Dalla fabbrica al Tchad (seconda parte)

Chiesa ed evangelizzazione


 

Ascoltare prima di tutto

 

Gli intellettuali, si sa, conoscono tante cose! Hanno penetrato la furbizia della storia, capiscono sempre quello che sta dietro le quinte, hanno scoperto il Grand Vecchio che tira le fila di tutto. Scoprono sempre “a monte” e “al limite” le prospettive “alternative e globali” di quanto gli umili mortali colgono “nelle apparenze”, perché “non portano avanti il discorso” fino in fondo. Insomma, credono di sapere tutto.
Se poi questi intellettuali sono dei bianchi, immersi nell’Africa nera, si sentono diventare onniscienti. Ne conobbi uno: in due ore – tanto durò la sua permanenza con me in un centro agricolo – riuscì a dare consigli alle donne sull’allattamento, impostò un programma di allevamento di fagiani per risolvere il problema della mancanza di carne nella dieta alimentare, redarguì i contadini sullo scempio della foresta che stavano facendo, mostrò un termometro per spiegare il planning famigliare! Gli occhi chiari roteavano in quei visi oscuri della gente di brousse, che per la prima volta apprendevano dell’esistenza non solo del termometro, ma anche dei fagiani!
Guardandolo mi dicevo che forse agli occhi dei miei amici africani anch’io dovevo apparire come quello strano animale pallido e occidentale, pieno di idee e con gli occhiali sul naso. La sera, poi, attorno al fuoco per scacciare le zanzare, come al solito risero con chiassose risate dl quell’ingenuo nasar =bianco che non conosceva nulla della vita!
Ero vaccinato contro questi atteggiamenti da padreterno, anche se sentivo che il senso di superiorità e prosopopea occidentali tentavano sempre di farsi strada nella mia maniera di agire, alcune volte anche religiosamente camuffati. Dieci anni di cantiere mi avevano insegnato che un muratore conosceva la vita e come vanno le cose del mondo più di me, che ero miope per essermi consumato gli occhi sui libri.
C’è una cultura e una conoscenza della storia, nascoste nelle parole e nel fare più quotidiani, che si devono apprendere e stimare se si vuole iniziare un dialogo. È mai possibile che tutta la scienza del mondo sia contenuta nei libri e nella cultura occidentali, visto che tanti vanno avanti lo stesso e di libri ne leggono pochi o, come molti In Africa, non ne leggono affatto perché non sanno leggere? Ma la cultura operaia almeno si fa rispettare; quella africana è sempre perdente, dalla schiavitù in poi.
Alcuni anni di Africa mi hanno vaccinato anche contro la filosofia genuinamente “lumbard” del signor Brambilla che risolve tutto con la voglia di lavorare e con dei buoni aiuti finanziari. Semplificare, scavalcare, abbreviare, fare in fretta, non ascoltare, per risolvere i problemi sia del sottosviluppo come quelli della formazione delle comunità cristiane, vuol dire andare incontro ad un inevitabile fallimento. Lo sanno anche i montanari che in montagna non si fanno mai le scorciatoie e lo sapeva anche quel vecchio muratore che mi raccomandava sempre di lavorare adagio se volevo arrivare alla pensione! Ascoltare, apprendere, attendere, lungamente, come è lunga la storia progettata da Dio per l’umanità.

Ci sono dunque molti silenzi nelle mie conversazioni con questa gente. Li faccio apposta, contento il più delle volte di essere occasione di aver suscitato un dialogo che poi va avanti fra loro, mentre io ascolto.
Che voglia di risolvere ogni problema con quella superiore razionalità sillogistica che avevo appreso in filosofia, come quando una donna al catechismo mi chiedeva come mai Nuba =Dio avesse creato le zanzare: lo sapevo bene che S. Agostino aveva trattato questo problema in uno dei suoi intelligenti discorsi!
Che voglia di dare consigli sul come si educano i bambini quando, al ritiro di venti giorni dei catecumeni, le frotte dei neonati e imberbi con i loro pianti e vitalità non ti lasciavano nemmeno il diritto di annunciare il Vangelo, diritto stabilito dal Vaticano II quando parla della libertà religiosa. Guardavo e ammiravo quelle madri che con sapienza e pazienza infinita sopportavano tutto, magari dopo non aver chiuso occhio tutta la notte. Era il loro sistema educativo!
Che voglia di spiegare ad un giovane gli incubi notturni che mi esponeva, dopo aver premesso che noi bianchi sappiamo spiegare tutto, con il metodo freudiano o anche solo dirgli che tutto dipendeva da una cattiva digestione.
Ascoltare e osservare: ci vuole grande umiltà e non sempre l’avevo. Me lo fece capire chiaramente il mio amico Norbert, che collaborava con me nella direzione di un centro agricolo, quando morì una mucca. Lui lo sapeva che cosa si sarebbe dovuto fare per salvarla. Non me lo aveva detto perché? “Tanto voi bianchi non ascoltate mai i nostri consigli”. Come si può fare a consigliare un bianco e per di più un prete? Capii che c’era ancora un grande fossato fra me e lui per sentirci alla pari e che nonostante tutto non ero poi così disponibile all’ascolto!
Se si deve ascoltare nel mondo operaio, ancora di più si deve ascoltare vivendo in un’altra cultura, non fosse altro che per un semplice motivo di educazione, per rispettare coloro che ti accolgono a casa loro. Perché i bianchi la fanno sempre da padroni in tutto. Il mondo sembra sia fatto per loro. Quale Italia mai accetterebbe di vedere sul proprio territorio come unici proprietari di ville e macchine, come coloro che sanno tutto, degli stranieri? Eppure in Africa, in molte parti, anche là dove c’è la cosiddetta indipendenza, gli occidentali sono ancora così. E una volta che sei così, come puoi parlare di ascolto? Credo che l’ascoltare imponga sì umiltà, ma innanzitutto povertà e il non sentirti a casa tua.

Ma ci sono anche dei motivi religiosi per mettere in prima linea l’ascolto. Lo abbiamo sempre detto: Dio semina prima che noi arriviamo a coltivare. E poi chi l’ha detto che siamo solo noi i coltivatori?
I contadini della bassa padana, riciclati in muratori, con cui lavoravo, hanno visto poche volte una chiesa dall’interno. Guardano quella del loro paese, di passaggio, andando al circolo del partito che sta di fronte. Eppure ero convinto che Dio era con loro e che era stato tanto saggio e prudente da non legare il suo raggio di azione ai soli luoghi dove si può presentare una tonaca di prete. I miei compagni di lavoro non misero piede in chiesa nemmeno quando “Nuvion” (lo si chiamava così per la sua faccia che pareva la nuvola di un temporale) cadde da una impalcatura e gli fecero il funerale religioso. Non entrarono nemmeno per vedere che faccia avessi con indosso i paramenti da morto. Se ne stettero fuori, sotto i portici della piazza, con il bavero del vestito della festa rialzato, perché pioveva e faceva freddo. Eppure sapevo che Cristo era là con loro. Bastava, sul lavoro, aprire gli occhi e gli orecchi e a me che avevo catalogato in tanti studi di teologia e spiritualità le strade, i luoghi, l’ascesi con cui discernere e cogliere Dio, si presentava questo stesso Dio, l’azione del Cristo genuina, spontanea selvaggia cosi come nasce l’amicizia e l’amore. Meraviglia clericale, certamente. Ma chi di noi preti non ha bisogno di uscire dal “tempio” per non ridurre tutto alla nostra quantità e misura?

La sera, durante il lungo ritiro che preparava i catecumeni al battesimo, era dedicata al racconto di quanto Dio aveva fatto nella propria vita, come si era sperimentata la presenza di Dio.
Ndalyo, una donna anziana, ai suoi tempi era una ragazza vispa e indipendente l’unica rimasta di una lunga schiera di fratelli morti alla nascita tutti, tanto che i genitori a lei che era l’ultima avevano dato un nome che voleva scongiurare la morte ndalyo =offerta alle termiti. Da giovane dunque se ne andava da sola nella brousse a raccogliere i frutti di karité per farne dell’olio. Maturano a gennaio quando la stagione secca è ormai inoltrata, quasi come un miracolo, fra tanta paglia e foglie rinsecchite dal sole. Non contenta di raccogliere i frutti caduti per terra, si arrampicava sull’albero, dai rami fragili e traditori. Un giorno, come doveva capitare, cadde da uno di questi e si ruppe un femore. Nella solitudine, ai piedi dell’albero, sentiva che la vita se ne andava. «Nuba, Dio dei miei antenati, tu non puoi avermi salvato fra tanti miei fratelli e lasciarmi morire così». Sentì quel Dio presente e buono, come una forza che la rendeva tranquilla. Capì di non essere sola.
La gente del villaggio la trovò solo la sera, sotto quell’albero, ancora in vita. E fu salva. Si sposò: anche i suoi figli morivano, tutti, come i suoi fratelli. Ma non disperò mai. Legata a quell’esperienza di Dio, di un giorno ormai lontano, continuava a pregare, con quelle preghiere rudi ed essenziali, tipiche della sua tradizione. Disse che voleva entrare nella comunità cristiana perché aveva visto che mangiavo secondo il loro costume con gli altri del villaggio. Misteri delle strade della evangelizzazione!
A quella fede c’era poco da aggiungere. La presenza della piccola comunità cristiana (5 persone), la mia, non erano state altro che un’occasione per rendere più chiaro e ancor più vicino il volto di Dio, che i suoi antenati le avevano tratteggiato e che lei aveva sentito suo. Entrare nella comunità cristiana era una continuazione di quello che lei aveva sperimentato nella vita precedente.

 

Una fede povera

 

È facile fraintendersi ed essere fraintesi quando si raccontano fatti come quello narrato sopra. Si può essere accusati di voler fare della letteratura edificante di bassa lega per anime buone, come lo si è già fatto tante volte. Ma tale letteratura ha un difetto ancora più grave del semplice devozionismo sentimentale da cui nasceva e che voleva a sua volta suscitare: nasce da una presupposta superiorità, da quell’imperialismo culturale e religioso, che abbiamo cercato di abbandonare il giorno che abbiamo deciso di andare a lavorare in fabbrica. Le anime pie che raccontano e leggono si radicano sempre più nel sentimento farisaico di sicurezza e di possesso personale, proprio di chi sa di avere la verità nelle sue tasche, la totalità della parola di Dio nella sua maniera di fare e constata che il suo Dio, con accondiscendente magnanimità ha fatto eccezione alla regola, uscendo dal seminato, mostrando il suo volto, attraverso lo spiraglio della porta, anche ad altri “ che giacciono nelle. tenebre e nell’ombra della morte” e si è mosso a compassione dei “poveri negri”.
Ascoltare, avere la capacità di percepire l’azione di Dio non può nascere che da una fede che si è fatta povera e che nello stesso tempo ha perduto i caratteri di conquista e di crociata. Una fede povera è quella che non si impossessa di Dio, che non lo rende diritto proprio e stendardo per distinguersi dagli altri, quasi che Dio lo si possa mettere su una bandiera di un popolo e di una persona. Non giudica Dio, come i lavoratori della prima ora, e non si è invidiosi o ci si sente ingannati, perché Lui è buono. Non si accampano diritti di precedenza né si ha l’infantile voglia di dire “mio” qualunque cosa si veda attorno.
Una fede povera nasce innanzitutto da una coscienza chiara che noi tutti, operai di non so quale ora, siamo peccatori e dalla Chiesa come peccatrice. Mille volte abbiamo sentito che il Cristo risorto agiva negli altri, molto migliori di noi: sono i compagni di lavoro, sono i molti che abbiamo incontrato nei villaggi africani.
Una notte mandai a quel paese un gruppo di persone che a mezzanotte venivano a chiedere ospitalità da me: dovevano attendere che facesse giorno, quando ci sarebbe stata la distribuzione dei viveri, a causa della carestia. Ne avevo accolti molti durante la giornata: ora ero stufo. Uno del villaggio, dopo aver sentito la mia risposta, venne lui stesso a trattare il problema. Sentii le sue parole: «Scusate, ma sapete bene che i bianchi non capiscono niente dei nostri costumi!». E a quell’ora fece svegliare la moglie per preparare da mangiare, tirò fuori tutte le stuoie che aveva e le diede alla gente. Incassai e feci il mio esame di coscienza sul mio essere cristiano e prete.
La Chiesa è peccatrice e se ne deve portare il peso. Lo so bene, non è questa la prima qualità controllabile storicamente. È prima di tutto il popolo chiamato dalle tenebre alla luce, il popolo graziato e salvato dal sangue di Cristo, la parte del regno più amata. Storicamente è certo più il bene che ha fatto che il male. Ma di certo è anche la “casta meretrice” di cui parlavano i Padri. Questo lo si afferma non per il gusto masochistico della autoflagellazione, quasi sputando nel piatto che ci è stato dato per grazia, ma per farsi carico e portare il peso anche di questo. La fede povera permette che ci si rinfacci il male di una comunità di cui facciamo parte; permette, anzi mette in una situazione in cui ci si possa interrogare su quanto è avvenuto; ma più ancora, chiede perdono. E se c’è da soffrire per questo, si soffre. La fede povera è anche questo.
E chi non conosce i peccati di noi come Chiesa? Sono stampati nel libri di storia e nei giornali di ogni giorno. Sono materializzati e solidificati in costruzioni e modi di vita che spaccano gli occhi. Li conosce da noi il manovale e la casalinga. Lo sappiamo bene a quali interrogatori siamo sottomessi nella vita di fabbrica. In missione tali interrogativi li pongono solo quelli che hanno una certa cultura, gli intellettuali. Questi nell’accostarsi al cristianesimo vivono il dramma di sentirsi proporre questa Chiesa come via di salvezza voluta da Dio e nello stesso tempo la ripugnanza verso questa, quanto più ne scoprono la storia: dallo schiavismo al colonialismo, nuovo e vecchio, dalle guerre mondiali fatte dai cristiani al consumismo ateo o indifferente inventato e praticato dagli stessi. Ripugnanza invincibile? Di certo quanto più la fede sarà povera, tanto più si potrà discutere e affrontare il problema.
«A voi bianchi Dio ha dato tutto»: me lo diceva un capovillaggio mentre seduti sotto un albero sorseggiavamo un thé e osservavamo un aereo che passava nel cielo. Forse pensava che, come cacio sui maccheroni, Dio ci aveva dato anche il monopolio della via della salvezza. E molte volte pure noi lo pensiamo. Una fede povera è convinta che accanto alla via di salvezza che storicamente il Cristo ha proposto ce ne possono essere anche altre. Saranno meno chiare, nebulose, in esse si camminerà a tastoni, ma esistono. Come questa affermazione vada d’accordo con l’altra che ribadisce la necessità della “mediazione storica e carnale” della salvezza operata dal Cristo, non lo so bene. Ci penserà, per risolvere questo problema, se non la barba di qualche teologo, di certo almeno Dio. Quello che è certo è che questa fortuna non è riservata solo a noi peccatori del primo mondo!
Una fede povera è anche quella che ritiene che “la Rivelazione non percorre cammini asettici e isolati”, non ha corsie preferenziali non compromesse con la realtà particolare di ogni popolo. “La Rivelazione non si manifesta in una terra di nessuno”, si serve del linguaggio e perciò necessariamente della cultura, dei costumi, della storia di un popolo, così come si è servita del linguaggio e della cultura del popolo ebreo in modo particolare. Una fede povera non si meraviglia che Dio abbia parlato attraverso la lingua e cultura di altri popoli. Altri ci possono parlare di Dio e della salvezza. Come ha parlato e salvato attraverso la cultura del mondo operaio, così parla e salva attraverso altri modi di vivere..
«Ma che cosa ci fa, qua?». Mi sono sentito rivolgere questa domanda da qualche avventuriero bianco che aveva perduto la strada e mi ritrovava in qualche villaggio recondito. Me lo chiedeva anche qualche funzionario africano che veniva a riscuotere la misera tassa annuale di cinquemila lire, in quei villaggi che sembravano sfuggire al controllo dello Stato e a quello di Dio. Me lo chiese innervosito anche il colonnello capo delle “guardie presidenziali” inviate in brousse come bestie inferocite e drogate, alla caccia dei ribelli. Le case di paglia attorno bruciavano come fiammiferi e si udivano le prime raffiche delle mitragliatrici. Lui vide il mio viso di un colore inaspettato per quelle zone, sbucare, testimone scomodo di quanto stava avvenendo, in un viottolo del villaggio. «Lei che cosa ci fa qua?». Non era il caso di fargli un trattato di teologia missionaria, né di intrattenerlo cordialmente sui motivi personali di una vocazione.

Con più calma lo posso fare adesso. La domanda viene spontanea anche come conclusione di quanto detto sopra sulle differenti vie di salvezza. Se Dio salva dovunque, perché non stare tranquilli a casa nostra? Quante volte in fabbrica ci siamo sentiti rivolgere la domanda: «Questo non è il tuo posto. Che cosa ci fai qua?».
Sono qua perché amo questi miei fratelli e insieme con loro voglio fare un cammino di liberazione e comunicare una speranza. Ho ricevuto anch’io per grazia, da altri fratelli, una Parola che mi libera dalla paura e dalla schiavitù: «Anche dalla paura delle armi. e della violenza, signor colonnello!». Una Parola che mi fa sperare sempre, anche quando vedo distruzione e morte e il regno delle tenebre e della violenza prevalere
Voglio condividere questa Parola con altri e insieme con loro fare un cammino. C’è più luce, c’è più forza in questa Parola. Mi è stata data dai miei antenati, da una Chiesa, che è aperta a tutti, perché con tutti quelli che vogliono riconoscersi nel suo lieto annuncio, riscoprendo le tracce precedenti messe in loro dallo stesso Dio, insieme costruiamo un Regno.
Non me ne vanto di questa Parola, quasi l’avessi scoperta io. «Che cosa possiedi tu, che non ti sia stato donato?». La porto nel mio fragile corpo e più ancora nel mio cuore titubante e impaurito. E temo che sentendo il dovere di parlare e annunciare qualche volta, dopo aver tanto ascoltato, non venga io stesso condannato da questa stessa Parola.

Benvenuto Mendeni