Un preteoperaio in Etiopia

Nord – Sud (in Italia e nel mondo)


 

Quando, tre anni fa, decisi di andare ad Assella (200 Km. a sud di Addis Abeba in Etiopia) non avevo la minima idea di ciò che mi aspettava. E neppure me ne preoccupavo molto. Come in altre occasioni, sapevo di dover trovare dentro di me le ragioni, i motivi per un cambiamento di posto, di lavoro, di rapporti,ecc. La realtà sarebbe stata sempre oltre ogni immaginazione, oltre ogni preparazione.
Inoltre il fatto di andare in un mondo completamente diverso rispondeva ad una mia esigenza di ricominciare di nuovo quasi cercando un serrato confronto con me stesso in condizioni di solitudine. E la modalità concreta che mi si offriva era corrispondente a ciò che stavo facendo da anni: iniziare con un gruppetto di allievi etiopi una piccola lavorazione di carpenteria metallica.
Ricordo che, quando partii, ero da poco riuscito a terminare il mio ultimo lavoro: una lunga e pesante cancellata per la villa di un monsignore. Salutai Sirio con grande commozione e mi avviai da solo verso la stazione con una borsa contenente un paio di ricambi, il temperino, un po’ di spago, il quaderno dei disegni e poco più. Mentre aspettavo prima il treno e poi l’aereo, mi rimbalzava in testa il vecchio detto: “chi lascia la via vecchia per la nuova…” e mi consolavo sentendomi un po’ Pinocchio nel ventre della Balena.
Ospite di un missionario della Consolata di qualche anno più giovane di me, di non meno di 180 ragazzi di età variabile da 4 a 20 anni, di due suore provenienti dal nord e un’infermiera americana, rimasi un paio di giorni dentro l’ampio recinto della missione. Ero molto stanco e dovevo abituarmi agli oltre 2500 metri di quota.
Poi sono uscito, varcando da solo, di mattina, il grande cancello. Non sapevo assolutamente dove andare, ma mi diressi con passo sicuro verso una qualsiasi direzione stando ben attento ad alcuni punti di riferimento per poter ritornare. Le larghe strade erano solcate da due file ininterrotte di persone e soprattutto di animali. Camminai quattro ore seguìto da un codazzo di bambini che cercavano di toccarmi e di avere qualche moneta.
La sola cosa che mi importava era immergermi nei colori, negli odori, nei suoni. Non mi scansavo di fronte a nessuno e mi lasciavo sfiorare, toccare, senza fermarmi o degnare di un’occhiata. Mi rendevo conto di star facendo un impossibile tentativo di mimetizzazione. Nella città di 40.000 abitanti eravamo non più di quindici bianchi e, tolte le donne, io ero di gran lunga all’ultimo gradino: solo un operaio, neppure meccanico di auto, non la macchina fotografica e le monete del turista… non avevo diritto ad un grande rispetto! Solo timore ed imbarazzo di fronte ad una figura difficile da collocare.
Non mi sentivo nuovo a queste sensazioni. Passarono due mesi e ricordo di aver scambiato pochissime parole, spesso in un inglese non scorrevole. Una giornata di lavoro, un paio d’ore passate su un muretto in mezzo ai ragazzi, in silenzio, guardando accanite partite a pallone; poi la notte - tutto finito alle 20.00 - interminabile. Nei primi quindici giorni ho divorato una trentina di gialli della piccola biblioteca. Sono arrivato a scorrere ad una ad una le pagine pubblicitarie di Topolino.
Mi sono tornati in mente i primi tempi del lavoro in cantiere. Quanto tempo prima che qualcuno si decidesse a rispondere amichevolmente al mio saluto! Eppure come allora non mi sentivo respinto da questo imbarazzo, né mi veniva di forzare il mio carattere. Sentivo che qualcosa passava e la sola difficoltà era che non si esprimesse con la parola e avesse ritmi diversi dalla immediatezza di un discorso. Sapevo di giocare un gioco di cui non ero io a stabilire le regole: aspettavo solo il momento di verificare se lo stavo interpretando bene.
Sul lavoro ero terribile. I quindici giorni che mi ero preso per esaminare il materiale e istallare la piccola attrezzatura, erano chiaramente insufficienti perché potessi proporre modalità di lavoro basate sulla cooperazione. Così assunsi chiaramente un ruolo direttivo. Un “vettino” in mano, come avevo visto ai poliziotti; un grosso registro con i nomi dei miei sfortunati subordinati; e… alle 8.00 precise si comincia. Prendevo in mano gli attrezzi solo per mostrare usi impropri e pericolosi. Per il resto ero severissimo sulla continuità, l’impegno, l’ordine. Paziente sui risultati. Mi dicevano sempre di sì ed io non mi fidavo per nulla. Li ho provocati, strapazzati in tale modo che ad un certo punto ho pensato: “ora mi sprangano e scappano via”. Erano almeno sei per turno.
Qualcosa si sbloccò un sabato pomeriggio. Il sabato dopo pranzo era vacanza; libertà di andar fuori fino alla sera senza altro da fare. Mi invitarono ad andare con loro. Fu l’inizio di scorribande a piedi per tutto il circondario. Per lo più camminavamo, fermandoci ogni tanto sulle rocce di un torrente, sdraiati sull’erba tenera, a scambiare due parole con i pastori. Cominciarono a farmi domande. E io a loro. Era utile prolungare il discorso: io non sono mai stato neppure lontanamente Gelindo Bordin e loro sembravano tutti nipoti di Abebe Bikila.
Dopo tre anni, i lavori che mettemmo insieme allora mostrano tutta la loro approssimazione. Eppure a quel tempo sembravano bellissimi perché nati dal nulla. Ora alcuni allievi hanno camminato per conto proprio e hanno pratica sufficiente per trovare facilmente lavoro con dignità ad Addis. (A proposito, quando sono andato in Etiopia, il gruppo che mi ha proposto il lavoro mi ha sempre versato il corrispondente dello stipendio base: anch’io ho la mia dignità).
Tra poco ritornerò ancora per tentare di collaborare ad un inizio più strutturato di lavoro cooperativo: e sarò là – con le medesime modalità.
Ho detto messa poche volte. Solo concelebrando quando veniva detta in italiano nella cappellina delle suore. Loro avrebbero avuto più difficoltà ad interpretare questo mio pregare negli ultimi posti. Solo una volta, quando c’era il vescovo locale, Padre Silvio mi infilò in testa un camice, mi fece segno di stare zitto e mi avviò all’altare. La lingua amarica è difficile ed io a stento dicevo il Pater e l’Ave Maria. Ma, al di là della lingua, sapevo che il sacro, negli incontri umani, ha effetti strani e depistanti. E la mia messa in quella realtà era ancora all”Introito”…
Vista la povertà delle decorazioni nella cappella, decisi di tentare di fare un tabernacolo insieme con i miei operai. Alcune immagini avevano già arricchito il piccolo box in cui iniziammo a lavorare. Un manifesto con una ragazza etiope (spiegai loro che un’officina che si rispetti ha sempre qualche immagine di donna), un altro dei sindacati di regime inneggiante alla produzione sotto la benedizione di Menghistu e della falce e martello (è il loro paese quello, non il mio).
Lavorammo sul legno di alberi sacri, testimoni ancora di grandi feste popolari; intrecciammo ferri pazientemente affinati con la piccola forgia a mano; su una catena tenuta insieme dal “serpente” aprimmo una fenditura dilatata dai segni dell’acqua, del fuoco, del vento lungo il cammino di una umanità il cui sangue fiorisce la vita. Sulla porta ricamammo con la saldatrice la spiga e il grappolo. del mistero quotidiano, di ogni ricominciare. E sopra la croce fiorita dell’eresia monofisita copta.
Lavoravamo il tabernacolo restando la sera un poco di più e, solo allora, parlavamo lentamente cercando di capirci con gli occhi, con i gesti, con lo scarso vocabolario a disposizione. E parlavamo di sole, di aria, di vita e di morte, di sonno e di cibo, di guerra e di odio, di piccoli gesti d’amore. Così quei ragazzi mi chiesero se ero veramente un abba e perché non dicevo la messa con loro.

Luigi Sonnenfeld