Sogno o son desto?

Quale Chiesa / verso il convegno 2015


La possibilità di sognare aiuta a vivere, aiuta soprattutto a vivere nella Chiesa. Cerco perciò di esprimere quali sono i miei sogni a riguardo della Chiesa.

Non ho la pretesa di emulare il card. Martini.

Ma sono confortato dal fatto che, per sognare una “chiesa altra”, non si devono fare grandi sforzi di fantasia. Basta richiamare qualcosa del Vangelo di Gesù, qualcosa del Concilio Vaticano II°, qualche esperienza di fede vissuta, non ultima la nostra di preti operai.

 

Anzitutto SOGNO UNA CHIESA POPOLO.

E’ stata una vera rivoluzione quella dei vescovi conciliari, i quali, scrivendo la “Lumen gentium”, hanno anteposto il capitolo “Il popolo di Dio” a quello sulla “Costituzione gerarchica della Chiesa”.

Rivoluzione solo verbale, purtroppo, perché la piramide gerarchica si è ricostituita appena chiuso il Concilio.

Credo che davvero, come dice Serena Noceti, “il principio dinamico generatore e propulsore della Chiesa non è il principio di autorità di alcuni, ma l’annuncio del Vangelo, che ci vede tutti soggetti”.

E Josè M. Castillo scrive che “il fatto grave che si è verificato nella comunità dei credenti è stato l’aver spinto ai margini il Vangelo come forma di vita e principio organizzativo della Chiesa e l’aver potenziato il sacro, i riti, i templi, i sacerdoti, fino ad arrivare alla situazione attuale, in cui la Chiesa è più un’istituzione religiosa che evangelica” ( su ADISTA n. 36 / 2014 ).

Sogno una Chiesa costituita da tante piccole comunità locali fondate sulla fede in Gesù e sull’ascolto della Parola, in cui i ministri, donne e uomini, siano scelti e proposti democraticamente da ciascuna comunità, senza essere sradicati dal popolo e senza imposizione del celibato, e che vivano nella propria famiglia e del proprio lavoro. Perché, come ha scritto Rosario Ginè su “Mosaico di Pace”,

un ministero che ha la certezza del sostentamento assicurato, senza condividere la fatica del lavoro, la condizione di ingiustizia e la ricerca delle vie per essere liberi insieme, rischia di perdere, e spesso perde, il diritto di parola, perde la parola e, con la parola, rischia di perdere il carisma della profezia”.

Sogno una Chiesa che viva inserita nella società civile, condividendone la vita e i problemi, collaborando attivamente con donne e uomini di buona volontà nella promozione della giustizia e della solidarietà, a partire dai bisogni degli ultimi.

 

Sogno UNA CHIESA POVERA.

La povertà globale in rapida crescita, anche nel nostro mondo sviluppato, rappresenta una crisi non solo economico-finanziaria, ma anche culturale ed etica, una crisi di sistema che esige cambiamenti radicali ed alternativi.

Non ha senso una Chiesa che viva fuori o al di sopra o addirittura collusa con questa realtà di capitalismo selvaggio senza regole, che mette in gioco la stessa persona umana come soggetto di diritti e come essere relazionale.

E’ una esigenza umana, prima ancora che evangelica, che la Chiesa si spogli del suo fardello di potere e di ricchezza, per fare propria la condizione dei poveri e degli oppressi, per reclamare e lottare con loro per la giustizia e la dignità.

Sogno una Chiesa che abbandoni ogni potere mondano, che si liberi del Vaticano, delle Nunziature Apostoliche, dei concordati e dell’8 X mille, anche in coerenza con quanto è scritto nella “Gaudium et spes”: (la Chiesa) “rinunzierà all’esercizio di certi diritti legittimamente acquisiti, ove constatasse che il loro uso potesse far dubitare della sincerità della sua testimonianza” (“Gaudium et Spes” n.76 comma 7).

 

Sogno UNA CHIESA PLURALE,

che si ritrovi unita su poche cose essenziali: la fede in Gesù, la centralità della Parola, alcuni principi etici da condividere con le diverse fedi e culture dell’umanità, la Cena del Signore come segno di unità nelle diversità, il comandamento dell’amore. Tutto il resto, le espressioni della fede, i modi delle celebrazioni, le forme dell’esercizio della fraternità, sia lasciato alla libertà delle comunità locali, alle diverse Confessioni cristiane, alle comunità di base. Condizioni fondamentali: il riconoscimento reciproco, l’amore vicendevole e il dialogo, sistematico e costante, sulla fedeltà ai fondamenti e sullo scambio delle esperienze. Il dialogo dovrebbe essere un atteggiamento costitutivo della Chiesa, non solo al suo interno, ma anche con le comunità delle altre fedi, con chi si professa non credente e con le diverse componenti della società civile. Lo spirito del dialogo sia quello consigliato dall’apostolo Pietro:

Siate pronti a rendere ragione della speranza che è in voi, ma fatelo con dolcezza, con rispetto e con la coscienza pulita” ( 1 Pietro 3, 15 ).

 

Sogno infine UNA CHIESA ACCOGLIENTE.

Uso con perplessità questo termine perché mi fa pensare alla relazione di chi sta in alto verso chi sta in basso. E non è questa l’idea di Chiesa che io sogno.

Ma penso soprattutto ai temi caldi trattati nel Sinodo dei Vescovi, dove si parla appunto di accoglienza dei divorziati risposati e delle persone omosessuali.

E penso all’atteggiamento di Gesù verso tutte le persone sofferenti per essere disprezzate dall’opinione pubblica, escluse dalla convivenza civile, condannate dalla morale religiosa. Gesù le ha accolte incondizionatamente, si è messo dalla loro parte e ha manifestato loro la misericordia di Dio.

Vorrei che la Chiesa si comportasse così, senza imporre percorsi penitenziali a chi ha già sofferto tanto per gestire il fallimento del proprio matrimonio o per essere stato emarginato, disprezzato e forse perseguitato a causa della propria identità sessuale.

Sognare è facile e non costa nulla, ma affinchè il sogno non sia campato in aria e destinato a rimanere una pia illusione, deve avere un minimo aggancio con la realtà, e l’aggancio che mi ha consentito di esprimere questi sogni si chiama Papa Francesco. Chiudo perciò con le sue parole, in cui auspica che la Chiesa sia

una fraternità mistica, contemplativa,
che sa scoprire Dio in ogni essere umano,
che sa sopportare le molestie del vivere insieme
aggrappandosi all’amore di Dio,
che sa aprire il cuore all’amore divino
per cercare la felicità degli altri
come la cerca il loro Padre buono”
(“Evangelii gaudium” n. 92).

Piero Montecucco