Etica 1987 / per una formazione permanente della memoria

Etica



1.

È successo qualcosa di molto importante negli ultimi mesi della nostra storia, anche se ha avuto solo il tempo di essere citato rapidamente nella cronaca: attorno alla metà di febbraio delle donne palestinesi hanno fatto sapere al mondo di avere inoltrato all’autorità religiosa la richiesta di poter mangiare la carne dei loro morti-uccisi, per non morire di fame. L’autorità religiosa ha dato il suo assenso.
L’importanza del fatto è di due ordini:
a) dice il grado di disperazione programmata di cui è capace la diplomazia internazionale anche sulle sponde del «civile» Mediterraneo. La storia non è nuova. Anni diversi, stessa logica, in stretta continuità. Non c’è giornale o TV che non abbia parlato di Beirut e dei suoi massacri. Il commento più verosimile oggi, davanti a un telegiornale che ne parla ancora: «ma esiste ancora qualcosa-qualcuno laggiù?» Come dire: «dovrebbe almeno essere finito». Il messaggio delle donne — lanciato mentre a un’ora di distanza dei camion carichi di viveri di soccorso non venivano lasciati passare, e i «cecchini» uccidevano i bambini che andavano a raccogliere ciuffi d’erba e una madre si dava fuoco con i quattro figli per non morir di fame — propone una soluzione ancor più radicale: «stiamo programmando di far scomparire anche i nostri morti, via via che ci uccidete, secondo l’andamento delle vostre trattative; non avrete più da mandarci aiuti, ci manteniamo in vita autoalimentandoci, fino a che si può; vi risolviamo anche i problemi morali, verifichiamo noi, non preoccupatevi, è una questione interna; abbiamo capito di essere superflui, forse abbiamo sbagliato mondo, per eliminarci senza troppi rimorsi vi diamo anche la scusa di essere non solo terroristi, ma anche antropofagi».
Come ricorda F. Gentiloni (Il Manifesto, 14/2/1987), ci si era abituati a pensare che questa «ironia» appartenesse alla letteratura. Il Conte Ugolino dell’Inferno di Dante. Là era esteticamente gestibile, e i commenti eruditi che l’accompagnavano ne inquadravano il messaggio, dandogli il «vero senso».
Ma quando non si tratta di letteratura? e il «senso vero» non deve venire da esperti eruditi, ma è proclamato, prosaicamente, da donne che negli ultimi anni,
al di là della guerra, erano riuscite, con la loro fedeltà alla vita e alla intelligenza della speranza, a garantire ai loro bambini una speranza di vita paragonabile alla nostra?
b) L’assenso dell’autorità religiosa locale è uno dei punti più alti del discorso etico contemporaneo. Dichiara la falsità, e perciò la fine, delle leggi positive, per ricordare la priorità inderogabile della vita, che giudica tutto il resto. Lascia per noi, osservatori, l’orrore misto di rimorso, per scoprire la terribile tenerezza e la capacità di verità di cui è fatta la vita delle donne e dei bambini scelti come ostaggi-vittime-merce di scambio dai cultori delle leggi positive che obbediscono con zelo ai dettami della diplomazia politica, economica, religiosa. Era di quelle parti, camminava per quelle terre, un uomo che, tempo fa, aveva proposto un capovolgimento di sguardo molto vicino a quello proposto dalle donne: «Chi scandalizza uno solo di questi piccoli, è meglio per lui se si pone una macina al collo e si getta in mare…», e aveva dichiarato trafficanti e ipocriti le autorità civili e religiose che preferivano la legge alla vita.

2.

È stato pubblicato un libro che parla di un Paese e di una storia che confinano con la non-esistenza: la Cambogia di Pol-Pot, i suoi massacri, la diplomazia che ci sta intorno, gli Stati Uniti, il Vietnam. Ne parla una bambina – ora ragazza – sopravvissuta – ora adottata in Francia. «il racconto di Peuw la bambina cambogiana» (Einaudi, 1986). E’ importante leggerlo, perché quelle storie sono successe ieri, perché i rappresentanti di quel regime, per ragioni di equilibri internazionali, sono ancora «accreditati» alle Nazioni Unite, e il diario della bambina è come una guida a ritrovare dietro gli eventi politici storie di gente: tanta, che ha come unico destino quello di essere uccisa, in massa, per farci accorgere che possiamo vivere, fare sanità, programmare futuro, senza neppure ricordarcene, senza riuscire a farla vivere almeno nella memoria. Forse qualcuno ricorderà la vecchia proposta di mettere tra le materie principali da studiare, nella scuola e ancor di più nella formazione permanente, il nursing della memoria. Il tema continua ad essere attuale. Per approfondirlo, e per accorgersi che per questa memoria e questo rischio di ambiguità totale del nostro essere uomini si gioca il nostro quotidiano, vale forse la pena di leggere almeno due altri libri: «Sommersi e salvati» di Primo Levi, (Einaudi, 1986) sulla memoria dei campi di concentramento, e «Parlare di Dio a partire dalla sofferenza dell’innocente» di Gutierrez (Ed. Queriniana, 1986), sulla intollerabilità del vivere dell’uomo che non sia capace di immaginare la trasformazione del mondo; e di vedere almeno un film, «La storia ufficiale», sulla dittatura militare argentina, che documenta il filo continuo che esiste tra il silenzio sulle donne-bambini palestinesi, la dimenticanza applicata alle Cambogie di Asia e Africa, la negazione dell’evidenza che impone nella «storia ufficiale» quando sono toccati gli interessi riconosciuti dalle autorità «legittimamente» costituite. Quando la «storia ufficiale» avveniva, il mondo seguiva trepidamente il campionato del mondo che si giuocava a Buenos Aires: l’Argentina era considerata un Paese ordinato.

3. Notizie di cronaca

È stato scoperto un traffico di bambini guatemalteci destinati ad essere donatori di organi (reni, cornea…) per bambini europei e statunitensi. Il sospetto è venuto dal fatto che i prezzi di mercato dei bambini disponibili erano più alti di quelli che si potevano attendere dal solito mercato delle adozioni.
«I bambini venivano comprati per 250 quetzalés (circa 100 dollari) a madri nubili, quando spesso erano ancora incinte (una delle case era attrezzata in tal senso con una sala parto). Oppure venivano sequestrati. E’ il caso di Zoila Marina Perez, derubata della piccola Celia di tre mesi nella capitale e ritrovata successivamente nella casa della Rosal de Gama. Venivano “rimessi in carne” in case apposite. Per ciascuna creatura venivano pagati all’estero dai 20 ai 30 mila dollari. La copertura veniva assicurata da pseudo organismi di adozione e da una rete di avvocati e legali».
In quale pubblicazione scientifica sui trapianti comparirà il dato sulla resa di questi trapianti «elettivi», con organi molto ben conservati, opportunamente mappati per markers di compatibilità? Vale la pena anche qui di ricordare che il fatto è nuovo solo per la sua «forma». La sostanza ha radici lontane. Il traffico di sangue dai Paesi più affamati verso quelli sazi, di cibo e di tecnologia, è una vecchia storia. Uscita dalla letteratura della denuncia, ed entrata in quella scientifica soprattutto attraverso quello strano indicatore di cultura ed etica che è l’AIDS.
«Pensate al livello organizzativo, professionale, scientifico e imprenditoriale, che questa moderna barbarie esige. Esportare, selezionare, conservare, trapiantare organi umani, non è un’impresa rozza come un traffico di mano d’opera clandestina o di film pornografici sia pure cruenti, o un giro di prostituzione infantile negli scantinati dell’UNICEF, e neppure un contrabbando di diamanti o di armi o di droga. No, sarà indispensabile personale altamente specializzato, una rete di complicità non solo materiali ma culturali, una ricerca di mercato tra le più sofisticate, intere strutture sanitarie disponibili e altamente attrezzate nelle più civili metropoli del pianeta.
«Forse è solo un inizio, un affare ancora sperimentale, ma di sicuro avvenire. C’è un uso razionalmente razziale, ma banalmente razzista, di quella sottospecie umana che sono i poveri (al mondo sviluppato non servono più schiavi interni, che sono anzi ingombranti, se non muoiono per inedia o sterminio possono ben servire a pezzi come donatori).
«C’è un imperialismo sommerso, planetario, che cerca nuove strade, non quelle banali e obsolete dell’United Fruit: una cornea vale più di una banana…» (L. Pintor)

4. Cronache scientifiche

“Nel 1985-86 c’è stato un eccesso di 140.000 morti di bambini di età inferiore ai 5 anni in Angola e Mozambico. Dal 1975, fine della loro storia coloniale sotto i Portoghesi, questi due Paesi avevano impostato politiche sanitarie centrate sulla medicina di base, prevenzione, immunizzazione, salute materno-infantile, accessibilità ad acqua potabile, miglioramento nutrizionale. Dopo soli 5 anni, la speranza di vita era migliorata (41 anni in Angola, 45 in Mozambico!), e la mortalità sotto i 5 anni era diminuita (260-270 per 1000!). Se si fosse mantenuto il ritmo di sviluppo in questo settore, si sarebbe ora verosimilmente agli stessi livelli di Paesi come la Tanzania (185 per 1000). La situazione di aggressione militare ed economica guidata dal SudAfrica ha fatto sì che l’evoluzione fosse diversa, con tassi di mortalità rispettivamente di 325 (Angola) e 370 per 1000 (Mozambico). Alla base di questa evoluzione stanno, oltre ai danni diretti della guerra, le sue conseguenze indirette sulla nutrizione, il finanziamento dei posti di salute, la loro distruzione mirata da parte degli attacchi guidati dai Sud-Africani… Fino al 50% del bilancio deve essere speso per impegni bellici…” (Lancet, 7 febbraio 1987, p. 339).

“Nell’Africa Sud-Sahariana la situazione dello sviluppo sta peggiorando. Secondo i rapporti della Banca Mondiale la produzione di cibo è cresciuta dal 1961 al 1984 del 15% in Asia e in America Latina, è diminuita del 25% in questa parte del mondo.
Un indicatore sanitario parimenti deprimente è la salute della madre al parto. Muoiono di parto in Africa 6,4 donne per 1000, 4,2 in Asia, 2,7 in America Latina, 0,1 in Europa.
Rapporti più dettagliati da regioni rurali dell’Africa Occidentale danno dati di mortalità del 24 per 1000 morti da gravidanza-parto che ricordano da vicino la realtà dell’Inghilterra rurale del 1500-1700. I dati sono concordi nel documentare la stretta correlazione tra dati sanitari e grado di alfabetizzazione…” (Lancet, Editoriale, 31 gennaio 1987, p. 2553

Post-fazione

Il testo originale di questa Etica era in prima bozza, quando Primo Levi si è suicidato. Essendo lui stato, come pochi altri, il segno di confine tra il nostro essere «sommersi» o «salvati» dal rischio di essere «immorali per dimenticanza», si è pensato utile riproporre un ricordo un poco più lungo. Con parole sue. E di amici.

“…si affaccia all’età adulta una generazione scettica, priva non di ideali ma di certezze, anzi, diffidente delle gravi verità rivelate: disposta invece ad accettare le verità piccole, mutevoli di mese in mese sull’onda convulsa delle mode culturali, pilotate o selvagge. Per noi parlare con i giovani è sempre più difficile. Lo percepiamo come un dovere e insieme come un rischio: il rischio di apparire anacronistici, di non essere ascoltati. Dobbiamo essere ascoltati: al di sopra delle nostre esperienze individuali siamo stati collettivamente testimoni di un evento fondamentale inaspettato, fondamentale appunto perché inaspettato, non previsto da nessuno. E’ avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo il nocciolo di quanto abbiamo da dire.
“Quello che ogni anno si chiede agli ebrei riuniti per celebrare il sèder (la cena pasquale durante la quale si legge e si commenta la vicenda passata) è di riflettere fino ad un immedesimarsi, fino a sentire su di sé il peso di quella schiavitù, fino a far sì che ognuno si senta come se egli stesso fosse uscito dall’Egitto. E la cantilena di domande che i più piccoli fanno ai grandi sul perché si festeggia, su cosa si ricorda, su perché la gioia non può essere piena se il proprio nemico cade, accompagna simboli commestibili: l’erba amara come la schiavitù, il pane azzimo con l’impasto di frutta denso come l’impasto di mattoni dell’Egitto. E, dall’inizio alla fine della narrazione, un concetto centrale da tramandare, il più importante: ricordare per essere liberi.
“Non ho tendenza a perdonare, non ho mai perdonato nessuno dei nostri nemici di allora, né mi sento di perdonare i loro imitatori in Algeria, in Vietnam, in Unione Sovietica, in Cile, in Argentina, in Cambogia, in Sud-Africa, perché non conosco atti umani che possono cancellare una colpa; chiedo giustizia, ma non sono capace, personalmente, di fare a pugni né di rendere il colpo”.

«I sommersi e i salvati» si apre con quattro versi di Coleridge (La ballata del vecchio marinaio):

“da ora in poi inaspettata,
quell’agonia ritorna:
e finché quest’agghiacciante storia non è detta
m’arde dentro il cuore”.

Continuiamo a dirla, questa storia, ricordando.

Gianni Tognoni



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