“Sentinella, quanto resta della notte?” (Is.21,11)

Quale Chiesa / verso il convegno 2015


 

Mario Signorelli, ci ha accolto nel suo Eremo con un calore particolare. Ha guardato i nostri volti segnati dal tempo e dalle tempeste della vita; anche la nostra carne ne è stata segnata. Gli è uscita una parola di tenerezza: “Ci troviamo ormai tra…vecchietti…” comunque mai tra combattenti e reduci inchiodati ad una memoria di passato nostalgica. S. Paolo ci dice: “il tempo si è fatto breve… ognuno viva come se non… (1° Cor. 7, 29/31). E’ vero: il tempo breve ci costringe a rassettare le nostre vite, cogliendo la “precarietà” che risulta esperienza di tanti nostri compagni di cammino, ma anche di tanti giovani nei vari settori del vivere: dal lavoro, alla salute, alla vita affettiva, ai sogni e speranze… Mi disturba la posizione di Paolo “…come se non…”. Se può esser vero il distacco da “come eravamo” perché legato ad un tempo, ad una storia; tuttavia sento che la vita è ancora legata a una fedeltà non solo al Vangelo di Gesù, ma anche al popolo a cui apparteniamo ed ai poveri di oggi.

Non abbiamo molte risposte e nemmeno tante energie da spendere nel servizio e nell’amore, ma stiamo donando… la nostra morte. Un dono straordinario e prezioso per la vita delle nuove generazioni. Nella cultura moderna, la morte è un tabù, viene esorcizzata e nascosta o ci si ferma alla melanconia della memoria. Penso, invece, che la morte sia veramente il dono più grande che possiamo offrire ai nostri amici.

Il filosofo francese Deridda parla del dono della morte, non solo perché si lascia lo spazio a un’altra generazione evitando la congestione e il soffocamento della vita e della storia. Afferma che solo l’accoglienza della morte dona il vero senso del vivere, crea la nostra identità più profonda, apre il cammino al senso di come stare a questo mondo. La teologia biblica già nel libro della Genesi afferma che il peccato di origine ha generato la morte per il genere umano. Secondo Deridda, sembra che sia esattamente l’opposto: è la non accoglienza della morte che genera il peccato. Pensiamo di essere onnipotenti, al centro dell’universo, il nostro ego non pone limiti, dobbiamo possedere e controllare tutto. “Vogliamo essere come Dio”… e ci poniamo fuori dalla relazione.

Mi ha colpito in tutta la sua debolezza e commozione la figura del vecchio Simeone presentata nel Vangelo di Luca ( 2,27) . Simeone tiene in braccio il Bambino di Maria e prorompe in un canto che è lode e profezia allo stesso tempo. Non è un cantico di addio alla vita, ma nel lasciarla consegna il dono che tiene tra le braccia come promessa di futuro, di pienezza di vita per i poveri, di sogno di Dio per l’umanità. Non lo consegna a Maria che pur sarà partecipe del dramma, ma alla storia e al popolo con tutte le sue contraddizioni come segno della fedeltà e dell’amore di Dio.

La sua morte non è il grande nulla, ma lo stare davanti alla sorgente; il suo consegnarsi è sì uno svuotarsi del sé ma per donare vita entrando nella nuova dimensione. Unica maniera di far crescere la vita è quella di donarla svuotandosi del sé.

E’ la kenosis di Cristo ( Fil. 2,6/11). Come compagno di viaggio è arrivato fino a questo gesto supremo. Lo Spirito, come vento, agita la polvere e crea altre forme, e la goccia perviene all’oceano.

La morte tocca anche la Trinità non solo sulla croce di Gesù. La Kenosis sembra un processo trinitario: tutto quello che ha il Padre viene riversato sul Figlio; e tutto quello che è del Padre e del Figlio viene donato allo Spirito Santo per la vita del mondo. In questo svuotamento siamo dentro anche noi eppure gustiamo la fedeltà di Dio alla vita.

Mi ha colpito una considerazione di Roberto nella sua testimonianza: “Valeva la pena resistere per circa 50 anni – la storia dei P.O. italiani – per intravvedere l’alba di un nuovo giorno. Con papa Francesco si sta “sdoganando”un linguaggio “evangelico” (non teologico) che le persone semplici capiscono ed infiamma il cuore…Ci riconosciamo in questo linguaggio: “uscire verso le periferie della storia, una Chiesa povera per i poveri, il Vangelo annunciato agli ultimi ed agli scarti, rinuncia ai vari poteri per mettersi a servire senza pretese, la croce come svuotamento continuo, la speranza e l’affidarsi come dinamiche di vita, il riconoscere Gesù come unico Signore.”

Il tema del convegno di domani “Abitare la terra, vivere di fede, praticare la giustizia oggi” Ci spinge a guardare in faccia al cambiamento, a capire od intravvedere le dinamiche di nuove schiavitù, a scrutare l’orizzonte per le speranze di futuro più umano per tutta l’umanità.

Dio chiude ogni giorno della creazione con uno sguardo di contemplazione “…e Dio vide che era bello (buono)”; al termine della creazione dell’uomo e della donna a sua immagine, proclama “…e Dio vide che era molto bello “. Siamo fermi alla bellezza, all’estetica, non ancora alla Vita. Solo per la Vita Dio riserva la sua BENEDIZIONE sia per gli animali che per l’uomo: “crescete e moltiplicatevi…”. La benedizione è per il dono della vita e l’unica maniera per farla crescere è il donarla… svuotandosi.

Noi P.O. non abbiamo figli e nemmeno abbiamo rimpianti di istituzioni ecclesiastiche che garantiscano una esperienza nella Chiesa come l’hanno gli istituti religiosi in affanno alla ricerca di discendenti. Siamo sicuri che il Vangelo e la Profezia non finisce con la nostra storia. La vita continua a scorrere ed altri in altre forme raccoglieranno la profezia ed il sogno di libertà, dignità e fraternità secondo il Sogno di Gesù e di Dio.

A noi ora non spetta la nostalgia o la melanconia di un tramonto quanto l’attesa, lo scrutare i segni del tempo e… la meraviglia per il nuovo che sta nascendo.

Luigi Forigo