Quale cristiano?

Quale Chiesa / verso il convegno 2015


Alcune premesse

 

  1. Il mondo è cambiato sì, tanto … ma in quale direzione sta andando? In quale direzione stiamo andando?
    Gli attentati di Parigi (e molti altri precedenti) sono il segno che sta arrivando a maturazione la “guerra contro il terrorismo” che Bush aveva proclamato subito dopo l’abbattimento delle torri gemelle l’11 settembre 2001.
    Quell’1% che sta al vertice del potere mondiale si illude di potere ancora una volta affrontare i problemi che stanno minando la propria stabilità con una “buona” guerra, da declinare necessariamente in forme diverse da quelle delle guerre storicamente sviluppatesi finora.
    La grande maggioranza del popolo italiano (ma non solo quello italiano) è stata gradualmente condotta a pensare sempre più “da destra” (mi esprimo molto schematicamente, ma penso di riuscire a farmi capire). Manca poco alla “gente” per essere pronta ad accettare uno stato di guerra, tanto più se si tratterà non di una guerra tra nazioni, ma di una “guerra di civiltà”.
    Forse è per questo che mi sento in sintonia con la giovane ebrea olandese Etty Hillesum, perché mi pare che ci stiamo avvicinando alla situazione nella quale lei ha vissuto ed è morta. Auschwitz, 30 novembre 1943.
    Differenti figure di tutto rispetto sono emerse ai tempi terribili di Etty, risposte diverse agli orrori del nazismo e della guerra, modelli diversi di umanità viva: penso a Dietrich Bonhoeffer, a Edith Stein, agli eroici resistenti nel ghetto ebreo di Varsavia. Ecco, in questo periodo io sento Etty come il “mio modello”…

  1. Anche il modo di pensare Dio è profondamente cambiato dal concilio Vaticano II in qua, sull’onda delle speranze che gli anni “belli” avevano ravvivato. È cambiato quindi anche il mio modo di credere.
    Non vorrei usare toni eccessivamente solenni, però mi pare giusto dire che a me è stato dato il dono di abbeverarmi a sorgenti straordinarie:

  • quella della teologia della liberazione negli anni delle lotte di liberazione – appunto – dei popoli. In particolare la lettura di Carlos Mesters, Dio dove sei? Bibbia e liberazione umana è stata per me una svolta importante nel mio cammino. Correva l’anno 1972…
    Di Carlos Mesters mi aveva molto colpito il fatto che avesse scelto di vivere almeno la metà del proprio tempo in mezzo al suo popolo di poveri, condizione necessaria – spiegava lui – per elaborare la sua teologia biblica con quel suo linguaggio sorprendentemente semplice e profondo.
    (Qui però oso aggiungere – tra parentesi, sì – il nome di Camilo Torres: come lui, sono stati molti i cristiani latino-americani che hanno scelto di donare la propria vita per il popolo – “morir por el pueblo”, dicevano – mescolandosi dentro le lotte di liberazione… In seguito alla mia tremenda – e “istruttiva”! – esperienza ruandese (anni 1992-1994) ormai non riesco più a condividere l’uso delle armi in progetti collettivi di liberazione; ma di fronte ai tanti, moltissimi che hanno avuto il coraggio di rischiare la vita dentro progetti di liberazione, mi domando – in ginocchio – cosa chiedono ancora i poveri oggi a me…)

  • Negli anni seguenti ho ammirato (senza approfondirlo, purtroppo) Raimon Panikkar, con la sua ricerca di un credere in cui cristianesimo e induismo (e non solo) fossero mescolati profondamente, fino a formare un unico amalgama.

  • Poi, negli anni a cavallo del 2000, mi è stato donato di abbeverarmi a un’altra sorgente, scaturita dentro la lotta di liberazione sudafricana, la teologia del contesto (una denominazione quasi sconosciuta, scelta per non incappare nella condanna inflitta ai teologi della liberazione?): la lettura di Albert Nolan, Gesù prima del cristianesimo mi ha lasciato un segno profondo.
    Lo sguardo di Nolan è rivolto – così scrive nella presentazione del suo libro – “all’uomo
    Gesù, così com’era in realtà, prima che divenisse oggetto della fede cristiana. La fede in Gesù non è, dunque, il nostro punto di partenza. Essa sarà, spero, il nostro punto di arrivo. […] Ciò che mi preme è la gente, sono le quotidiane sofferenze di milioni di persone, ed è la prospettiva di una sofferenza ancora più grande nell’immediato futuro. Il mio scopo è indagare e scoprire cosa si può fare in merito a questo problema”.
    Correva l’anno 1976 quando Nolan pubblicò queste righe in Sudafrica, l’anno della rivolta di Soweto. [L’edizione in italiano di questo libro è introvabile; a chi me lo chiede posso inviarlo in formato PDF].

  • In questo ultimo periodo mi sono messo alla scuola di tre “vegliardi” (pare che solo dopo gli 80 anni diventi possibile per un teologo esprimere liberamente le proprie convinzioni – Hans Kung docet): il vescovo episcopaliano John Spong e i gesuiti Joseph Moingt e Roger Lenaers. In sintesi estrema i tre, cresciuti in ambiti nettamente distinti e senza relazione tra di loro, affermano che sono cambiati gli “assiomi” sui quali è fondato il pensiero religioso. Non esiste un “cielo” separato dalla terra: basta con la cosmogonia medievale di Dante Alighieri (ed è lo sviluppo di quella del Padre nostro…); Dio non è in un paradiso attorniato da angeli e santi: Dio è (ma già da bambino mi avevano insegnato a ripetere: Egli è l’immenso…). È necessario prima di tutto superare l’immagine personale di Dio (e quasi 100 anni fa già lo diceva sommessamente Teilhard de Chardin). È necessario insomma ripensare tutto di nuovo, perché le risposte date dalla teologia tradizionale sono dentro un quadro (gli “assiomi” di cui sopra) che dall’inizio dello sviluppo della scienza moderna non può essere più sostenuto.

A questo punto riesco solo a dire con franchezza che:

  • CRESCONO IN ME IL TIMORE E LA VERGOGNA DI RACCONTARE FROTTOLE…

  • SEMPRE PIÙ CHIARAMENTE PERCEPISCO QUANTO SIA DIFFICILE “RIPULIRE” IL CAMPO DA IMMAGINI RADICATE ORMAI DA SECOLI: è possibile “ripulire” il Padre nostro? (nei cieli? come in cielo così in terra? non ci indurre in tentazione?). E come parlare sensatamente di “aldilà”? Cosa ne facciamo di un Dio che sembra aver bisogno del sacrificio di Cristo per rinunciare a “farcela pagare”? Sarà mai possibile superare l’immagine sacrificale del gesto più importante della nostra fede, l’Eucaristia?)

  • CRESCE IN ME IL DESIDERIO (O LA TENTAZIONE?) DI RITIRARMI NEL SILENZIO, ammesso che la scelta più “pulita” sia quella di tacere. È nel medioevo più buio che si sono moltiplicati i conventi, luoghi di silenzio, di preghiera e di studio; luoghi di sperimentazione di un diverso vivere tra fratelli…

A questo punto non mi chiedo più neanche QUALE CHIESA.

 

Mi limito a chiedermi QUALE CRISTIANO posso essere io e quali sorelle e fratelli posso cercare e sostenere negli anni di vita che mi restano.

Qui riesco solo ad elencare alcune scelte di fondo che mi sembrano necessarie:

  • la ricerca nel profondo (l’intimior intimo meo di Sant’Agostino)

  • la presenza in mezzo ai poveri, tanto più in mezzo a loro quanto più poveri sono… (modello Charles de Foucauld e i Piccoli Fratelli e le Piccole Sorelle di Gesù)

  • la preghiera fatta di silenzio e di ascolto (qui prendo a modello Annalena Tonelli nella sua parte meno visibile, quella contemplativa)

E aggiungo infine tre sottolineature dettate dalla situazione nella quale sto vivendo:

  • l’essere mescolato-disperso in mezzo ai poveri, miei fratelli, come il lievito nella pasta…

  • senza sbandierare la mia appartenenza, ma semplicemente disponibile a “rendere ragione della speranza che è in me”

  • sempre più sensibile ad ogni ventata che sa di disprezzo-giudizio-condanna dei poveri (e spesso non sono solo colpi di vento, ma è uragano!)

  • sempre più sensibile ad ogni mancanza di rispetto a uno qualunque dei fratelli piccoli, deboli, poveri, non importa da dove venga e cosa creda. Qui riesco a comprendere meglio il mio disagio di fronte a certe battute nello stile di Charlie Hebdo: già dai tempi del Male e di Cuore (fine anni 70 – inizio anni 90) posso dire che mi piace la risata irriverente, ma che mi dispiace che anche soltanto un fratello si senta offeso…

Luigi Consonni