolutizza modelli di dogmatica e di organizzazione gerarchica di gruppo, ma per le grandi masse non prevede come suo fine anche il prodursi dell’esperienza spirituale. Questa è lasciata alle anime belle che possono ‘scegliere’. L’esperienza religiosa è spesso alternativa alla vita comune delle masse. Esige luoghi e scelte speciali.

Settimo. Necessità invece di riordinare in modo nuovo le due esperienze che qui si chiamano ‘religiosa’ e ‘politica’, che non sono né alternative né parallele, ma che convivono nella vita dei singoli. Ad esse, che non esistono già belle e pronte in qualche luogo, appartengono eventi, linguaggi, categorie del tutto incommensurabili l’una all’altra.

Ottavo. Luce e tenebre, nascita e morte, io e non io, azione e passione ecc., hanno un senso nell’azione politica e nella vita quotidiana, dove rigido deve essere il disporsi di diritti e di doveri e dell’azione etica che deve portare giustizia. Qui l’unico Dio è l’altro e la legge che sempre persegue una migliore giustizia. L’etica qui interrompe tutte le religioni affamate del Dio come Cosa.

Nono. Ma la vita quotidiana è a sua volta interrotta da un’esperienza religiosa (anche se può apparire come non religiosa) dove altri eventi si presentano con altri linguaggi. Qui si possono rovesciare le categorie precedenti e le stesse forme minimali di preghiera (dare del tu ad un Tu), o di liturgia, si sciolgono. ‘Dio’ e ‘io’ sono vesti lasciate dal ragazzo che fugge in Mc. 14,51. Qui muore la preghiera politica e il suo Dio come supporter di azioni politiche, Idolo potente che guarda.

Decimo. Politica e mistica per tutti, senza legarle alla discrezionalità delle vocazioni, delle scelte e dei santuari, sono due totalità che non si sommano e che insieme frenano l’espandersi dell’una sull’altra. La politica lascia, nella mistica, il soggetto e il suo Dio nelle tenebre dell’uno e dell’altro, nella sospensione dei linguaggi, comprese le chiacchiere dei funerali. La mistica lascia alla politica linguaggi da chiarire sempre più, tenebre da eliminare sempre più in sé e nei rapporti tra i diritti e i doveri. Toglie anche tutte quelle nebbie religiose di copertura ad azioni sostanzialmente violente. Come si diceva, il Crocifisso è il crocifisso e basta. L’unica morte da pensare qui è la morte data, come un problema dell’etica, il resto è industria dei morti, che è un modo con il quale i vivi affrontano la loro vita, non un problema che informi sul destino dei morti.

Undicesimo. Il nome ‘morte’, per il resto, sarebbe interrogato non specchiandosi nello specchio dei morti, dove la morte sarebbe un fatto generale nel quale il singolo rientrerebbe come un caso. Lo specchio è vuoto: solo adorando (S. Weil, Quaderno IV, pag. 164) la bestia sociale e la Chiesa, lo si riempie di modelli in cui guardarsi. In questo caso, se la politica tiene conto di tradizioni e le innova, la mistica che vive anch’essa di tradizioni, in certo senso, come fa di tutte le forme, le brucia, così che la morte più e molto prima di un fatto è una necessità nella mistica. Muore Dio e anche il soggetto (v. M. Eckart, Il Natale dell’animo, pag. 87, La Locusta). Questo omaggio agli eventi come singolarità assoluta, che fondono le stesse categorie più fondamentali – finito e infinito, perché il dirsi del soggetto è il dirsi di Dio, (v. Hadewijch, Lettere, ed. Paoline pag. 138 e Vannini, Esperienza dello Spirito, ed. Augustinus, pag.35, citazioni dal De Trinitate di Agostino.) – indicano forse anche come dei viventi si devono trattare e parlarsi.

Dodicesimo. Infatti se questo noi siamo – incrocio di politica e di mistica, di eventi e linguaggi incommensurabili e fuori da ogni armonizzazione che li distenderebbe in uno stesso piano a seconda di preferenze o mode – è evidente che, molto prima di essere uno di noi morto, dobbiamo trattarci come morti. Infatti nessuno arriva così totalmente nella piazza del sociale e del politico che si possa seriamente chiedere dov’è andato, quando risulta assente a qualche anagrafe, per quanto amichevole essa sia.
E così per i linguaggi. Se l’autismo è una patologia in politica e i muti devono parlare, dobbiamo aspettarci che qualcuno, da quell’incrocio di eventi non sociali che lo hanno colpito, se ne venga a noi con dei linguaggi che nel loro disordine mostrano la traccia di un Assente / Presente. Cioè si “straparla” tra noi molto prima che paralisi, malattie e agonie ci tolgano al linguaggio. La vera politica nello stra-parlare riconosce la traccia dell’ Extra che non le appartiene e la vera mistica lascia che la politica tolga via tutti gli extra dai suoi linguaggi.

Tredicesimo. ‘Stalle e focolari più che chiese’ dice Eckart (vedi Vannini citato, pag. 16 nota 5). Cercando di vivere e pensare sempre sporchi di fabbrica, di condominio e quartiere, non potremmo vedere concretamente come l’esperienza religiosa (altissima, alta, bassa… quella che deve accadere) possa accadere nella vita qualsiasi? Non è un invito al profano, perché sacro e profano non sono scaffali separati di roba diversa, ma accadono, come mostra il vangelo nell’incrociarsi di tutte le dimensioni. Qui si parla di ‘stalle e focolari’ nel senso di lasciar perdere tutti i lacci e lacciuoli ecclesiastici, ecclesiali, quel parlar sempre di missioni, stati di vita, scelte, voti, di morale. Le persone vivono con un miliardesimo della libertà di scelta che abbiamo avuto noi e con la libertà che abbiamo. La vita qualsiasi è un insieme di scelta, destino casualità ed è nel destino che appare il Tu (Bonhoeffer, Resistenza e resa, pag. 289). Qui stanno le notti oscure e le possibili aurore di cui parlano i mistici, che devono apparire nel ‘mercato’ della parrocchia assieme a tutti gli altri vini da cantina e non essere i vini da gran riserva per le anime belle.
E i sacramenti? Certamente, ma soprattutto quelli per gli adulti, qualche messa e qualche preghiera. Quello che accadrà è mostrato come possibile nei testi della samaritana e di Nicodemo ma i suoi modi e figure saranno assenti agli occhi del pastore.

Quattordicesimo. E la Resurrezione? Certo, ma non è un fenomeno di sopravvivenza. Re-surrezione vuol dire come uno che si alza di nuovo. Una metafora. Ma la metafora non è la cassa da morto dove pompe funebri e i loro cappellani ‘finiscono’ il funerale e il morto, ma è un punto dal quale partono altri eventi e altri linguaggi. Né spiritualismo (scelte, conventi…) né materialismo (Vaticano, otto per mille…), ma Spirito come Carne e viceversa.

Quindicesimo. Politica e mistica si incrociano in una felice composizione? Tutt’altro. Questo è un testo per continuare a pensare ben oltre, contro e al di là di questa lettera. Viene dal Quaderno IV di S. Weil (Adelphi, pag. 172):

Questo desiderio è dunque certo della sua realizzazione. Esso è già realizzato. È una fame che è già saziata, che Lo sarà sempre, e tuttavia grida perpetuamente nell’anima come se non potesse mai esserlo. È un grido a vuoto, un’invocazione eternamente senza risposta. Questa invocazione è precisamente la lode della gloria di Dio. Le nostre grida d’angoscia Lo lodano.
Il Cristo sulla croce dice: «Mio Dio, perché mi hai abbandonato?». È questa la lode perfetta della gloria di Dio. Gridare così durante il nostro breve e interminabile, interminabile e breve soggiorno quaggiù, poi sparire nel nulla – questo è sufficiente: cosa chiedere di più?
Se Dio accorda di più, è affar suo: noi lo sapremo più tardi. Io preferisco supporre che anche nel caso migliore Egli non accordi che questo. Perché in questo è la pienezza della soddisfazione: se solo, da ora fino all’istante della morte, potesse non esserci altra parola nella mia anima che questo grido ininterrotto nel silenzio eterno.

Roberto Berton