Della ignoranza

Sguardi e voci dalla stiva (6)


Isaia fu segato a metà, Giovanni Battista fu decapitato, Cristo messo in croce per restare alla storia sacra. Giordano Bruno guida per notorietà una lunga schiera di pensatori e “streghe” messi al rogo per andare alla storia della Chiesa. Non so chi nominare a simbolo delle migliaia di persone “eliminate” nei secoli se volessi finire guardando alla storia laica. Da morti, poi, tutti vengono ricordati come i savi, i saggi, gli eroi, i precursori…. Quello dell’eliminazione fisica o spirituale da parte del potere del momento è il destino che, in ogni epoca, spetta a chi non rinuncia alla propria dirittura morale e ai propri valori e decide di restarvi fedele con la propria vita e, soprattutto, anche con la parola che turba l’ordine costituito, lo mette in discussione, infastidisce il potente perché mina la sua presunta forza e irrita l’ignorante che lo sostiene perché fa vacillare le sue deboli certezze.

Nessuna civiltà viene distrutta senza essersi prima rovinata da sola, nessun impero viene conquistato dall’esterno, senza che precedentemente fosse già suicida”.
(R. Grousset in “Bilancio della Storia” / 1946).

Qual è la rovina che da soli oggi ci stiamo procurando? Qual è il suicidio che rischiamo di infliggerci?

Ancora una volta è l’ignoranza.

Ci sono momenti nella storia in cui si innesca un processo di disgregazione culturale che sfocia in un conseguente cinismo etico e morale che distrugge la convivenza civile e spalanca le porte di nuovo a conseguenze tragiche peraltro già vissute, conosciute e magari anche condannate. Si perde la consapevolezza di sé come uomo, il riconoscimento dell’altro da sé giustificato da pretese superiorità razziali, la ricchezza del dialogo additato come debolezza. Si negano i diritti inalienabili di ogni persona additandoli come privilegi, si svilisce la solidarietà in stupido buonismo, si irride la conoscenza e la preparazione esaltando la mediocrità.

Hanno scritto di recente i responsabili del museo di Auschwitz-Birkenau sul loro sito:

“Quando guardiamo Auschwitz vediamo la fine di un processo. Bisogna ricordare che l’olocausto non è cominciato con le camere a gas. L’odio è cresciuto gradualmente a partire dalle parole, dagli stereotipi e dai pregiudizi, attraverso l’esclusione legale, la disumanizzazione e un’escalation di violenza”.

Celebriamo ufficialmente ancora la giornata della memoria, ma non ci siamo fatti scrupolo di finanziare campi di concentramento in Libia e restiamo indifferenti di fronte alle atrocità che in essi vengono commesse su migliaia di poveri esseri umani che fuggono da guerre fatte dalle nostre armi, da dittature sostenute e spesso imposte dai nostri paesi democratici, da fame e miseria come conseguenza dalle nostre leggi finanziarie ed economiche.

Non ci riguarda più la sorte di migliaia di migranti che continuano a morire nei deserti o nel nostro mare che devono attraversare per la disperazione che li ha fatti partire dalle loro terre e per la speranza di arrivare ad un approdo di nuova vita: ci basta non vederli per tacitare anche quel barlume di pietà delle nostre labili coscienze, ci basta sapere che sulle nostre coste non sbarca più nessun “nemico” che è additato come la causa dei nostri problemi, che attenta al nostro tenore di vita ed alla nostra sicurezza, che ci ruba il nostro lavoro e le nostre donne. Poi magari il tenore di vita continua a diminuire, la ricchezza si concentra su pochi e la platea di poveri aumenta, il lavoro comunque non c’è e le donne ce le uccidiamo in famiglia.

Stiamo sdoganando il peggio di noi ed accettiamo e proclamiamo quello che solo qualche tempo fa avremmo avuto il pudore di almeno celare tacendo o dietro frasi di circostanza (ricordate la premessa: “io non sono razzista, ma…): non ce n’è più bisogno ora che è ossessiva la presenza di chi, fra letti copulatori, colazioni di nutella e commenti a Sanremo, mena vanto della propria disumanità. Loro sì che rappresentano, anzi sono, il popolo! Con essi, ad ognuno è garantita la legittimità del proprio ignobile “rutto”.

In un mondo in cui rischiamo la catastrofe umana ed ecologica per colpa dei nostri egoismi privati e pubblici noi restiamo ammaliati a contemplare il nostro ombelico.

Sarebbe necessario riscoprire i sentieri faticosi della sapienza che induce al pensiero critico e complesso e mettere in campo vigilanza ed istruzione. Ma in questo momento non si vede purtroppo chi abbia l’autorevolezza di farlo: le forze politiche sono debolezze culturali ed etiche, gli intellettuali sono silenti e/o silenziati (qualcuno anche “venduto”), i mezzi di informazione e vieppiù le nuove tecnologie sono usati più come strumenti di persuasione di massa (quanto tempo che non si sentiva più questo termine che resta però quanto mai attuale) che di progresso e liberazione dell’uomo,

Per fortuna resiste ancora, dentro la società, chi, non rinunciando alla propria umanità, ha uno sguardo un po’ più lungo: sono singoli individui che si informano, riflettono, agiscono e svolgono il proprio lavoro (penso agli insegnati in primis); sono gruppi ed associazioni che tengono viva la fiamma della solidarietà e del bene comune. E’ una ragazzina svedese a ricordare che si sta uccidendo il futuro dei nostri figli e nipoti nell’indifferenza di ogni parte politica, nell’inadeguatezza di classi dirigenti cooptate alla crescita del Pil e nella colpevolezza di un pensiero dominante che ha globalizzato i mercati della finanza e delle merci ed ha eretto muri e istituito confini alle persone.

Follia? No, molto peggio, come lo è appunto l’ignoranza.

Alessandro Monicelli