Commento ai testi del Vangelo di Luca

Il Vangelo nel tempo (1)


Riporto il commento ai brani del vangelo di Luca, previsti dalla liturgia romana nelle quattro domeniche dello scorso febbraio. Questo servizio mi è stato richiesto per essere pubblicato sul sito “Vita cristiana” delle Acli Nazionali. Mi sembra che siano utili anche nel contesto della nostra rivista

Roberto Fiorini


Luca 4, 21-301

Per comprendere il testo evangelico di questa domenica ritengo utile un accenno all’immediato contesto letterario. Nel battesimo di Gesù si narra la discesa dello Spirito Santo e la voce dal cielo: «Tu sei il mio Figlio diletto, in te mi sono compiaciuto». Segue la presentazione della genealogia di Gesù che risale sino ad Adamo chiamato «figlio di Dio». Un abbraccio che include tutta l’umanità. Poi «Gesù, pieno di Spirito Santo fu condotto dallo Spirito nel deserto». Le tentazioni demoniache iniziano con le parole: «se tu sei figlio di Dio…» con il rifiuto di Gesù di interpretare la propria vita in termini di potere a proprio vantaggio. Torna in Galilea “con la potenza dello Spirito” e inizia la sua missione insegnando nelle sinagoghe.

E veniamo alla narrazione del suo ritorno a Nazareth. La prima parte l’abbiamo ascoltata domenica scorsa. Si alza nella Sinagoga e dal rotolo di Isaia sceglie il passo che dice: «Lo Spirito del Signore è sopra di me…» ed enuncia l’adempimento della scrittura nella sua persona che agisce a favore dei poveri, dei prigionieri, ai quali annuncia la liberazione, dei ciechi, degli oppressi, da rimettere in libertà… «E’ veramente il “Manifesto” di Gesù: la salvezza promessa di Dio è oggi presente nella sua persona» (Fabris). Nel suo «oggi» avviene l’oggi di Dio che si adempie in Lui e che permane oltre la sua vicenda storica come Luca narrerà negli Atti degli Apostoli, per l’azione dello stesso Spirito del Signore.

Ma ecco la domanda che sorge dagli ascoltatori: «non è Costui il figlio di Giuseppe?». Loro lo conoscono bene, l’avevano visto crescere in quella sua esistenza normale e quotidiana, durata tanti anni. Più o meno i nove decimi della sua vita. Luca sottolinea la meraviglia diffusa dinanzi alle sue parole. A tutta prima parrebbe un’accoglienza buona. Ma come mettere insieme la novità assoluta che Lui testimonia, e il loro mondo, gli schemi familiari, le relazioni tra compaesani, gli interessi comuni, la loro stessa vita religiosa, visto che si era nel culto della sinagoga? Matteo e Marco che narrano il medesimo episodio parlano apertamente di scandalo, cioè di ostacolo insuperabile nel combinare la sua origine familiare con la pretesa messianica da Lui avanzata.

In Luca è Gesù che interpreta e rivela il sentire profondo di quell’assemblea carica di stupore: «Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafarnao fallo anche qui, nella tua patria». Come dire: opera qui da noi, sii un valore aggiunto a Nazareth, alla tua patria. «Tu, figlio di Giuseppe, sei dei nostri». Dunque un tentativo di cattura, di appropriazione, che si colloca totalmente fuori dalla logica ampia e universale delle parole di Isaia delle quali Gesù annuncia il compimento nell’oggi della sua persona.

Se è così, allora il richiamo ai due antichi profeti diventa una provocazione terribile. Elia ed Eliseo, in tempi lontani furono strumenti dell’azione di Dio a favore di due stranieri pagani, un uomo siriano lebbroso e una donna vedova alla fame assieme a suo figlio, che abitavano in territorio della Fenicia. Con questi richiami Gesù allude all’ampiezza della sua missione e l’autore Luca, che scrive in tempi nei quali l’Evangelo si era diffuso ben oltre il territorio palestinese, rafforza questo orientamento che pure aveva incontrato pesanti ostacoli.

Il tentativo di linciaggio è la reazione comprensibile di una comunità chiusa in sé dinanzi al rifiuto di Gesù a ridursi nell’integrazione pretesa ed è l’anticipazione dell’esito a cui andrà incontro con la parola e l’azione messianica nel suo esodo a Gerusalemme. Dinanzi al blocco del rifiuto, Gesù si rimette in cammino passando in mezzo a loro.

Per concludere due sottolineature per noi:

Il rischio di includere Gesù e il suo messaggio in un circuito mentale e organizzativo che ponga noi, le nostre logiche e i nostri obiettivi al centro, è sempre attuale. Pensiamo ad esempio a quelle forme di rivendicata identità, che sfrutta i simboli tradizionali (crocifisso, presepio ecc.), contro gli altri. Svuotandoli in tal modo del loro messaggio salvifico universale e inclusivo

L’oggi di Dio che comincia a compiersi nella persona di Gesù con la forza dello Spirito del Signore è ancora attivo nel corso della storia. L’oggi di Dio diventa il nostro oggi da riempire con l’ispirazione e la prassi messianica. Il nostro cervello e le nostre mani sono necessari per il compimento dell’opera che Gesù ha svelato a Nazareth e che attraversa tutta la storia umana.


Luca 5, 1-112

Dopo la rivelazione e il durissimo scontro nella sinagoga di Nazareth, Luca, seguendo il tracciato del vangelo di Marco, presenta l’agire messianico di Gesù nella città di Cafarnao. Insegna con autorità, ma non si accenna ai contenuti della predicazione. Ci presenta, Invece, il suo agire liberante: nella sinagoga di sabato libera un uomo dominato da poteri demoniaci, nella casa di Simone guarisce dalla febbre sua suocera, al tramonto del sole una folla di malati e posseduti trovano in Lui l’aiuto desiderato. Al mattino presto si reca in un luogo deserto a pregare. Lo cercano, tentano di trattenerlo, ma Lui deve proseguire il suo cammino con la predicazione nelle sinagoghe.

Nel testo che leggiamo oggi, però, cambia lo scenario. Siamo all’aperto, in riva al lago di Gennèzaret, fuori dai luoghi di culto: dove la gente lavora, si rifornisce di cibo, si incontra. Un luogo aperto a chiunque. La folla si riunisce per ascoltare Gesù, dinanzi al panorama del lago. La gente lo pressa, addirittura lo sommerge, tanta era la calca. Accanto c’erano due barche ormeggiate, con i pescatori che lavavano le reti dopo una notte di fatica senza risultato. Sale sulla barca di Simone, che già conosceva perché era stato suo ospite, e da quel pulpito inizia il suo insegnamento. Anche in questa narrazione non si fa cenno ai contenuti del suo annuncio. E’ l’agire di Gesù che viene collocato al centro. Simone è comunque pienamente coinvolto perché è dalla sua barca che Gesù parla, particolare non casuale nella sequenza narrativa. Infatti, terminato l’insegnamento alla folla, si rivolge direttamente a lui dicendogli di prendere il largo e di lanciare le reti per la pesca. Simone fa presente di aver lavorato inutilmente tutta la notte, e aggiunge «ma sulla tua parola getterò le reti». Elemento da sottolineare è la fiducia di Pietro nella parola di Gesù e l’adesione, nonostante il momento della giornata non fosse il più favorevole. Il risultato è straordinario: le due barche a mala pena riescono a galleggiare per il carico di pesci. Dinanzi all’evento, lo stupore è generale, ma ora c’è Pietro al centro della scena. Si inginocchia di fronte a Gesù: «Signore, allontanati da me, perché sono un peccatore». Ora è la sua soggettività che è pienamente coinvolta, svelata ai propri occhi e afferrata da qualcosa di nuovo che sta accadendo. Percezione della distanza dinanzi a Colui che comanda all’abisso: scoprirsi peccatore rispetto al Santo (lo chiama Signore) di cui percepisce la presenza. La dinamica è analoga a quella che troviamo nel libro di Isaia. Nel tempio di Gerusalemme, dinanzi alla proclamazione del tre volte Santo, tanto da sentirne la presenza, la reazione prima del profeta assomiglia a quella di Pietro: «Ohimè sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure, io sono». C’è bisogno di un intervento esterno rispetto al soggetto. Con Isaia avviene la purificazione delle sue labbra, per Pietro c’è la rassicurazione perentoria, quella che apre al futuro: «Non temere!». Luca aveva utilizzato questa espressione in momenti di assoluto rilievo: nell’annunciazione a Maria e nella rivelazione ai pastori, invitati ad andare a vedere il segno, il bambino avvolto in fasce. Anche nell’Antico Testamento troviamo il «non temere» come sigla di Dio alla quale segue qualcosa di importante che comincia. E cosa inizia per Pietro? «D’ora in poi sarai pescatore di uomini». Il testo letterale dice: «D’ora in poi prenderai vivi gli uomini» cioè li strapperai dall’abisso, dal potere della morte. Può essere di aiuto il salmo che troviamo nel libro di Giona, scaricato dalla nave e solo in mezzo al mare: «Le acque mi hanno sommerso fino alla gola, l’abisso mi ha avvolto…ma tu hai fatto risalire dalla fossa la mia vita, Signore, mio Dio».

La grande pesca miracolosa diventa la figura dell’opera indefessa che riguarda l’umanità intera, la mission di Gesù alla quale aggrega Pietro e gli altri soci di Simone. «Tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono».

I tre vangeli sinottici riportano l’episodio agli inizi dell’attività pubblica di Gesù connessa alla chiamata dei primi discepoli. Giovanni lo presenta nel capitolo finale: anche qui notte di fatica inutile. Solo sulla sua parola la pesca diventa fruttuosa: pescare uomini/donne allo scopo di salvare le loro vite.

Che ci dice questo vangelo? In particolare la parola di Gesù: «Prenderai vivi gli uomini». Ci potrebbero essere vari sviluppi. Ma oggi occorre fissare l’attenzione su quanto avviene nel nostro mare, dove migliaia di persone chiedono aiuto. Ricordo un evento tragico tra i moltissimi che in questi anni sono avvenuti. Il 18 gennaio scorso, 117 migranti, tra cui donne e bambini, al largo di Tripoli per ore hanno implorato di essere salvate, prigioniere sul loro gommone che si sgonfiava. C’era il tempo per salvarle. Sono state abbandonate in balia dell’abisso. Si è deciso di non salvarle. Uno dei tre sopravvissuti ha detto «meglio morire che tornare in Libia» dove la violenza, il ricatto, gli stupri, la tortura e anche la soppressione appartengono alla normalità. «La banalità del male», come diceva Hanna Arendt. E da noi la banalità di una propaganda che ci presenta la Libia come un porto sicuro e affidabile. Al tempo del nazismo Bonhoeffer diceva: «Soltanto chi grida per gli ebrei può cantare anche gregoriano». Oggi possiamo dire: «soltanto chi si schiera per la salvezza dei migranti può afferrare il messaggio di Gesù».


Luca 6, 17.20-263

Il testo che leggiamo oggi è l’inizio del primo grande discorso di Gesù riportato da Luca. E’ in perfetta continuità con l’autopresentazione fatta nella sinagoga di Nazareth: «Lo Spirito del Signore…mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio».

Un’accurata preparazione conduce a uno scenario che sottolinea l’importanza del messaggio. Gesù sale sul monte con i discepoli, trascorre la notte in preghiera e sul far del giorno li chiama e ne sceglie dodici dando loro il nome di apostoli. Tutti insieme scendono nella pianura dove si raduna una grande folla. Oltre al gruppo che era con Lui, i presenti provengono dalla Giudea, da Gerusalemme, da Tiro e Sidone, territori a nord della Palestina. Erano venuti per ascoltarlo, per invocare la guarigione da malattie e liberazione dalle ossessioni. Da Lui scaturiva una forza sanante. La presenza di malati e indemoniati sottolinea l’effettivo bisogno di aiuto di persone impossibilitate e vivere pienamente la loro vita.

Dinanzi a tutta la folla, fissando però lo sguardo sui discepoli, ecco le prime parole: «Beati voi poveri…voi che ora avete fame…voi che ora piangete». Ma «guai a voi, ricchi…voi, che ora siete sazi…voi, che ora ridete». Le beatitudini in Luca si riferiscono ai poveri nella loro situazione oggettiva, così pure gli affamati e coloro che piangono. «Non è in questione alcuna qualità del soggetto, qualità morale o spirituale, comunque soggettiva o personale. Si tratta di persone che nella società soffrono di privazione di mezzi, di peso sociale o politico per poter far valere i propri diritti, privazione di onore, considerazione, stima. Dunque si tratta di poveri nel senso di indifesi, emarginati, disprezzati» (Barbaglio). Una prospettiva diversa rispetto alle beatitudini annunciate dall’evangelista Matteo dove i «poveri in spirito» sono gli umili, curvi spiritualmente davanti a Dio e agli altri. Dove pure, tra le nove beatitudini da lui riportate, ci sono quelle di «coloro che piangono» e di «quelli che hanno fame e sete della giustizia».

Ma che vuol dire «beati voi poveri»? Parliamo della prima beatitudine; le altre si possono ritenere, almeno in parte, sue precisazioni. Gesù si congratula, si felicita con i suoi interlocutori perché Dio è dalla loro parte. La loro vita, che non ha alcun valore secondo i criteri dominanti, è preziosa agli occhi di Dio che si prende cura di loro. Si fa protettore dei deboli e dei poveri, come tante volte è stato proclamato nell’Antico Testamento. E’ paradossale quanto viene annunciato. La povertà non indica solo una carenza a livello del possesso, dell’avere, ma concerne lo stesso essere della creatura umana. «Povertà è essere carenti di qualcuno di quei beni che sono ritenuti essenziali al compimento umano» (Rizzi). Da una parte la povertà è negativa, perché in termini biblici il povero viene escluso dai beni della creazione, dall’altra il «Beati» ci dice che proprio quelli che non interessano a nessuno sono al centro dell’interesse di Dio. In Luca la beatitudine è «un invito a tener duro, alla costanza, a rifugiarsi nella speranza trascendente rappresentata dal regno di Dio» (Barbaglio).

«Guai a voi, ricchi». E’ una minaccia. Guai l’opposto di Beati. Luca con alcune parabole esplicita il rischio mortale che il possesso esclusivo dei beni porta con sé. Quella del ricco gaudente e di Lazzaro Lc 16, 19,19-31. Il povero alla porta del ricco senza ricevere nulla. Il fallimento totale e ultimo del ricco. L’abisso che li separava in vita si trascina oltre la morte, dove però la situazione è rovesciata. C’è quella del ricco latifondista (Lc 12, 13-21) tutto chiuso nel proprio successo economico. La sua stoltezza massima è porre a fondamento della vita la ricchezza accumulata. Fondamento illusorio per una vita mortale. L’unica possibilità di salvezza per il ricco è cambiare prospettiva mentre c’è ancora il tempo per farlo. E’ la parabola del fattore infedele (Lc 16,1-8). Condividere la «ricchezza disonesta» (Lc 16, 9) è la via per non fallire la vita: «Non si può servire Dio e la ricchezza» (Lc 16, 13). Possiamo aggiungere le parole del Magnificat: «Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili. Ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote» (Lc 1, 52-53). E’ un messaggio folle per la sapienza convenzionale che domina nella nostra società. E noi siamo intossicati da questa sapienza, incompatibile con le beatitudini di Luca.

Venendo all’oggi: la vera follia è che meno di 30 miliardari al mondo posseggono quanto la metà più povera dell’umanità (3,8 miliardi persone); che nel nostro Paese ci sono 120 miliardi di evasione all’anno, l’equivalente di quattro o cinque finanziarie, mentre circa il 90 per cento dell’IRPEF la pagano i lavoratori dipendenti (60%) e i pensionati. Nel mondo, come in Italia, la disuguaglianza è in continuo aumento. L’abisso tra ricchi e poveri si allarga. Aggiungiamo che a livello globale l’implacabile voracità di energia e di ricchezza sta portando il pianeta verso la catastrofe.

Per la sapienza convenzionale egemone, questo trend è normale, naturale. Se ci lasciamo illuminare da Luca la prospettiva cambia radicalmente. Solo allora forse saremo in grado di apprezzare l’arcano di quella parola – Beati – e avremo l’energia per reagire al pensiero unico, riprendendo a sognare, consapevoli che «l’efficienza delle beatitudini è dell’ordine della bellezza e del senso» (Tognoni). I discepoli sono quelli che, anche a loro insaputa, le rappresentano giorno per giorno nel teatro della storia.


Luca, 6, 27-384

Il brano evangelico di oggi segue immediatamente il testo dei «Beati» e dei «Guai» su cui abbiamo riflettuto la scorsa domenica. Nei vangeli noi incontriamo la parola di Gesù narrata assieme all’esperienza e riflessione credente delle prime comunità cristiane. La quarta beatitudine lascia trasparire il clima di ostilità che esse hanno dovuto incontrare e la sofferenza che ne è derivata. «Beati voi, quando gli uomini vi odieranno vi metteranno al bando vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo…». Ma nasce la domanda: come rapportarsi con coloro dai quali si viene odiati?

Ed ecco una parola inattesa e sconcertante: «A voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici». Gesù pronuncia queste parole in maniera assoluta, senza alcun riferimento ad autorità precedenti. Questa impressionante affermazione la troviamo anche nel vangelo di Matteo, dove si sottolinea il contrasto con la tradizione antica: «Avete inteso che fu detto…Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano». (Mt 5, 43-44). Intendiamoci su questo amore comandato: non va pensato in senso affettivo, psichico, sentimentale, ma si pone invece nella categoria dell’operare, del fare del bene all’altro, anche se nemico. Già in Proverbi incontriamo questo orientamento pratico: «Se il tuo nemico ha fame, dagli del pane da mangiare; se ha sete, dagli acqua da bere» (Pr 25, 21). E tuttavia «Il comandamento dell’amore dei nemici si presenta come una parola nuova, più precisamente come una nuova rivelazione di Dio mediata da Cristo». Infatti la motivazione offerta da Gesù è strettamente teologica: «sarete figli dell’Altissimo perché Egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi». Più articolata è la dizione di Matteo: «affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti (Mt 5, 45). Questo amore comandato ha il compito di alludere, anzi disvelare, l’amore creatore verso tutti, con la sua indiscriminata generosità. Possiamo dire che il comando di Gesù rivolto a coloro che lo ascoltano consiste nel coltivare nel loro cuore, cioè nella coscienza, ed esprimere nei loro gesti umani la stessa misericordia di Dio. «Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso».

In un mondo carico di violenza Gesù abolisce la categoria del «nemico» e la discriminante di prossimo e non prossimo. In proposito ricordiamo la parabola del buon samaritano (Lc 10, 29-37). La «nemicità», termine utilizzato da un brigatista rosso pentito, è quella che cancella la dimensione umana dell’altro, rendendolo pura negatività, da annientare in tutti i sensi e con ogni mezzo. Può essere utile ricordare le parole di Paolo VI nel suo appello lanciato per salvare la vita di Aldo Moro: «Uomini delle Brigate rosse…». Uomini: nonostante tutto permane il riconoscimento della loro umanità.

Le concretizzazioni a cui Luca allude – porgere l’altra guancia e a chi prende il mantello dare anche la tunica, cioè l’offesa personale e la sottrazione di un bene – indicano la rinuncia all’uso della violenza. Da non intendersi come passività, ma come attività suprema, volta a spezzare la violenza reattiva con l’escalation che spesso l’accompagna. Una non violenza attiva che ha una sua forza provocatoria. Da questo punto di vista è Gesù stesso che presenta una chiara esemplarità: la forza di un parlare ed agire sempre rispettoso dell’altro, anche nei conflitti più pesanti. Il porsi di Gesù è di segno opposto rispetto alle provocazioni violente a cui fu sottoposto. Proprio così metteva a nudo il volto violento del mondo.

Un tale modo di agire è sostenibile solo da un cuore che rinuncia ad essere violento. «Il cristianesimo vuol essere un appello rivolto al cuore dell’uomo (cioè alla sua coscienza), un invito alla conversione dalla violenza alla pace; nella convinzione che soltanto i soggetti che hanno vinto dentro di sé la violenza sono capaci di istituire – di inventare – anche una società non violenta» (Rizzi).

Il vangelo di oggi apre una serie di riflessioni possibili. Ne segnalo alcune:

  • L’immagine creazionistica di Dio, rivelata e rappresentata da Gesù, che ama tutte le creature umane in maniera indiscriminata, compresi i «nemici», fonda un metro normativo ed etico del comportamento umano, come disvelamento dello stesso agire di Dio.

  • Oggi, a livello politico e sociale, si sta esasperando la tendenza a creare la figura nemico, su cui far convergere la peggiore aggressività sino a forme di nazional-razzismo, e sul quale far ricadere responsabilità e colpe. Con piena falsificazione della realtà.

  • Il cuore violento, a livello individuale e collettivo, è quello che requisisce per sé e solo per sé, il pieno diritto ad esistere, sottraendolo agli altri, sfruttando e negando gli altri. Rispetto a questo, l’amore comandato dal vangelo non è una virtù privata da coltivare, ma significa custodire nel cuore e alimentare il germe di un mondo diverso.

  • Nella comunità cristiana andrebbe approfondito il tema della non violenza attiva, quale doverosa forma di lotta per la giustizia e per la dignità di chi non è in grado di difendersi, e quale via di uscita dalla passività. «Noi dobbiamo allevare nel cuore degli uomini la certezza che solo la lotta non violenta vince» (Balducci).


 

1) “21Allora cominciò a dire loro: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».
22Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?». 23Ma egli rispose loro: «Certamente voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!”». 24Poi aggiunse: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. 25Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; 26ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova a Sarepta di Sidone. 27C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro».
28All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. 29Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. 30Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino”.

2) “1 Mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù, stando presso il lago di Gennèsaret, 2vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. 3Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedette e insegnava alle folle dalla barca.
4Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca». 5Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». 6Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. 7Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare. 8Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». 9Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto; 10così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini». 11E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono”.

3) “17Disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidone…20Ed egli, alzàti gli occhi verso i suoi discepoli, diceva: «Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio.21Beati voi, che ora avete fame, perché sarete saziati. Beati voi, che ora piangete, perché riderete. 22Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo. 23Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti.
24Ma guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione. 25Guai a voi, che ora siete sazi, perché avrete fame. Guai a voi, che ora ridete, perché sarete nel dolore e piangerete. 26Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti”.

4) «27Ma a voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, 28benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male. 29A chi ti percuote sulla guancia, offri anche l’altra; a chi ti strappa il mantello, non rifiutare neanche la tunica. 30Da’ a chiunque ti chiede, e a chi prende le cose tue, non chiederle indietro.
31E come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro. 32Se amate quelli che vi amano, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori amano quelli che li amano. 33E se fate del bene a coloro che fanno del bene a voi, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori fanno lo stesso. 34E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. 35Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e la vostra ricompensa sarà grande e sarete figli dell’Altissimo, perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi. 36Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso.37Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati. 38Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio».