Dielle story / Schiavitù a due passi da Milano

Ho ritagliato alcuni frammenti di un’intervista a un operaio, datata 1° settembre 2014. Siamo a Pioltello, 5 km fuori Milano in direzione Venezia. L’operaio intervistato parla al passato, perché la lotta aperta insieme ai suoi 60 compagni si è conclusa con il licenziamento di tutti… Quasi tutti sono stranieri, in maggioranza africani francofoni, neri di pelle… Tutti dipendenti di una falsa cooperativa che ha in appalto il riciclaggio di materiale plastico dentro un’azienda familiare che, dopo aver concordato un nuovo appalto con una nuova falsa cooperativa, è tuttora in piena attività.

 

Il padrone girava tutto il giorno con la bicicletta nei reparti a guardare, a urlare contro gli operai anche quando non c’era motivo, a accusarli anche ingiustamente; e i lavoratori dovevano fare i conti continuamente con la sua cattiveria. Anche se i lavoratori in appalto dovrebbero rispondere non al padrone della ditta, ma a un capo scelto dalla cooperativa.

Un episodio può dimostrare che tipo è: durante la nostra lotta noi eravamo tutti fuori dal cancello. Un giorno un ragazzo ha detto qualcosa contro di lui. Lui è uscito e l’ha buttato a terra e poi gli dava calci e pugni. Al pronto soccorso gli hanno dato 10 giorni. C’erano i carabinieri, che hanno visto tutto ma non si sono neanche mossi.

Si lavorava 24 ore su 24. E la notte lì dentro è durissima. Alla mattina capitava spesso di trovare un muletto guasto o qualche tubo rotto. Allora saltava fuori il peggior razzismo: “Negri di merda! Pezzi di merda! Guarda cosa fanno, non capiscono un cazzo!”. Quella era la cosa più bella che diceva. E io volevo dirgli: noi non capiamo un cazzo, ma tu stai diventando ricco col nostro lavoro; e a noi stai dando solo le briciole…

In più affittava agli operai le sue case (ce ne ha almeno 20 nei paesi intorno) a 700 euro al mese, proprio come la nostra paga: 700 euro al mese, sì. Loro ce la fanno perché si mettono insieme in 4 o 5. E non è che affitta solo a quelli di cui si fida: perché se tu non paghi, lui recupera i soldi dal “nero” che ti deve: tutti lì dentro hanno del nero nella paga: qualche straordinario, qualche giorno in più…

Lì dentro si vedevano troppe cose storte: per esempio c’erano due grandi vasche per il lavaggio del materiale che si intasavano continuamente, perché non c’era il tempo per riparare le coclee che sul fondo della vasca si bloccavano: e allora toccava agli operai svuotare le vasche: tutto il giorno senza indumenti adatti, là dentro a tirar fuori plastica e fango, che buttavano un odore insopportabile. Ma questa è la più becera delle schiavitù!

C’era anche il problema dei cessi: per i ragazzi che lavorano ai nastri trasportatori c’era un cesso unico. Ammesso che ti lascino andare, c’è un bagno solo, con una telecamera e un solo rubinetto di acqua fredda. Prova tu a lavarti le mani al gelo d’inverno, quando ci sono 10 gradi sotto zero! A 300 metri di distanza ci sono altri 6 bagni: ma tu non puoi andare là, perché se ti vedono con la telecamera, sono cavoli tuoi…

Perché c’è solo una pausa di mezz’ora dalle 10.30 alle 11: si mangia, si piscia e si fa tutto, secondo loro. Ma se uno ha il mal di pancia, potrà pure andare in bagno, no? “No, no, è perdere tempo! Perché andate in bagno?”. E se vai in bagno e c’è dentro un altro, devi aspettare; ma arriva il padrone che ti minaccia di mandarti a casa perché hai perso tempo e non lavori. C’è stata la volta che uno di noi ha perso la pazienza e gli è corso dietro per menarlo; si è poi beccato 10 giorni di sospensione.

Non ci dava neppure gli indumenti per proteggerci dal freddo. E lì si lavora all’aperto, o dentro un capannone che non ha riscaldamento. Per fortuna l’inverno passato non è stato freddo. Gli altri inverni invece eravamo in giro per la fabbrica a cercare di coprirci. Un anno sono arrivati dall’Enel i vestiti dell’anno precedente, che venivano buttati come stracci. Un’ altro anno quelli dell’Arpa, l’Agenzia regionale per l’ambiente.

L’azienda ritirava questi vestiti di scarto e li imballava come stracci. E noi tutti, allora, a vestirci Enel o Arpa, anche se il padrone si metteva a gridare: non prendete niente, lasciate stare la roba!

Neppure la pasta per lavarci le mani ci lasciava. Non è neppure un diritto, è una cosa elementare che ti devono dare il necessario per un lavoro così. Alla sera arrivavi alle 8, avevi le mani nere e dovevi lavartele con il diluente, oppure come facevo da bambino con olio e segatura, almeno per arrivare a casa. E mia moglie mi sgridava sempre: ma non andare più da quei barboni lì!

Di infortuni ne sono successi tanti. Ma le ambulanze non le facevano neanche entrare, perché se entravano avrebbero dovuto fare un rapporto. Essendoci una cooperativa falsa, non c’era presente un responsabile della cooperativa che si sarebbe assunto la responsabilità in caso di infortunio e avrebbe ottenuto comunque la copertura dell’assicurazione Inail. Siccome però non c’era nessun responsabile della cooperativa, all’infortunato dicevano: non dire che ti sei fatto male qui, di’ che sei caduto in bici.

Però una sera – stavo per andare via – sento gridare: un operaio si è fatto un brutto taglio in una mano. Lo prendo io, gli metto uno straccio qualunque per frenare il sangue (di materiale di pronto soccorso non ce n’è, non c’è niente, neanche l’alcool… se ti fai male, cavoli tuoi!), lo porto in ufficio e dico: chiamate l’ambulanza, così lo portano al pronto soccorso e gli danno qualche punto.

Ma il padrone si è messo a gridare: no, no, io non c’entro niente, chiamiamo la cooperativa! Soltanto dopo un’ora – e intanto l’operaio sanguinava e soffriva – è arrivato il capo della cooperativa per portarlo all’ospedale; almeno quella volta l’infortunio è stato riconosciuto.

Tre anni fa c’è stato pure il morto. Il povero Michele era spinto a fare tante ore di lavoro perché stava costruendosi una casa in Romania. Il giorno prima della morte aveva fatto 16 ore e quindi non era così lucido… Quel giorno si è bloccato il mulino e hanno ordinato a lui di riparare il guasto, anche se un intervento del genere non rientrava nelle sue competenze. Lui ha sbagliato operazione e sulla sua testa è piombato dall’altezza di quattro metri un nastro trasportatore che l’ha ucciso, anche perché lui era senza casco e non c’erano protezioni.

Qui abbiamo a che fare con dei criminali, gente che non gliene frega niente di te anche se tu vieni schiacciato da un muletto. Non sono pochi quelli che lì dentro si sono rovinate le gambe sotto le ruote di un muletto. Ed è sempre colpa loro, secondo il padrone. Uno ha perso una gamba e aveva diritto all’invalidità, che però gli hanno riconosciuto a metà perché risultava assunto part-time: lui faceva 10-12 ore al giorno, ma non sapeva di essere assunto part-time.

La cooperativa poi ti rubava i soldi. Come? Tu dicevi: “io ho lavorato 21 giorni”.

No, tu ne hai lavorati 20. E vabbè, dai, il prossimo mese ci mettiamo a posto”. E poi quella giornata non te la pagava. Ma un giorno di lavoro per 60 persone fa almeno 3 mila euro. È così che il titolare della cooperativa, che è imparentato stretto con il padrone dell’azienda (è il suocero della figlia del padrone), si è comprato una villa in Sardegna; gliel’ha venduta il padrone stesso, che in Sardegna si è già fatto 4 ville.

Ma tutti i suoi soldi escono dal lavoro di questi “negri”…


Fattacci da terzo mondo alle porte di Milano, insomma.
60 operai in lotta, per 5 mesi in presidio fuori dei cancelli, 60 licenziamenti. Hanno osato rivendicare il rispetto del contratto nazionale su salari, salute e sicurezza, niente più!

Nel mesi centrali della loro lotta, sono riusciti ad incontrarsi regolarmente in assemblee nelle quali decidevano assieme cosa fare per tenere viva la lotta; e – meraviglia! – gli interventi in quelle assemblee erano sempre numerosi (certamente più numerosi degli interventi che si facevano alle “nostre” assemblee di fabbrica negli anni belli!); ricordo alcuni di quegli interventi, di una semplicità e di una determinazione tali da far accapponare la pelle.

Alle loro assemblee, come ai loro presidi, intervenivano attivamente non pochi “solidali”, compagni cioè di altre imprese o abitanti del territorio attorno. In una delle assemblee a cui sono riuscito a partecipare, Lidia, una compagna sulla sessantina che fin dall’inizio ha seguito la lotta, e gli operai ormai la chiamano “mamma” (potrebbero essere quasi tutti suoi figli, infatti; e la trattano affettuosamente come tratterebbero le loro madri, che sono lontane migliaia di chilometri da qui)… Lidia dunque conclude così un suo breve intervento: “ragazzi, io vi voglio bene!” Applausi, naturalmente, mentre Lidia – ma non solo lei – ha i lucciconi.

Naturalmente questa storia non si è chiusa con i licenziamenti. Ci sono stati presìdi giorno e notte, sotto gli occhi di polizia e carabinieri presenti in forze; ci sono state manganellate e arresti; ed ora ci sono ricorsi in tribunale che chissà quando finiranno. Ma ormai i nostri 60 licenziati sanno benissimo che in quella fabbrica nessuno di loro rientrerà. Il loro posto è già occupato da altrettanti migranti subentrati a loro con un’altra cooperativa. I quali però, grazie a questa lotta potranno godere del minimo sindacale e di qualche briciola in più di garanzie. Piccola prova che lottare per la giustizia non è mai inutile…

È il “sistema delle cooperative” che questa lotta e tutte le lotte che stanno scoppiando nel settore della logistica dovrebbero far “saltare”… Le cooperative, quelle “vere”, erano costituite da soci che eleggevano tra loro un presidente; in quelle “moderne”, cioè false, il presidente in realtà è il proprietario, mentre i soci-lavoratori sono in realtà lavoratori dipendenti: si tratta di false cooperative, consentite da una recente legislazione, che è poco definire oscena. Legislazione che poi non viene neppure rispettata, e che puzza spesso di mafia…

(a cura di Luigi Consonni)