Una Chiesa che si liberi da Dio

Quale Chiesa / verso il convegno 2015


 

Nel mese di gennaio, nel preparare la celebrazione della messa della seconda domenica del tempo ordinario, mi sono soffermato sui testi della preghiera iniziale (colletta). A scelta del celebrante, il primo testo o il secondo.

Li riporto entrambi.

Il primo, quello più antico che traduce il testo latino, dice così:

“O Dio onnipotente ed eterno, che governi il cielo e la terra, ascolta con bontà le preghiere del tuo popolo e dona ai nostri giorni la tua pace. Per il nostro Signore Gesù Cristo…”.

Il secondo, che fa parte di testi recenti, ispirati alle letture bibliche della relativa domenica: “O Dio, che riveli i segni della tua presenza nella Chiesa, nella liturgia e nei fratelli, fa che non lasciamo cadere a vuoto nessuna tua parola, per riconoscere il tuo progetto di salvezza e divenire apostoli e profeti del tuo regno. Per il nostro Signore Gesù Cristo….”.

Il primo testo è estremamente lineare e trasmette la sicurezza di un ordine cui sottostà il mondo, essendo “cielo e terra” governato da Dio che assicura “la sua pace”. E’ vero che, anche solo prendendo in esame gli ultimi due secoli, il mondo è stato devastato dalle guerre, ma si benedicevano gli eserciti perché Dio desse loro la vittoria sul nemico. Nella fiducia che il mondo, con tutte le sue violenze e le sue iniquità, fosse comunque “governato”, ponendo argini alla distruzione universale. E che la Chiesa fosse la milizia (con tutte le inevitabili “sbavature” sul piano dell’abuso e della violenza che accompagnano gli eserciti, anche i più gloriosi) al soldo di questo supremo governo.

La seconda guerra mondiale, il potenziale distruttivo della bomba atomica sganciata da un aereo americano su popolose città giapponesi, la scoperta dei campi di sterminio nazisti, le pagine tremende – per la maggior parte ancora tutte da scrivere – degli orrori dei “campi” giapponesi in tutta l’Asia… Tutto questo ha minato alle fondamenta la convinzione di un mondo che poteva permettersi di pregare un unico Dio, onnipotente ed eterno, riconoscendosi in un unico ordine possibile.

Gli umani adesso sanno che possono distruggere il pianeta e possono distruggersi tra loro. E’ forte la tentazione di porsi al posto di Dio aprendo le pagine di un nuovo ordine mondiale. Prima, negli anni ’80, mediante l’idolo dello sviluppo (ricordate l’eufemistica definizione dei paesi sfruttati?); poi, in una progressiva omologazione nella perdita di valore di ogni progettualità politica e di una autentica coscienza planetaria. Lasciando sempre più il campo libero alla finanza e alla criminalità (come altro definire i livelli diffusi di illegalità?).

La Chiesa cerca di mantenere posizioni e, a livello centrale, la finanza vaticana è spesso al centro di operazioni a dir poco spregiudicate. La Chiesa dei poveri è poco più di una meteora che accompagna l’evento conciliare ma senza praticamente lasciare traccia. Alti prelati, incluso il papa, si fanno fotografare a fianco di criminali di stato, colpevoli dei peggiori delitti.

L’attuale pontificato di Francesco raccoglie un “testimone” logorato dalla rischio delle religioni di essere ingoiate nel sottobosco delle sub culture, non più portatrici di domande esistenziali essenziali.

La seconda forma di preghiera parla un linguaggio più aderente al tessuto biblico e sembra adattarsi al clima che oggi viviamo nella Chiesa, privilegiando i temi dell’ascolto, della responsabilità personale e dell’impegno conseguente “per il regno di Dio”. Ma, inutile nascondersi, che di buone intenzioni è lastricato l’inferno, secondo il detto popolare. E, se la conversione è autentica, sono solo i frutti quelli che ne possono dare prova.

Quel “non lasciamo cadere a vuoto nessuna tua parola” del testo di preghiera nella forma opzionale non lascia scampo a propositi prudenziali posposti. O la Chiesa riesce a darsi una forma che segni discontinuità rispetto al percorso di questi ultimi secoli, oppure c’è il forte rischio che la religione che propone sia risucchiata nel paniere degli ornamenti e dei soprammobili.

Non si tratta tanto, però, della riforma della Chiesa, tema riconosciuto come sempre ricorrente e particolarmente urgente oggi. Ma di ciò che costituisce il nocciolo della fede per lo meno nell’atteggiamento di “ascolto” del credente. Nella seconda forma della preghiera in oggetto, il celebrante chiede a tutti di condividere parole che vengono rivolte a “Dio”. Rispetto alla prima forma non ci sono gli attributi consueti: “onnipotente ed eterno”. Ma questo nome, Dio, non rischia forse di rivelarsi “nudo”, privo di ogni attributo? E cioè di entrare in una dimensione – mi sia perdonata l’irriverenza – da nobile decaduto che conserva il titolo ma senza potere se non la possibilità comune di poter persuadere gli umani a camminare sulle sue vie? E non si entra così in una specie di competizione elettorale tra gli dei delle diverse religioni, che, trattandosi di “assoluti”, si annuncia senza esclusione di colpi?

Questi temi sono stati recentemente ripresi da don Ettore Cannavera, cappellano del carcere minorile di Quartucciu e fondatore della comunità di recupero La Collina a Serdiana in Sardegna: “Il vero problema emerso sull’onda della strage al Charlie Hebdo è che tutti dovremmo liberarci da Dio. Lo consideriamo onnipotente e in suo nome si commettono le peggiori atrocità. Lo ha fatto la Chiesa stessa. Ci è sfuggito un aspetto sostanziale: Dio è debolezza, è attesa, è pazienza”.

Riecheggia qui quanto appena affermato su Micromega da Paolo D’Arcais: “La laicità più rigorosa, che esclude Dio, qualsiasi Dio dalla vita pubblica, è l’unica salvaguardia contro l’incubazione di un brodo di coltura clericale che inevitabilmente può diventare pallottola fondamentalista”.

E don Ettore è d’accordo e rinnova il suo invito: “Dobbiamo liberarci da Dio. Tutti. Indistintamente. Lo deve fare innanzitutto la Chiesa che, in nome di Dio ha ucciso e uccide. E’ aberrante che il Presidente degli Stati Uniti giuri anche in nome di Dio, assumendolo come difesa e testimone del proprio operato. Per questo è necessario mettere da parte ogni dipendenza, anche da quella religiosa. Dio vuole questo, perché lui è resa, non accanimento. E come istituzione non esiste. E’ libertà e liberazione. Dio è fare ciò che si vuole”.

Luigi Sonnenfeld