Chiesa e nuova evangelizzazione

Il vangelo nel tempo


 

Convegno… chiese venete… nuova evangelizzazione.
Forse la ricerca di nuove idee, nuove strategie, di un metodo pastorale aggiornato ed efficiente?
È un tema per professionisti, di chi vive di queste cose?
Ho un timore: il convegno potrebbe esaurirsi in un rilancio di una immagine di chiesa, nel mostrare che ci siamo, che facciamo ancora tante cose, che meritiamo il riconoscimento di essere utili alla società oggi, che “questa chiesa serve”.


ATTENDO…



che ci mettiamo in discussione come chiese

che confessiamo il nostro peccato davanti all’uomo e alla donna che manifestano il bisogno di trovare senso e parole essenziali per la vita e la nostra non risposta

che riconosciamo di essere esistenze parallele rispetto al quotidiano dell’uomo perché continuiamo a gestire orari, programmi, strutture, linguaggi, riti “nostri” senza un riferimento alla vita di tutti

che abbandoniamo atteggiamenti di polemica contro il generico materialismo ed egoismo della gente per capire quanto noi siamo veicolo del consumismo con la nostra predicazione e le nostre scelte di organizzazione

che non si stilino nuovi programmi, nuovi piani pastorali, nuovi aggiustamenti; chissà se in questa occasione si lascerà cadere la centralità delle chiese per riscoprire la centralità del Cristo che vive nella Parola, nella carne dell’uomo/donna, nei segni dei tempi…

che si ridia fiato alla ricerca di Dio, al senso del vivere e del morire abbandonando risposte prefabbricate e accettando i sentieri dell’inquietudine, della verità, della paziente formazione alla scuola della vita

che le chiese siano non il setaccio che scarta esperienze buone da altre, persone brave da altre, cristiani di serie A da altri, ma siano casa aperta, luogo di incontro, coagulo di voci diverse

che si vinca la paura dei “diversi” per cultura, per scelte ideologiche, che si abbandoni la pretesa di omologare tutti, che si ritrovi il gusto
dell’ascoltare/accogliere favorendo un pluralismo che sa valorizzare
l’apporto di tutti e di ciascuno

che perdano spessore i problemi organizzativi/funzionali che riducono le chiese ad agenzie di servizi e prenda fiato un reale incontro di persone che vivono situazioni diverse e sanno confrontarsi. perché hanno a cuore che la vita sia dignitosa e piena, che la terra sia abitabile, che il lavoro sia…

che con più coraggio si percorra la strada del ‘farsi prossimo’, della condivisione, dell’essere sale e lievito, della compagnia.

 

COSA MI STA A CUORE



C’è una domanda nell’evangelo che è rimasta sospesa e affidata alla responsabilità dei discepoli del Signore Gesù:
«Il Figlio dell’uomo, quando tornerà, troverà fede sulla terra?».

Anche nel nostro territorio la fede sta diventando insignificante per la vita di molte persone. Anche se talvolta non manca una certa presenza a cerimonie religiose, nella vita di tutti i giorni si rileva che la fede è uno dei tanti messaggi che arrivano e neppure uno dei più significativi.
Perché?
Abbiamo ridotto la fede a catechismo, a corso per fidanzati, a qualche aggiornamento biblico.
Diventa sempre più urgente vivere il comando: “Non nominare Dio invano”, cioè non ridurre Dio a nostro monopolio, nostro possesso, a qualcosa che noi abbiamo e offriamo.
Ma a far spazio al mistero, al silenzio, all’ascolto restando dentro la complessità della vita; imparare ad adorare Dio “in spirito e verità”, al di là / al di fuori dei templi, dei luoghi abituali del culto; andare oltre la pratica religiosa per aprire itinerari di fede.

Si tratta di raccogliere l’indicazione conciliare della frattura tra fede e vita, ma anche di andare oltre: non conciliamo l’impossibile quasi che la vita sia una cosa, la fede un’altra e tra loro l’impossibile ponte. È nella carne dell’uomo, nella vita quotidiana che Dio si è fatto carne: si tratta di educarci a cogliere dentro la parte del tessuto quotidiano la presenza del gratuito, del dato per noi, della silenziosa compagnia dell’Emmanuele.
Questa priorità data alla fede consente di mettere in circolo situazioni e persone che vivono negli ambienti più disparati: una stessa fede ispira modalità di presenze diverse, bisognose tra di loro di un confronto e di essere raccontate.

Emergerà dal convegno che le chiese, comunità del Signore morto e risorto, a questo devono tendere: diventare incontro di racconti, di vissuti, pezzi di un mosaico che va facendosi ma il cui disegno non ci appartiene?
Che non è possibile alcuna evangelizzazione se essa non nasce dall’accettare come chiese di venire continuamente evangelizzati dall’unico Maestro?
Che sentiero da percorrere può essere la parola del salmo: “Abita la terra e vivi con fede”?

Gianpietro Zago