Uomini liberi

Verso il Convegno Nazionale ’92


La libertà è un tesoro al quale tutti teniamo più che non ad altra cosa. La libertà di poter decidere da noi, di non lasciarci occupare da invadenze esterne, di prenderci le nostre responsabilità, di essere nella verità. Solo la persona libera è in grado di diventare qualcosa e qualcuno. Per la libertà tanti hanno sofferto, hanno combattuto, sono morti.
Vorremmo riportare alcune riflessioni di un gruppo di preti operai sulla situazione in cui si trova l’uomo d’oggi.

 

1. In molte cose l’uomo appare come “maggiorenne”

Nella capacità di far denaro più che in altri tempi; nella grande possibilità che viene data dallo sviluppo della scienza e della tecnica; nella difesa gelosa da intromissioni nella propria coscienza; nella capacità di darsi delle potenti organizzazioni economiche, politiche, scientifiche; nella conquista di un pluralismo civile e religioso, ecc.
Ci sono tutte le premesse per dire che l’uomo di oggi è più libero di quello di ieri.
Ma quanto a dire che sia diventato maggiorenne, che sia lui che decide e che si prende le proprie responsabilità, è assurdo affermarlo.
Noi anzi crediamo che l’uomo dì oggi viva all’interno di tanti condizionamenti che lo bloccano nel suo essere e nel suo crescere.
Veramente è da dire che l’uomo è più grande di prima per le cose che ha, ma è tornato indietro per quello che è.

 

2. Per arrivare alla libertà bisogna impostare l’educazione alla libertà

Il passaggio dalla dipendenza alla libertà è la sfida che viene data al nostro tempo.
Ci sono situazioni patologiche che creano dipendenze anche fisiche o perlomeno psicologiche. Le chiamiamo tossicodipendenze. Ma queste sono le spie rivelatrici dello stato di salute della nostra società. Se è dannosa la dipendenza da farmaci, non lo è meno la dipendenza filosofica, culturale e politica.
Si tratta di avviare un’educazione severa perché la persona entri nella verità e si esprima per quello che è, per quello che pensa, per quello che decide.

 

3. In questa riflessione, i pretioperai mettono la loro attenzione alla dipendenza religiosa

Il fatto più negativo che si manifesta è l’incapacità del credente di “crescere”. Egli rimane un bambino, anche quando ha imparato tanto catechismo o ha partecipato attivamente a tanti momenti liturgici.
La sfida è se sia possibile metterlo in movimento perché cresca fino all’età adulta di Cristo.
E ci sembra che la strada ci venga aperta da più lati:
a) un’estrema delicatezza nel dare le verità religiose nella loro genuinità e non composite dal dominio istintivo, anche se non avvertito, che l’educatore adulto e il pastore è in rischio di compiere sull’educato.
b) Una necessaria riflessione sugli spazi di libertà che l’uomo adulto ha nella chiesa. In fondo tutti i suoi momenti e tutti i suoi gesti vengono regolati da una norma esterna che non gli consente dl essere lui. Lui a cercare Dio, lui a pregare, lui a giudicare con la sua coscienza e non con quella degli altri, lui ad essere il primo protagonista e il primo responsabile di se stesso.
c) Una riproposizione della profezia come parola più rispettosa e più educatrice di ogni altra. Una profezia che pone i pastori in una condizione di silenzio, di ascolto, di umiltà. Oggi noi abbiamo un grande bisogno di guide che abbiano fatto l’esperienza di Dio, e non sono sempre le guide ministeriali; pensiamo alla capacità profetica che può (e deve) dare l’anziano, l’ammalato, il povero. Sono questi veri maestri in grado di guidare i fratelli.

 

4. C’è stato in questi giorni un fatto illuminante.

A Vicenza è venuto il papa. Ha trovato un’organizzazione impeccabile. La gente è accorsa in massa ed è tornata a casa soddisfatta: aveva partecipato ad uno spettacolo indimenticabile e per molti versi necessario. In mezzo ai tanti, c’è una donna piccola, col suo fagotto tra le mani, seduta in disparte. Essa guarda in silenzio e partecipa alla sua maniera. Cosa le sarà passato dentro? Come avrà pregato? Ci sembra di poter dire che la gente piccola ha bisogno anche dello spettacolo per nutrire la propria fede. Ma quella fede è tutta un’altra cosa dallo spettacolo. È la parola che nasce dentro, che non viene conteggiata dagli organizzatori e dai pastori. È la parola che dà libertà.
I poveri sono i nostri maestri. Non fanno rivoluzioni, hanno la pazienza e l’umiltà, ma si sentono liberi e danno libertà. Il cammino più vicino al passo umano è il gruppo dei piccoli e il piccolo gruppo.
La chiesa nasce dove le persone entrano in relazione perché è un’assemblea di persone libere. Oggi nelle grandi assemblee si fa spettacolo, ma non si generano relazioni umane. Ci sembra che l’uomo diventi libero nella misura in cui è capace di mettersi in relazione con gli altri, ma bisogna ridiventare piccoli.

 

5. Il prete operaio trova in questo campo un suo ruolo e una sua missione

Egli vive con i piccoli. Ormai ha imparato che il cammino è misto tra potere e impotenza, tra ideale e realtà, e non viene più bloccato da contraddizioni religiose. Come i piccoli, non fa la guerra allo spettacolo, ma compie un discernimento. Prima dentro di sé, per capire la libertà che lo guida e la verità che lo libera, e poi un discernimento “pacifico” ‘ma esigente e rigoroso tra le cose contrastanti che sono nella chiesa e nella società. È un discernimento che si delinea in una nuova nascita della parola e pone in sintonia con le questioni vere, pertinenti nella vita.
Anche la sua obbligata solitudine può essere la strada che gli permette di entrare nella verità, per sé e per gli altri.

Umberto Miglioranza