Il riscaldamento climatico e le ragioni dell’economia

Sguardi e voci dalla stiva (4)


Perché dovremmo preoccuparci dell’ambiente che lasceremo ai posteri?

Che hanno mai fatto i posteri per noi? Questa era l’icastica battuta di un film di Woody Allen. Da allora purtroppo i tempi si sono ristretti, e si può dire che ormai quei posteri siamo diventati noi.

Questo il messaggio lanciato da milioni di ragazzi in tutto il mondo nella giornata di venerdì 15 scorso. Una marea di giovanissimi studenti, in 122 Paesi diversi, ha scioperato per richiamare l’attenzione dei governi di tutto il mondo sul problema dell’allarme ambientale. Inutile riportare i dati che mostrano tutta la gravità del cambiamento in atto, sono stati abbondantemente documentati e commentati su tutti i media. Vale invece la pena soffermarsi sulle varie correnti di opinione e le diverse reazioni emerse anche nell’occasione. E valutare che speranze ci sono perché si possa arrivare a politiche efficaci, in grado di invertire la tendenza al riscaldamento climatico e alla dispersione nell’ambiente di sempre nuove molecole chimiche e rifiuti.

La risposta più estrema è quella dei negazionisti, la cui posizione è ben rappresentata dal Trump-pensiero, secondo il quale il clima è sempre cambiato, e un po’ di caldo in più potrebbe anche farci piacere. Mentre in fondo il vero problema epocale (senza che si veda alcuna connessione tra le due cose) sarebbe quello dell’invasione degli immigrati. Con l’aggiunta di un ordine di priorità nazional-popolari: un “America first” che trova declinazione su scala nazionale nella Brexit, nel nazionalismo espansionistico della Russia di Putin, nella Polonia di Kaczinsky, nell’Ungheria di Orban, nell’italietta di …

Una curiosa internazionale di sovranisti. Che costituiscono un paradosso politico per l’impossibilità stessa di allearsi tra loro, in quanto negherebbero in radice il proprio sovranismo.

C’è poi un’ampia fascia di opinione che semplicemente è portata a ignorare il problema ambientale. E sembra vivere il tema come affare altrui, con cinica indifferenza, soprattutto quando il tema ambientale è posto a confronto con i problemi dell’economia. Tutt’al più, questa maggioranza indifferente, arriva ad accettare di “conciliare le ragioni dell’economia (del profitto, in realtà) con quelle dell’ambiente”. Dove sono sempre le prime però a prevalere.

C’è poi una grande massa di abitanti del pianeta che non hanno neppure il modo di porsi il problema ambientale, e per i quali la vera sfida quotidiana è quella della pura e semplice sopravvivenza. Ma per lo più non sono loro i principali responsabili del consumo di risorse del pianeta. Vivono ai margini del mondo dei consumi, e il loro impatto, la loro impronta ecologica, non intacca i cicli riproduttivi naturali.

Invece il terzo della popolazione mondiale più ricca ha una impronta ecologica superiore di tre, quattro, e anche cinque volte superiore alla capacità riproduttiva della biosfera. Dunque, sono i governi dei Paesi con il maggior impatto ambientale che sono chiamati alle maggiori responsabilità politiche. E tra questi, in particolare, quelli con i maggiori differenziali di ricchezza e reddito sono anche quelli in cui appare più difficile la maturazione di una coscienza ambientale. Mentre i Paesi più egualitari (Nord Europa, Giappone) sono anche quelli che si preoccupano di avviare politiche di contenimento di emissioni inquinanti, e addirittura di immaginare una transizione verso un’economia senza produzione di anidride carbonica (C O 2).

E noi? Da noi la politica di governo vive solo di propaganda quotidiana. Con i governi precedenti siamo stati capaci di sottoscrivere con una mano l’impegnativo protocollo della conferenza di Parigi del 2015, che ci vincolava al passaggio alle energie rinnovabili. E il giorno dopo, con l’altra mano, si sono autorizzate decine di nuove concessioni per la trivellazione in mare, con metodi oltretutto molto distruttivi.

Le proteste di quelli che allora erano all’opposizione si sono trasformate oggi, che sono maggioranza di governo, in una tacita continuità, con l’aggiunta della licenza di spandere i fanghi di depurazione sui terreni agricoli.

Per venire al locale, al mantovano, non ci faremo mancare il riavvio di un inceneritore che brucerà del pulper, un misto di scarti a prevalente contenuto di plastica. Perché questo consentirà il riavvio di una storica cartiera, e la creazione di provvidenziali posti di lavoro.

E per di più, secondo la recente Valutazione di Impatto Sanitario, comporterebbe solo un incremento di rischio moderato per la salute. Un incremento limitato di polveri sottili, e qualche ulteriore marginale emissione di C O 2.

Ma questa è l’economia, bellezza.

Pier Paolo Galli