Dalla fabbrica al Tchad (1)

 Chiesa ed evangelizzazione



Partii per il Tchad (Africa) dieci anni fa, portandomi dentro quanto avevo appreso in dieci anni di vita operaia. Mi erano chiare alcune scelte, alcuni atteggiamenti, direttive che mi avevano guidato e che avevo maturato durante questa vita di lavoro manuale.
Ho cercato di affidarmi a questi pur sapendo che il salto. culturale era grande, più di quello di entrare nel mondo del lavoro. Il problema che ho vissuto più drammaticamente e che fin dall’inizio sentivo come il punto cruciale con cui avrei dovuto confrontarmi è quello della “inculturazione”, non più questa volta nella classe operaia, ma fra persone e in un mondo che mi erano totalmente lontani ed estranei per il loro modo di vivere e concepire la vita, per la loro storia.
Portarmi quel bagaglio di idee non voleva forse dire porre dei presupposti, degli a-priori, che mi avrebbero impedito una conversione profonda, un’integrazione, che ritenevo il solo atteggiamento onesto, per poter dire qualche cosa nel nuovo ambiente? Riflettendoci bene capii che i valori che avevo appreso non mi impedivano l’apertura totale, la prontezza all’accogliere, la trasparenza. Perché quei valori, alla fin fine, parlavano di disponibilità e di dialogo, erano direttive che smantellavano il mio castello culturale, erano un manuale sul come svestirsi, sul come alleggerirsi per camminare più spediti incontro agli altri, fidandomi solo, un po’ come Abramo o i discepoli mandati in missione, di una promessa, di una Parola.

Come riassumere in poche parole questi atteggiamenti o valori? Cercherò di esprimerli fidandomi non solo di quanto ho maturato nella esperienza di fabbrica, ma anche di quanto ho chiarificato nei tanti convegni dei PO a cui ho partecipato, nelle conversazioni con i compagni di lavoro e con i PO con cui vivevo in comunità.
“Viverci dentro”: sono parole che esprimono certamente la ricerca di toccare la storia, di essere uomini e non solo “clero”, di condividere con altri la realtà quotidiana, ma anche il desiderio di incarnare la Parola (Fil.2). –
“Da dove parli?”: interrogativo che ci viene dalla classe operaia e che ci impone una risposta pronunciata più con “l’essere”, con il vestito di tutti i giorni, che con la funzione di cui ci siamo e ci hanno investiti. “Non sono un profeta di mestiere, né faccio parte di un gruppo di profeti” (Amos 7).
“Ascolta prima di tutto”: espressione di un riconoscimento che vi è una ricchezza umana e una storia operaia da assumere in noi stessi, ma anche espressione del credere che la Parola ci precede, perché “il vento soffia dove vuole” (Giov. 3,8).
“Una fede povera”: ricerca di una autenticità senza palliativi intellettuali: fede che si confronta con la realtà quotidiana. “Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe. Non dei filosofi e dei sapienti” (Pascal).
“Costruire dal basso”: sia la vita della comunità cristiana sia quella politica, poiché ogni uomo e donna, soprattutto i senza voce, hanno una dignità e un segreto da svelare, un talento da far fruttificare.
“Farsi conoscere”: vita povera, aperta, trasparente agli altri per mostrare ciò di cui vivo, non solo i miei valori e la mia fede ma anche la mia economia.

Come ho cercato di vivere tutto questo in missione?
Cercherò di raccontarlo descrivendo la vita che faccio e riflettendo su alcuni fatti. Sono il segno della mia buona volontà ma anche dei miei limiti e della mia mancanza di coerenza. Ma al di là di una valutazione moralistica e personale sulla mia vita in Africa, queste riflessioni vogliono mostrare qual è il vero problema quando ci si immerge nella cultura africana, le possibilità di realizzazione di quei valori che ho espresso sopra e i limiti, che per ora mi sembrano insormontabili e che si devono accettare.
Anni fa un libro di uno dei primi preti operai in Italia (Luisito Bianchi, Come un atomo sulla bilancia) si chiedeva se era possibile essere preti ed operai nello stesso tempo: la possibilità di un “trattino”: preti-operai. In un altro contesto vorrei esprimere un po’ la stessa problematica: è possibile essere preti-missionari: è possibile essere preti occidentali e vivere la cultura – vita africana?

 

“VIVERCI DENTRO”

 

Ho cercato di vivere nella cultura, nella realtà africana il più onestamente possibile cercando di condividere, più che potevo, la vita quotidiana di tutti, ma con molti limiti. La mia giornata di solito la passo nei villaggi che mi sono stati affidati, circa 65, interessandomi praticamente di tutto. Vivere nel villaggio come ospite significa vivere in pubblico, seduto sotto un albero, parlando con tutti, disponibile a tutto quello che capita. Non porto con me quasi nulla. Questo arrivare nel villaggio a mani vuote, facendomi mantenere, insomma, dalla gente di buona volontà (e lo sono tutti: chi non conosce l’ospitalità africana?) li ha scioccati un po’, abituati come erano a ricevere solamente, a vedere “il padre” appartarsi a mangiare i suoi cibi alla occidentale, a distribuire medicinali e andarsene il più presto possibile.

All’inizio pensai che avrei potuto fare un lavoro manuale, almeno per poter rispondere dignitosamente a quel capo villaggio che subito mi aveva chiesto quanti ettari di miglio avessi seminato e come potevo mangiare se non avevo coltivato nulla. Ma poi vidi che era praticamente impossibile. L’unica cosa che avrei potuto fare era l’agricoltore, non esistendo altri lavori. Ma così come sono strutturate oggi le missioni e l’incarico pastorale che ne deriva di tanti villaggi, dove esistono piccole comunità di catecumeni o cristiani appena formati, che a stento posso visitare due o tre volte all’anno, mi impediva di fare questa scelta. Il clima poi e la maniera di alimentarsi, più o meno abbondante ed “energetica”, abbandonata alle vicende del caso, non mi avrebbero permesso di tenere a lungo se avessi scelto questa maniera di vivere.
Questo girovagare continuo e questo soffermarmi a lungo nei villaggi mi ha permesso di entrare in sintonia profonda con questi miei fratelli e posso dire che ora mi trovo meglio in un villaggio africano che al mio paese. Mi sembra anche di avere capito e di apprezzare i valori più importanti per loro e di averli anche adottati.
Sento di amare questa gente e di essere anche contraccambiato. Non ricordo di avere avuto mai degli attriti e discussioni con nessuno. Parlo la loro lingua sufficientemente bene per farmi capire e per comprendere gli altri. Se questa è inculturazione, posso dire di essermi inculturato.
Ma vorrei qualche cosa di più. Infatti: posso dire di sentirmi uno di loro? (poiché penso che l’ìnculturazione dovrebbe arrivare proprio a questo). Direi proprio di no! Lo dico con grande amarezza. Non ho ancora capito se chiedo l’impossibile!
Constato ogni giorno, si può dire, i limiti invalicabili imposti all’amore che sento per tutti e che tende a rendersi uguali a coloro che si amano.
Non si può nascere una seconda volta: lo sapeva bene anche Nicodemo! Così pure non si può cambiare pelle, nonostante lo slogan di moda alcuni anni fa negli USA: “nero è bello”. Puoi essere un eroico amante dell’umanità o bruciare di amore per i fratelli, spinto da Dio; puoi provare i più lancinanti rimorsi per la tua cultura borghese e per l’eredità di una storia che ti sta alle spalle di negriero e colonizzatore: tu resti sempre te stesso e l’altro sempre l’altro.
Impossibilità metafisica, no? Evidente: da accettare con rassegnazione e con pace. Invece non è così facile riconciliarsi con il proprio invalicabile essere differenti. Questo sentirti chiamato dovunque “nasar” = bianco, provoca tensioni e ti rende sempre estraneo. Sei notato dovunque vada, peggio di un prete con la sottana. Fai scappare i bambini nei villaggi e fai sputare di traverso in segno di disprezzo gli islamizzati. Ad ogni occasione seria del vivere, come racconterò poi, vieni messo in disparte e percepisci che l’essere fratello è dettato più dal colore della pelle che dal sentimento.

Partendo sapevo tutto questo e pensavo che entro questi limiti ben precisi avrei potuto lo stesso operare un inserimento in profondità. Ricordavo San Paolo che si era fatto greco con i greci ed ebreo con gli ebrei. Avevo salutato la mia cultura con un addio, convinto come ero che dovevo vestirmi di altri pensieri, gusti, di modi differenti di valutare le cose.
Ora dopo tanti anni che cosa posso dire, quali sono i risultati di questo desiderio di inculturazione limitata? Un bianco in Africa è come un sughero: sta sempre a galla! Puoi immergerlo quanto vuoi, schizza sempre alla superficie. Andando in fabbrica si è come una spugna, che resta sempre se stessa, non si dissolve totalmente nell’acqua come il sale, eppure ogni cellula è imbevuta di acqua: assume quasi una seconda natura. In Africa non avviene così, ti senti sempre estraneo, convivi, un po’ come l’aceto che naviga sull’olio.
Gli ostacoli per una vera immedesimazione sono molti. Direi innanzitutto che il salto di cultura è troppo grande, più lungo del record mondiale del salto in lungo di Beamon, da venti anni imbattuto! Vi è poi la tipica mancanza di disponibilità africana a farti entrare nei loro segreti. Hanno tutti i diritti di comportarsi così: sono uno dei pochi elementi di fierezza che restano e unico bastione che resiste ancora un po’ di fronte all’invadenza della nostra cultura. Ciò non toglie che per questo ti senti sempre ributtato alla deriva mentre vorresti stare immerso in quell’acqua, in quella cultura. Sei sempre considerato un “koy” = gufo, tipico nome affibbiato con disprezzo a coloro che non hanno fatto l’iniziazione e che vengono sempre esclusi dalle discussioni quando c’è da decidere qualche cosa di importante nel villaggio. Quando sento il rombo che chiama gli iniziati al raduno mi nascondo anch’io, come le donne e i bambini, nella capanna, spengo la mia lampada a petrolio, ascoltando da lontano le voci concitate, e aspetto che tutto sia finito prima di farmi vedere in giro.
Vi è poi il senso di inferiorità che provano nei confronti della cultura dei bianchi. A causa di questo, a stento ci si apre ad un reciproco arricchimento, quasi loro avessero nulla da dare e da insegnare. La cultura africana ancora oggi si sente molto vulnerabile e fragile nei confronti della nostra e ci vuole molto tempo per vincere il timore e il pudore di chi si sente insicuro e indifeso di fronte alla nostra caratteristica aggressività culturale.
Una piccola comunità (7 battezzati e qualche catecumeno) mi chiamò un giorno per celebrare con loro l’eucarestia in occasione della morte di un bambino, figlio di un cristiano. C’erano dei problemi a proposito di questa morte: lo sapevo bene. Infatti qualche mese prima avevo cercato di salvarlo portandolo di corsa ad un dispensario lontano, ma più attrezzato (per modo di dire!). Arrivammo troppo tardi: il bambino era sul punto di spirare, venne salvato; ma da quel momento tirò avanti in uno stato di vita vegetativa. Si diffuse la voce che era un bambino “serpente”: titolo dato ai bambini che nascono con gravissime deficienze e che secondo la tradizione non si possono lasciare in vita, devono essere abbandonati in brousse, da dove si dice siano venuti. Il bambino non fu abbandonato, ma lentamente si spense. Colpa dei genitori? Mah! Prima dell’eucarestia la comunità cristiana si riunì per ‘discutere della questione con un esperimentato catechista venuto da un altro villaggio. Fui escluso dalla discussione. Sinceramente sentii la cosa come una coltellata allo stomaco! Ma rispettai questi loro sentimenti che erano pudore, voglia di segreto, senso di fierezza e mi tenni in disparte. Ma compresi chiaramente che per quanto amassi questi miei fratelli, per quanto facessi per identificarmi con loro, non ero ritenuto uno di loro.

 

“DA DOVE PARLI?”

 

Mi capita spesso di passare accanto alla cittadella dei bianchi: è l’apartheid più assoluto. Vi abitano un centinaio di famiglie dei tecnici francesi addetti all’industria del cotone. Villette confortevoli, immerse in un verde rigoglioso, tipico delle zone tropicali dove esiste l’acqua. Verde che fa da strano contrasto con il paesaggio bruciato e assetato dei dintorni dove sonnecchiano al sole opprimente le disordinate capanne della gente del luogo. Nelle notti, ambienti illuminati a giorno, avvolti dal fresco umido equatoriale: ovattati bozzoli di ricchezza. È un’oasi recintata da un’alta rete metallica, doppiata da una cortina di piante sempre verdi, che non lasciano intravedere nulla. I neri li non ci possono entrare, se non per servire!

Lo sanno tutti i miei amici, che io, che noi missionari, non siamo di quelli che abitano lì! Lo sanno bene che non sono qua per fare soldi né per fare ricerche antropologiche o sulle scimmie, unico resto di una fauna in altri tempi ricchissima. Eppure non tutto è chiaro ancora.
A un vecchio pastore protestante in pensione, mio grande amico, che viveva come un asceta in mezzo al villaggio e che era stato squalificato per aver cercato di far scendere dal cielo una Bibbia con mezzi troppo artigianali, chiesi un giorno come mai tanti protestanti cercassero di passare, da un po’ di tempo in qua, nella comunità cattolica e come mai facessi tanti proseliti. La risposta nella sua ingenuità fu di quelle che annullano una persona: “molti vengono da te perché tu hai la macchina”! La poveretta in questione è una vecchia Suzuki che mi fa imprecare come un facchino, ogni volta che mi metto in viaggio: cade sempre in panne. Se lo sapessero i giapponesi che i loro prodotti sono causa di conversione, chissà che “caroselli” ci farebbero!
Insomma, nonostante tutto, il mio parlare è sempre equivoco. Lo era quello di Cristo, che era ritenuto un beone e un mangione, figuratevi se non lo è il mio! Ci sarebbero da eliminare ancora molte cose per vivere secondo una vera glasnost! Sono sempre considerato un bianco e come tale pieno di soldi, che vengono ritenuti cadere dal cielo: che ne sanno loro dell’esistenza di una classe operaia? A questo proposito un vecchio, un giorno, vedendo un aereo passare nel cielo mi disse: “A voi bianchi Dio ha dato tutto!”. Si pensa che il bianco in ogni occasione e difficoltà se la può cavare con i suoi mezzi tecnici ed economici.

Il mio annuncio della Parola è fatto ancora con “potenza”, ma non quella dello Spirito. La mia razionalità superba e sicura sconvolge una cultura che è fatta di intuizioni millenarie, di istinti ancora genuini, costruita col cuore. Me ne servo ancora troppo di questa ricchezza e razionalità occidentali. Dall’alto di queste lascio cadere il mio verbo!
Il risultato è che, ancora troppo, diventare cristiani significa entrare a far parte del club degli illuminati, dei moderni, di coloro che sulla scia dei bianchi hanno capito chi è vincente nel gioco della storia. I cristiani: loro hanno capito come va il mondo oggi! Lo sussurrano spesso e nemmeno troppo sottovoce, i vecchi dei villaggi: la religione dei cristiani è la religione dei bianchi! Nessuno di questi viene alla missione, come si dice qua. E i musulmani hanno buon gioco a far sentire il loro credo come proprio degli africani.
I più giovani ritengono che ormai bisogna adeguarsi ai tempi e, mancando altre proposte concrete, cercano di entrare nella comunità cristiana. Se guardo l’elenco dei battesimi, da quando sono arrivato (400 battesimi in dieci anni), sono quasi tutti di giovani dai venti ai trent’anni.
Che fare per annunciare la Parola senza equivoci? Certo: si può fare molto di più per inculturarsi e credo che sia questa inadeguatezza la spina nel fianco che sente ogni missionario. Penso però che noi, estranei a tutto questo mondo, al di là di certi limiti non possiamo andare. C’è in più da farsi carico di tutta una storia di schiavitù e di colonialismo che fa da retroscena inavvertito ad ogni nostro agire e parlare. Se i primi cristiani si chiedevano come mai Cristo fosse venuto così tardi, qui invece ci si chiede, inconsciamente, ma qualcuno lo ha detto anche esplicitamente: come mai siete venuti solo al seguito dei colonizzatori e non prima?
Forse l’unica soluzione è un clero africano o, meglio ancora, una comunità non strutturata clericalmente dove il Vangelo diventa loro espressione.
L’unica cosa che mi incoraggia in questo tempo e che mi dà la forza di sostenere l’equivoco, è che in fondo metto il Vangelo nelle mani di questi fratelli. È un Vangelo sporco, imbrattato dai miei limiti, dal mio peccato, dalla mia cultura. Ma se saranno capaci di leggerlo, di interpretarlo, di farlo loro, questo da solo sarà capace di togliere gli equivoci, di sollevare la polvere di eredità secolari. Saranno capaci di criticare anche colui che lo ha annunciato loro, con un vivere che lo ha rivelato, ma anche velato!

Benvenuto Mendeni