Serve un prete in fonderia?

Progetti ecclesiali


L’ultimo documento dei vescovi che traccia il cammino pastorale della chiesa italiana per i prossimi due anni, ”Comunione e comunità missionaria”, mi è stato di stimolo per una ulteriore riflessione sulla mia esperienza di prete operaio.
Fui mandato, non ancora prete, dal vescovo Biancheri, nell’ottobre del 1972, a vivere una particolare presenza nel mondo del lavoro condividendo pienamente il lavoro in fabbrica.

Un modello in crisi?

 
 

Ma oggi ha ancora senso questo tipo di condivisione? Non è preferibile utilizzare i preti in una attività pastorale più chiaramente ecclesiastica? Non è tempo perso per un prete passare la giornata in fonderia? E poi con quali risultati?
E’ inutile negarlo: il modello di prete che oggi si sta facendo strada è molto diverso da quello degli anni settanta. Nei seminari si tende ad educare un prete del culto e della vita intraecclesiale, preoccupati che non si sporchi troppo le mani negli impegni del mondo; anche la carità è vista, a volte, in funzione proselitistica e non come reale servizio. Per la verità il Concilio afferma che il primo compito del sacerdote è la testimonianza della Parola di Dio; poi viene quello dell’amministrazione dei sacramenti ed infine la gestione della comunità. Spiega padre Chenu, nella prefazione al mio libro (Solidarietà & Lavoro, ed. Solidarietà, 1986):
“La testimonianza della Parola, anche senza gli altri due aspetti, realizza la verità intera del sacerdozio. Testimone di Cristo, il prete operaio è integralmente prete, anche se non di sacramenti. Ero presente al Concilio durante il dibattito su questo tema. Le discussioni furono molto accese, ma alla fine emerse questa linea”.
Ho partecipato nelle settimane scorse ad una cena di amici preti, occasioni purtroppo non frequenti, ma ritempranti la comunione presbiterale. Ascoltavo con profonda gioia interiore, non senza una punta di ammirata invidia, il racconto dei risultati pastorali dei miei amici: affollati incontri di riflessione biblica, prolungate assemblee di preghiera, evidente cammino di fede delle persone loro affidate. Ho provato a chiedere, un po’ inopportunamente: “C’è qualcuno che si impegna anche socialmente, che perde un po’ di tempo nel sindacato?”. Ma è poi così importante? E’ sembrata essere la silenziosa risposta.

Il mio sudore in quel calice

 
 

A volte, quando non posso partecipare alla messa sacerdotale del giovedì santo perché trattenuto in fabbrica, mi domando che modo di fare il prete è il mio. Eppure tento di rispondermi che se riesco a mescolare qualche goccia del mio sudore al sangue di Cristo, se vivo il caldo e polveroso pomeriggio di lavoro con il pensiero rivolto al pomeriggio del venerdì santo, se supero la mia solitudine paragonandola a quella del Cristo, penso di realizzare il mio sacerdozio.
L’esperienza del prete operaìo non è molto gratificante: circondato di benevola incomprensione da parte dei confratelli; in irriducibile rapporto dialettico con i compagni di lavoro; culturalmente demotivato dai non frequenti successi pastorali; umanamente e spiritualmente condizionato dall’ambiente di lavoro (per il corpo la fabbrica non è come lavorare in una farmacia e per l’anima non è come fare il cappellano in un convento di monache); il prete operaio viene a trovarsi nel crogiuolo di più fuochi: mandato per rendere presente la chiesa nel mondo del lavoro, si trova di fronte la pregiudiziale ostilità dei compagni di lavoro; desideroso di far conoscere in ambito ecclesiale i valori presenti nel movimento operaio, si scontra con la resistente impermeabilità dei fratelli di fede; annunciatore autorizzato della Parola di Dio, deve più frequentemente parlare di problemi di lavoro; uomo di pace, passa la sua vita in mezzo a mille conflitti; testimone dell’Assoluto, è continuamente immerso nel relativo; ordinato per essere guida di una comunità, vive nella solitudine e nella ostilità fuori e, a volte, dentro la chiesa.

Il garzone del Regno

 

Nella logica del Regno non sempre chi raccoglie è lo stesso che ha seminato. Ma prima ancora di seminare occorre aver arato e, prima ancora, bisogna aver distribuito il letame che in precedenza qualcuno deve aver preparato. Nelle vecchie famiglie contadine c’era il “garzone di stalla”: aveva il compito, fra gli altri, di ammucchiare la paglia utilizzata dalle vacche con i loro escrementi solidi e innaffiarla ripetutamente con i liquami della stalla che venivano raccolti in una vasca, perché il letame divenisse più buono per essere portato nei campi.
Il garzone a tavola era l’ultimo ad arrivare ed il primo ad alzarsi, sedeva vicino ai bambini, veniva servito per ultimo, spesso dormiva nel granaio, non era mai consultato per le decisioni della casa. Nei giorni di festa in piazza e all’osteria restava “il garzone”; al servizio militare non faceva carriera e la sua più alta aspirazione poteva essere quella di fare l’attendente a qualche graduato scapolo.
Ci si ricordava di lui solo quando, nella distribuzione del letame si trovava qualche pugno di paglia non ben infradiciata: tutti, allora, si sentivano autorizzati a dargli addosso. La paga era sempre la stessa: mezzo sacco di grano alla fine dell’anno. Eppure il suo lavoro era indispensabile, se a giugno si voleva fare un raccolto abbondante.
Il documento dei vescovi scrive che occorre annunciare il Vangelo in atteggiamento di dialogo e attenzione verso tutti, promuovere i valori del Regno; e la chiesa, come ha fatto Cristo, deve “saper chinarsi sull’uomo contemporaneo minacciato da tanti mali di ordine spirituale e materiale; fare strada in compagnia con lui, caricandosi dei suoi problemi, istanze e bisogni”.
Forse nella chiesa c’è ancora posto anche per i “garzoni di stalla”.

Renzo Gradara



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