«L’essenza di rose dell’Amore divino»

Questo testo è preso dall’ultimo capitolo dell’ultimo libro di Luigi Sandri di oltre 1000 pagine1. Un capitolo che apre al futuro. Luigi sarà tra noi al prossimo convegno di Bergamo. Ci aiuta ad avere uno sguardo prospettico nella riflessione che vogliamo fare, ricordando la Costituzione sulla Chiesa Lumen Gentium.

 

Una traversata di duemila anni di storia della Chiesa e delle Chiese – una storia inscindibilmente intrec­ciata con quella del mondo e, in particolare, per molti secoli, con quella dell’Europa e del Mediterraneo -non è certamente esaustiva, se vista, come abbiamo cerca­to di fare, solo mediante il prisma dei Concili; e, tuttavia, la nostra convinzione era, ed è, che attraverso la storia dei Concili, situati nel contesto della Iorio epoca e nel clima cul­turale, geopolitico ed ecclesiale allora dominante, si possa avere un’idea essenziale di un percorso che, partendo da Gerusalemme, verso l’anno 48 dopo Cristo, e attraverso le successive tappe che abbiamo descritto, ci introduce nel ventunesimo secolo. Insomma, i Concili – ecumenici o ge­nerali che fossero – come pietre miliari che, di tappa in tap­pa, hanno segnato la direzione del cammino, naturalmente gravato da esitazioni, contrasti, scorciatoie, ritorni indie­tro, balzi in avanti, ripensamenti, speranze, dissensi e con­sensi.

Ci siamo soffermati a ogni tappa; ma un poco più a lun­go sulla tridentina e sulle due vaticane, perché più incom­benti sul presente. Alla domanda: «È l’ora di Vaticano III?» abbiamo annotato il no secco di alcuni, le esitazioni di al­tri, il tiepido sì di altri, e l’entusiastica adesione di altri ancora. D’altronde, il Concilio non è il fine della Chiesa cattolica romana, ma un mezzo importante, anzi – riteniamo – spesso dirimente per meglio essere fedele alla sua missione di annunciare il Vangelo di Gesù. Il desiderato Concilio non sarebbe ecumenico, ma generale della Chiesa romana, e cioè un’Assemblea delimitata ma decisiva per un globale esame di coscienza ad intra, il momento di approvare riforme indilazionabili, lo scatto per favorire, poi un Concilio autenticamente universale di tutte le Chiese che, insieme, demolissero i muri di separazione che anco-ra le dividono e, riconciliate nelle loro diversità, si impegnassero, senza rivendicazioni di primogeniture, per la vita del mondo. Insomma, Concilio per meglio essere Chiesa-per-gli altri.

Un sogno romantico, questo? Un’utopia che mai si con­cretizzerà? Vi è chi lo pensa, e sono tanti e tante. Ma noi ci ostiniamo ad avere speranza. Infatti, malgrado un inverno crudo che sembra non finire mai, guardando con attenzio­ne le Chiese a livello globale ci sembra di scorgere inces­santi segni di primavera. In questi decenni orfani di Conci­lio – ma con l’eredità di quelli celebrati lungo due millen­ni, e in particolare del Vaticano II – è cresciuta, almeno nelle discepole e nei discepoli di Gesù più avvertiti e pen­sosi, una sofferta convinzione: «Così non si può andare avanti, sarebbe un tradimento del messaggio del rabbi di Nazaret». E quella «impossibilità» è la consapevolezza che le Chiese non hanno più motivi per trascinarsi rivalità mil­lenarie e divisioni laceranti, sorte per motivazioni forse (forse) comprensibili, seppur non giustificabili, in tempi lontani, ma oggi inammissibili, quando si misurino con il metro del Vangelo, e con quanto sapientemente ricono­sciuto dagli apostoli e dagli anziani nell’archetipo Conci­lio di Gerusalemme che, ai fratelli di Antiochia, Siria e Cilicia, scrivevano:

«È parso bene allo Spirito santo e a noi, di non impor-vi alcun altro obbligo al di fuori delle cose necessarie» [Atti 15,28].

L’ammissione, in questi ultimi anni, che le contrapposi­zioni tra latini e bizantini da una parte, e armeni, siri e cop­ti dall’altra, sulla definizione del mistero di Cristo stabilita dal Concilio di Calcedonia, erano legate a pressioni politi­che e a differenze filosofiche e culturali, ma che in fondo le due Parti affermavano la stessa fede, dovrebbe pur far ri­flettere; e così l’accordo del 1999 tra luterani e cattolici ro­mani su punti fondamentali della giustificazione, il tema che dal Cinquecento in poi aveva radicalmente contrappo­sto gli eredi della Riforma e quelli del Tridentino. Adesso, tolti di mezzo i pretesti e gli alibi, e diradate le nebbie dei sofismi, l’orizzonte è limpido, la posta in gioco chiara: a di­videre le Chiese è il problema del potere, e una sua soluzio­ne sarà l’articolo stantis aut cadentis Concili? [«L’articolo sul quale il Concilio sta o cade»]. A unirle, se ci riusciranno, sarà la scelta di farsi samaritane dei derelitti e la grazia di dire Dio di Gesù con parole e gesti capaci di testimoniarLo in un mondo disincantato e – ma non senza vastissime aree di indomita religiosità – soprattutto nel Nord secolarizzato, post-cristiano e post-moderno.

Certo, le asperità, le arroganze, le insidie e le smemoratezze sono quasi soverchianti. Eppure, sotto una spessa la­stra di ghiaccio è rimasto vivo il seme di quel frumento che, finalmente maturo, sarà pane del Concilio per tutti i cristia­ni. Anche se oggi come oggi appare un’ipotesi quasi surrea­le, giorno verrà che in San Pietro o in un’altra geografica­mente lontanissima basilica, oppure in una grande tenda, o su una nave, benedetti dal Successore del Successore, rulle­ranno tamburi africani, arpe birmane suoneranno, tanghi ar­gentini e sambe brasiliane danzeranno per il Concilio romano; e, poi, non sappiamo se nella Città Santa o altrove, si alzerà la sinfonia solenne e gioiosa dei molti canti e delle mille voci del Concilio autenticamente universale, il Gerusalemme II. E sarà preludio per più alti incontri con il popolo d’Israele, con i se­guaci delle religioni non cristiane, con l’agorà delle donne e degli uomini di buona volontà impegnati a dire e a fare giusti­zia, pace e amorosa cura del creato. È vero che, con i tempi che corrono, si fatica a essere ottimisti; ma vi sono fondati motivi che questa grande visione irrompa infine sull’aspra realpolitik, la scompagini, e renda possibile una sglaciazione che oggi ci sembra un sogno. Del resto, solo con bellissimi sogni e grandi visioni si può intraprendere il cammino per cambiare lo status quo, e avviarsi lieti verso l’ignoto, abban­donandosi fiduciosi alla Brezza divina.

Mi piace sintetizzare il senso di questa ricerca con alcune citazioni: seppure chi le disse non pensava assoluta-mente a un Concilio, le raccomanderei alle «madri» e ai «padri» delle future Assemblee. Il Magnificat di Maria di Nazaret:

«Il Signore […] ha spiegato la potenza del suo braccio / ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni / ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati / ha rimandato i ricchi a mani vuote» [Luca 1,51-53].

E poi:

«Dio è più grande del nostro cuore, e conosce ogni cosa […] Chi non ama, non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore» [I Lettera di Giovanni 3,20; 4,8]. «E Gesù disse alla samaritana: “Credimi, donna, è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adore­ranno il Padre in spirito e verità”» [Giovanni, 4,21-23].

Rivolto alla Chiesa romana – ma idealmente a ogni altra Chiesa – padre David Maria Turoldo in una sua poesia si domandava:

«Io voglio sapere / se Cristo è veramente risorto / se la Chiesa ha mai creduto che sia veramente risorto. / Per­ché allora è una potenza, schiava come ogni potenza? / Perché non batter le strade come una follia di sole, a dire: Cristo è risorto, è risorto? Perché non si libera dalla ragione e non rinuncia alle ricchezze per questa sola ricchezza di gioia? / […] Mia Chiesa amata e infe­dele, mia amarezza di ogni domenica, Chiesa che vorrei impazzita di gioia perché è veramente risorto» [David Maria Turoldo, «Mio prefazio a Pasqua», in Il sesto angelo, Mon­dadori, Milano 1976, p. 387s.].

Infine, una preghiera di Abu al-Fadl Aliami [+ 1602], pen­satore dell’India, mistico sufi:

«Signore / un giorno visito la chiesa, un altro giorno la moschea; / ma da un tempio all’altro soltanto Te io cer­co. / Per i Tuoi discepoli non c’è eresia, non c’è ortodos­sia; / tutti possono vedere la Tua verità senza veli. / Che l’eretico insista con la sua eresia, e l’ortodosso con la sua ortodossia. / Il Tuo fedele è venditore di profumi: ha bisogno dell’essenza di rose dell’Amore divino» [Salmi sufi, Icone, Roma 2004, p. 84].

Luigi Sandri

1 L. Sandri, Dal Gerusalemme I al Vaticano III, Il Margine Trento 2014.