500 anni di resistenza

Nord – Sud


Mentre questo numero era in gestazione, Cesare era in partenza per San Salvador, dove si fermerà tre anni come aiuto al parroco salvadoregno nella parrocchia di San Roque, la parrocchia nella quale lui stesso ha fatto il parroco nel passato per circa un anno. Gli abbiamo chiesto se poteva scriverci dei “500 anni di resistenza”; e sapendo che, arrivato là, non avrebbe più avuto fiato per farlo, lo abbiamo invitato a scrivere mentre sorvolava l’oceano, proprio pochi giorni prima del compimento dei 500 anni.
E lui ci ha presi sul serio …



Notte tra il 7 e l’8 ottobre ’92

Sorvolando l’Oceano, dislocando in altro luogo di resistenza …


La lunghissima notte sorvolando l’Atlantico da Est a Ovest, notte più lunga di sette ore, permette ed obbliga a tante riflessioni.
Quello che più mi ritorna in mente è il “per cosa” di uno dei dieci gruppi di salute di San Roque, nella periferia della metropoli salvadoregna. Lo ritrascrivo dai testi della valutazione / progettazione / programmazione dei gruppi del luglio ’92:

 

Para que el destino y la historia
que se nos ha empuesto sea revertido,
y poder transformar
el rostro de la muerte a la vida,
con nuestros instrumentos, medios,
partiendo de la realidad,
haciendo uso de la ciencia y profesionalidad.

 

Sea revertido el destino: vedere fino a che punto è possibile definire per se stesso, per gli altri, per il proprio popolo, un destino differente da quello che altri hanno imposto. Mi viene in mente la storia del Nicaragua. Era questo ciò che si diceva: vedere fino a che punto …
Poder transformar el rostro de la muerte: poter trasformare il viso della morte in viso della vita. Mi viene in mente una delle “leggi” che ci siamo dati in San Roque all’inizio di quest’ anno: riempire le strade con il sorriso vero dei bambini.

Dappertutto, nel mondo, ci sono nuclei di resistenza.
Sciopero degli indios, negri che da anni lottano per un minimo di diritti, gruppi che si organizzano per sopravvivere anche nelle condizioni più dure, operai in Italia che in ogni fabbrica cercano di riorganizzare un minimo di resistenza… gruppi di ogni tipo.
Mi viene in mente la manifestazione del 23 settembre a Milano: per ore ho visto sfilare decine di migliaia di persone in uno spezzone del corteo ed osservavo attentamente gli striscioni: oltre ai gloriosi ed anneriti striscioni delle fabbriche, altri striscioni nuovi di fabbrichette, di gruppetti di quartiere: casa della donna maltrattata, diritti per immigrati, gruppi dei diritti alla salute…
E mi vengono in mente le transenne di Roma per frenare la massa che in qualche modo vuole non lasciarsi definire.
Resistenza.
 
Questa mattina alle 7, dopo l’ultima Messa concelebrata con Luigi, Sandro e Biagio, sono andato a farmi un lento giro nel quartiere in cui ho abitato per dodici anni.
Lentamente osservavo finestre, volti, muri, negozi… Era l’ora in cui – ricordo – tornavo in quartiere dopo il turno di notte ai forni.
Ho voluto rigustare tutta la tristezza e stanchezza di quei ritorni, perché la mia scelta allora era stata di prendere, come punto di osservazione della realtà, il turno di notte in fabbrica.
Da allora ho sempre conservato questo punto di osservazione. Da lì le cose si osservano meglio. E, come allora, oltrepassavo con lo sguardo le pareti, le finestre, i volti, e cercavo di guardare dentro ….
E mi sforzavo di osservare e meditare sulla fatica, sulla lotta per vivere, che ogni proletario ogni giorno ed ogni notte deve compiere. Ogni situazione che il proletario vive contiene in sé una oppressione: questo era lo slogan dell’intervento in quartiere.
Oppressione di cui non si ha piena coscienza, o non si ha coscienza, o si ha falsa coscienza …. Oppressione che modifica lo psicologia dell’oppresso …. Oppressione a cui ogni proletario risponde a suo modo: arrangiandosi, delegando, ruffianandosi… lottando… Si trattava di scoprire/svelare l’oppressione, cercare di decifrarla, cercare di inventare una risposta più attiva e porla in cammino…
Quante cose sono avvenute in questi dodici anni in quartiere! Così meditavo questa mattina nel mio lento camminare.
Ed in questi dodici anni c’è stato l’intermezzo in Salvador.
Nella periferia urbana metropolitana ho osservato le cose come nel mio quartiere…
Ed ho visto che erano le medesime: con dimensioni differenti, causate da meccanismi forse in parte differenti, ma sempre provocati dalla medesima logica del capitale monopolistico.
E nella resistenza a queste oppressioni ho trovato i medesimi ‘verbi’ di resistenza che avevamo messo a fuoco qui:
descubrir
– decifrar
– articular
– poner en marcha.
Erano verbi del grande poeta comunista salvadoregno Roque Dalton, ucciso dai suoi compagni …per differenza di idee.

Qui e là, resistenza all’esterno ed all’interno: lotta esterna e lotta interna.
 
È stato a questo punto che avevo scoperto che quando si parla di Nord e Sud del mondo occorre stare attenti. Altrimenti ci si lascia prendere da sensi di colpa.
Occorre riconoscere la diversità di dimensioni ed in parte anche di meccanismi di sfruttamento, occorre riconoscere la diversità delle conseguenze, però occorre anche capire che la lotta è una sola: quella per la sopravvivenza del pianeta .
E che i proletari e i poveri che lottano qui e là, nel Nord e nel Sud, stanno conducendo una lotta sola…
Questo dislocamento mio in Salvador vorrei che avesse, questa volta, questo significato: non più di restituzione solamente o di solidarietà Nord/Sud, bensì un significato di unire lotte lontane ma simili…
Resistenze nelle varie parti del mondo, unitevi!
 
E da ultimo mi vengono in mente le lotte della storia, le lotte di resistenza. Mi vengono in mente tutti coloro che sono stati uccisi per la resistenza, in Italia e nel mondo, tutti quelli che sono stati torturati, emarginati, licenziati, imprigionati…
I morti del Salvador, innanzitutto. Con tutte le violenze che molti conoscono.
Ma poi tutti quelli della storia e del mondo.
Ho appena finito di leggere un libro: La partenza dei musicanti, di Per Olov Enquist, ed. Iperborea 1992. Un libro ambientato nel Nord della Svezia. L’autore ricostruisce, sulla base di documenti reali, testimonianze ed aneddoti familiari, il nascere ed il morire delle prime associazioni operaie, la timida adesione ai primi scioperi, il lento e faticoso farsi strada di una coscienza politica nei contadini e negli operai delle segherie di quella terra delle tenebre, dove giunge per la prima volta la “buona novella” del socialismo, scuotendo con il doloroso travaglio delle idee nuove l’equilibrio di secoli di immobilismo, di oppressione, di miserie e ingiustizie accettate con religioso fatalismo.
Vorrei unirmi a tutti quelli che hanno resistito nei secoli, dall’estremo Nord all’estremo Sud… Vorrei immettermi in questo fiume di resistenti che attraversa e dà vita alla storia… Senza di essi la storia non avrebbe senso per me. Non mi interesserebbe. E vorrei recitare quella preghiera dal titolo:
 

PIETÀ L’È MORTA
 
“Il vostro sacrificio compagni
non è stato inutile.
Noi continueremo a lottare,
distruggendo tutto quello che i padroni
ed i loro tirapiedi
hanno inventato per incastrarci:
le loro leggi,
il loro esercito,
i loro magistrati,
i loro poliziotti,
le loro galere,
le loro scuole
ed i loro seminari.
Tutte le loro favole da piangere
scritte apposta per noi.
Pietà l’è morta”.

 

Stiamo arrivando a Curaçao, l’isola delle Antille olandesi, ancora oggi colonia olandese.
Ormai sono dall’altra parte del mondo. Nostalgia, speranza, paura…
Per l’ennesima volta mi ripeto una poesia di Bertolt BrechtVorrei che il finale di essa sia il legame che ci unisce:

 

LA GRANDE QUERCIA

 

“No, non dobbiamo mollare, compagni,
no, non stiamo perdendo;
no, non siamo soli a lottare:
c’è tutto un mondo con noi,
il mondo dei morti di fame,
il mondo dei servi,
dei negri di sempre,
degli sfruttati, però … coscienti!
…E le piccole piante del mondo vedranno finalmente il sole!”
 


Cesare Sommariva



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