Miscellanea

Sguardi e voci dalla stiva (1)


 1) IL MONDO: C’È UN NORD E C’È UN SUD, INESORABILMENTE

Il mondo di fine secolo viaggia con più naufraghi che naviganti, e i tecnici denunciano le “eccedenze di popolazione” nel Sud, dove le masse ignoranti non sanno fare nient’altro che violare il sesto comandamento giorno e notte. “Eccedenze di popolazione” in Brasile, dove ci sono 17 abitanti per chilometro quadrato, o in Colombia, dove ce n’è 29? L’Olanda ha 400 abitanti per chilometro quadrato e nessun olandese muore di fame; ma in Brasile e in Colombia un gruppetto di rapaci si prende per sé tutti i pani e i pesci.

Eduardo Galeano

(Eduardo Galeano / A testa in giù / 1998)


2) NUMERI CHE NON MENTONO (IRRIMEDIABILMENTE ?)

Ricchezza e povertà

  • Il divario tra ricchi e poveri si sta allargando sempre più: un minuscolo gruppo di miliardari, l’1% della popolazione, è arrivato a possedere più ricchezze del restante 99% del mondo.

  • ognuna delle 300 persone più ricche del pianeta dispone di una ricchezza equivalente a quella di 10 milioni di persone insieme

  • 200 anni fa le nazioni più ricche erano soltanto 3 volte più ricche di quelle più povere;
    60 anni fa, alla fine del colonialismo, erano diventate 35 volte più ricche;
    oggi sono 80 volte più ricche.

Affamati

  • 821 milioni le persone nel mondo che non possono nutrirsi regolarmente. 150 milioni i bambini sotto i 5 anni che soffrono di malnutrizione cronica (un bambino su 4); 50 milioni di malnutrizione acuta (dati ONU).

Acqua da bere

  • 1.400 bambini sotto i 5 anni muoiono ogni giorno di diarrea (16% delle cause di morte infantile). In totale per la mancanza d’acqua muoiono 2000 bambini al giorno, 730 mila all’anno.

Inquinamento

  • Ogni anno i morti per inquinamento dell’aria sono 7 milioni (dati dell’OMS).

(www.dimensionidiverse.it)


3) … PERÒ ANCHE ALL’INTERNO DI UN C.I.E. È POSSIBILE IMPARARE A COMBATTERE LA PAURA E LO SCONFORTO

Nei due periodi in cui sono stato recluso nel CIE (Centro di Identificazione ed Espulsione) ho visto tante e tante volte i miei compagni tagliarsi le braccia e il petto con le lamette, e poi mangiarsele quelle lamette, magari insieme alle pile.
Perché questo succede, perché si passa dagli psicofarmaci agli episodi di autolesionismo? P
enso sia dovuto alla rabbia che chi è rinchiuso nei CIE ha dentro, e alla disperazione.

Per chi ha fatto, come me, un viaggio della morte per arrivare qui in Italia, sapere che stai per essere espulso, per tornare al punto di partenza, da dove sei scappato, ti fa pensare che non hai altre alternative se non quelle più estreme come tagliarsi.
Per di più la legge è
ancora peggiorata e puoi rimanere chiuso nel CIE anche sei mesi, sapendo di non aver fatto nulla e solo a pensarci ti viene la disperazione.
Nel periodo in cui sono stato al CIE, oltre a tanti episodi di autolesionismo individuale, c’è stato anche uno sciopero della fame collettivo, coordinato fra diversi CIE di tutta Italia.

Tante sono le differenze tra la prima e la seconda volta in cui sono stato rinchiuso al CIE. Ma ero soprattutto io a essere cambiato molto. La prima volta ero scappato dal CIE dopo nove lunghissimi giorni, per essere poi ripreso dalla polizia dopo circa un anno e da lì ho ricominciato la stessa trafila. E quindi di nuovo in questura con la nottata passata in isolamento, e poi ancora di nuovo nello stesso CIE di un anno prima: la procedura e i passaggi sono stati gli stessi.

In quell’anno fra le due catture, mi ero fatto una cultura sui CIE, mi ero informato molto e mi ero preparato all’eventualità che mi potessero riportare lì. Quindi la seconda volta mi sono fatto furbo, non mi sono più rivolto agli psicofarmaci, ma per provare a resistere chiedevo sempre aiuto all’esterno, cercando contatti con gli amici, via telefono.

Nel frattempo avevo anche fatto pagare il console marocchino, in modo che, nei suoi periodici sopralluoghi al CIE per riconoscere e autorizzare l’espulsione dei connazionali, non mi riconoscesse mai come cittadino del Marocco.

Così infatti è successo che, nei due mesi in cui son stato al CIE, il console si è presentato cinque volte e, come ti sarà facile immaginare, non mi ha mai riconosciuto come suo connazionale, che come sai è la condizione per essere riportati nel proprio paese.

Come potrai capire quindi, al secondo ingresso nel CIE ero molto più pronto, mi ero fatto furbo, mi ero preparato per resistere, e soprattutto per combattere la paura e lo sconforto che ti prendono.

Le paure principali che hai quando sei rinchiuso in un CIE sono soprattutto quella di essere espulso, poi quella degli sbirri e delle guardie, che sono tanti, poi l’angoscia provocata dalle gabbie e dai muri che ti tolgono il fiato, che sono alti più di sei metri. Nei CIE oltre ai muri ci sono le telecamere e i sensori che permettono alle guardie di osservarti, come fa il guardiano con gli animali allo zoo…

Aziz
marocchino “clandestino”

(Intervista di Davide Cadeddu in “CIE e complicità delle organizzazioni umanitarie” / 2013)


4) … PERÒ ALL’ARROGANZA DI UN MINISTRO C’È CHI SA RISPONDERE CON GRANDE DIGNITÀ

«Ho visto la sua faccia ieri al telegiornale. Dipinta dei colori della rabbia. La sua voce, poi, aveva il sapore amarissimo del fiele. Ha detto che per noi che siamo qui nella vostra terra è finita la pacchia. Ci ha accusati di vivere nel lusso, rubando il pane alla gente del suo paese. Ancora una volta ho provato i morsi atroci della paura…

Chi sono? Non le dirò il mio nome. I nomi, per lei, contano poco. Niente. Sono una di quelli che lei chiama con disprezzo “clandestini”.

Vengo da un paese, la Nigeria, dove ben pochi fanno la pacchia e sono tutti amici vostri. Lo dico subito. Non sono una vittima del terrorismo di Boko Haram. Nella mia regione, il Delta del Niger non sono arrivati. Sono una profuga economica, come dite voi, una di quelle persone che non hanno alcun diritto di venire in Italia e in Europa.

Lo conosce il Delta del Niger? Non credo. Eppure ogni volta che lei sale in macchina può farlo grazie a noi. Una parte della benzina che usa viene da lì.

Io vivevo alla periferia di Port Harkourt, la capitale dello Stato del Delta del Niger. Una delle capitali petrolifere del mondo. Vivevo con mia madre e i miei fratelli in una baracca e alla sera per avere un po’ di luce usavamo le candele. Noi come la grande maggioranza di chi vive lì.

È dura vivere dalle mie parti. Molto dura. Un inferno se sei una ragazza. Ed io ero una ragazza. Tutto è a pagamento. Tutto. Se non hai soldi non vai a scuola e non puoi curarti. Gli ospedali e le scuole pubbliche non funzionano. E persino lì, comunque, se vuoi far finta di studiare o di curarti, devi pagare. E come fai a pagare se di lavoro non ce n’è? La fame, la miseria, la disperazione e l’assenza di futuro, sono nostre compagne quotidiane.

La vedo già storcere il muso. È pronto a dire che non sono fatti suoi, vero? Sono fatti suoi, invece.

Il mio paese, la regione in cui vivo, dovrebbe essere ricchissima, visto che siamo tra i maggiori produttori di petrolio al mondo. E invece no. Quel petrolio arricchisce poche famiglie di politici corrotti, riempie le vostre banche del frutto delle loro ruberie, mantiene in vita le vostre economie e le vostre aziende.

Il mio paese è stato preda di più colpi di stato. Al potere sono sempre andati, caso strano, personaggi obbedienti ai voleri delle grandi compagnie petrolifere del suo mondo, anche del suo paese. Avete potuto così pagare un prezzo bassissimo per il tanto che portavate via. E quello che portavate via era la nostra vita.

Lo avete fatto con protervia e ferocia. La vostra civiltà e i vostri diritti umani hanno inquinato e distrutto la vita nel Delta del Niger e impiccato i nostri uomini migliori. Si ricorda Ken Saro Wiwa? Era un giovane poeta che chiedeva giustizia per noi. Lo avete fatto penzolare da una forca…

Le vostre aziende, in lotta tra loro, hanno alimentato la corruzione più estrema. Avete comprato ministri e funzionari pubblici pur di prendervi una fetta della nostra ricchezza. L’Eni, l’Agip, quelle di certo le conosce. Sono accusate di aver versato cifre da paura in questo sporco gioco. Con quei soldi noi avremmo potuto avere scuole e ospedali. A casa, la sera, non avrei avuto bisogno di una candela…

Sarei rimasta lì, a casa mia, nella mia terra. Avrei fatto a meno della pacchia di attraversare un deserto. Di essere derubata dai soldati di ogni frontiera e dai trafficanti. Di essere violentata tante volte durante il viaggio. Avrei volentieri fatto a meno delle prigioni libiche, delle notti passate in piedi perché non c’ era posto per dormire, dell’acqua sporca e del pane secco che ti davano, degli stupri continui cui mi hanno costretta, delle urla strazianti di chi veniva torturato.

Avrei fatto a meno della vostra ospitalità. Nel suo paese tante ragazze come me hanno come solo destino la prostituzione. Lo sapete. E non fate niente contro la nostra schiavitù, anzi la usate per placare la vostra bestialità. Io sono riuscita a sfuggire a questo orrore, ma sono stata schiava nei vostri campi. Ho raccolto i vostri pomodori, le vostre mele, le vostre arance in cambio di pochi spiccioli e tante umiliazioni.

Ancora una volta, la pacchia l’avete fatta voi. Sulla nostra pelle. Sulle nostre vite. Sui nostri poveri sogni di una vita appena migliore.

Vedo che non ho mai pronunciato il suo nome. Me ne scuso, ma mi mette paura. Quella per l’ingiustizia di chi sa far la faccia dura contro i deboli, ma sa sorridere sempre ai potenti.

Vuole che torniamo a casa? Parli ai suoi potenti, a quelli degli altri paesi che occupano di fatto casa mia in una guerra velenosa e mai dichiarata. Se ha un po’ di dignità e di coraggio, la faccia brutta la faccia a loro».

(Segue firma)

6 giugno 2018

(https://raiawadunia.com/lettera-a-salvini-da-parte-di-una-che-fa-la-pacchia)


5) INSOMMA, C’È ANCORA MOTIVO PER CREDERE IN UN MONDO DIVERSO

IL GIORNO DELLA MEMORIA 2019 IN UNA TERZA MEDIA

Ieri ho detto ai miei alunni: “Domani venite a scuola con una bottiglietta d’acqua vuota”.

Sui loro volti, lampante che neanche le insegne di Las Vegas, la domanda “E che cavolo si inventerà stavolta il prof?”

“Vedrete domani”.

Oggi sono entrato in classe. Con un secchio.

Ho detto agli alunni di sedersi in cerchio. Ho dato a ciascuno di loro un piccolo foglio di carta.

Ho detto: “Adesso pensate alla persona a cui volete più bene al mondo. Poi disegnate un omino stilizzato e vicino scrivete il suo nome”

“Ma io posso scriverne due?”

“Certo, anche tre se vuoi!”

E dopo ho chiesto loro di riempire la bottiglietta, di versarla nel secchio e di tornare a sedersi.

L’idea me l’ha data un libro:” Ammare”, di Alberto Pellai e sua moglie Barbara Tamburini. Perché domenica è la Giornata della Memoria, e sinceramente a me di parlare solo di Shoah non mi va più.

Perché per pensare che il passato si stia ripetendo identico bisogna essere un po’ miopi. Ma per non vedere pezzi di quel passato nel nostro presente, bisogna essere proprio ciechi.

Davanti ai loro occhi ho fatto una grande barca di carta, e ho detto di metterci ciascuno il proprio foglietto sopra. Poi ho appoggiato la barca sulla superficie dell’acqua. Infine ho iniziato a far vacillare il secchio, fino a che la barchetta non si è ribaltata, facendo cadere giù tutti i foglietti. Tutti quei nomi, quegli omini, giù in fondo al secchio.

C’era chi aveva messo il papà, chi la migliore amica, chi il cuginetto di un anno.

Si è creato un silenzio incredibile. Più di un minuto senza che nessuno fiatasse. E se qualcuno sa come sono gli adolescenti di terza media, sa che avere un minuto di totale spontaneo silenzio è quasi un miracolo.

C’erano anche degli occhi lucidi. Oltre ai miei, dico.

E allora ho raccontato loro del naufragio del 18 aprile 2015, in cui nel Canale di Sicilia sono morte più di mille persone, tante quasi come nel Titanic. La loro barca, un peschereccio fatiscente che di persone ne poteva contenere al massimo duecento.

E ho raccontato loro di una di quelle: un bambino più piccolo di loro, originario del Mali, che è stato ritrovato con la pagella cucita sulla giacca.

“Secondo voi perché un bambino dovrebbe salire su una barca così?”

“Per far vedere che aveva studiato!”

“Per dire a tutti che era bravo a scuola!”

E poi un ragazzino macedone, di fianco a me, a bassa voce ha detto:

“Forse per far vedere che non era cattivo, come molti pensano di tutti quelli che arrivano”.

La campanella è suonata. Anche per non appesantire troppo il momento, ho detto loro di mettere a posto tutto, di andare a ricreazione. Sono usciti, e piano piano hanno ricominciato a parlare, a chiedersi la merenda, le solite cose.

Sono rimasto solo a sistemare la mia roba.

Poi è successa una cosa.

A un certo punto sento dei passi dietro di me. Tre ragazze.

“Scusi prof”

“Sì?”

“Noi vorremmo…”

“Voi vorreste…?”

La più coraggiosa delle tre dice tutto in un fiato:

“Possiamo tirare fuori quei fogli da lì?”.

Ci siamo chinati, li abbiamo tirati su uno per uno, insieme.

E intanto io le guardavo, e dentro di me pensavo che finché tre ragazze decidono di saltare la ricreazione per tirare su dal fondo di un secchio dei fogli di carta, c’è ancora motivo per credere in un mondo diverso”.

Enrico Galiano
insegnante a Pordenone

(www.dire.it/25-01-2019/284885-professore-strage-migranti-giorno-memoria/)