L’intelligente e scanzonato amico di don Milani

Bere al proprio pozzo
Libri da non perdere (3)


 

Aggiungo all’intervento precedente di Luigi Sonnenfeld alcune note (e diverse citazioni) su questa breve opera di ricerca storica sulla figura di Bruno Borghi.

Non conosco Antonio Schina, so che c’entra con il Centro di Documentazione di Pistoia, (per il quale ho un pregiudizio favorevole che parte dai miei vaghi ricordi milaniani). So comunque che vorrei ringraziarlo, anzi, abbracciarlo per quel Bruno Borghi che mi ha restituito. Da ‘buon’ milanese–prete–operaio dei decenni scorsi, io sapevo solo che Bruno Borghi era il primo preteoperaio italiano; poi, alla sua morte, Renzo Fanfani e i suoi amici mi avevano regalato quel prezioso numero della nostra rivista (per l’esattezza, il 72-73 del gennaio-aprile 2007).

Nella sua opera Antonio Schina approfondisce e arricchisce quel Bruno che avevo conosciuto solo su carta; permettetemi di dire che il Bruno determinato (un aggettivo che dice già molto) che avevo intravisto mi diventa più vicino; posso dire anche più simpatico?

Una prova? Il suo primo trasferimento deciso dal cardinal Florit:

Giugno 1958: «L’Osservatore Toscano», diretto da don Giulio Staccioli, aveva scritto che a non votare Democrazia Cristiana si commettevano tre peccati. A queste considerazioni Bruno, allibito, prima va a parlare con il professore di morale in seminario: è quel padre Tarocchi che tanto aveva influito sulla sua scelta di farsi prete, che esclama, anche lui allibito: «O’i, che l’hanno presa pe’ acqua da occhi? Basta un peccato per andare all’inferno e questi scrivono…». Poi Bruno replica con una lettera al giornale.

Florit, benché a letto con l’influenza, convoca Bruno. Anche in questo caso l’arguzia di Bruno dà buona prova di sé:

Ma non ti vergogni a scrivere una lettera così?”

Perché?”

Ma lo sai che a Don Staccioli gli è venuto un attacco?”

Mi dispiace per questo.”

E poi ha dato le dimissioni da direttore dell’Osservatore Toscano. Lo fai te il direttore?”

Ma lo posso fare anch’io, certo lo farò in un’altra maniera… lo posso fare sì.

Non scherzare te, e poi anche… Rifredi, la Galileo eccetera. Te da Sant’Antonio vieni via… e andrai a Quintole” (pag. 34).

Stralcio dalla bella presentazione in quarta di copertina:

Bruno Borghi, l’intelligente e scanzonato amico di don Milani negli anni di seminario, altro prete comodo per le gerarchie ecclesiastiche quanto una manciata di puntine da disegno su una sedia”. [Vivacissima immagine milaniana, ripresa da Neera Fallaci, in Dalla parte dell’ultimo. Vita del prete Lorenzo Milani / 1974)].

Di lui don Milani dice che forse era l’unico prete che con la classe operaia sapesse parlare…

Tra le tante vicende che provano questa affermazione, riprendo qui solo l’intervento a favore della lotta alla Fivre di Firenze, occupata dagli operai che si oppongono a 150 licenziamenti. Siamo nel gennaio 1963; Bruno pubblica una lettera scritta assieme ad altri sacerdoti: Renzo Innocenti, Renzo Rossi, Enzo Mazzi [il parroco dell’Isolotto], Sergio Gomiti.

Se ai bassi salari, al lavoro notturno mal pagato, alle cattive condizioni igieniche, aggiungiamo quest’ultimo fatto: il licenziamento di 150 di voi, si ha la prova inconfutabile della ‘condizione operaia’: quella condizione, cioè, che fa della classe operaia la classe oppressa e diseredata.

Noi sacerdoti in cura d’anime, valutiamo tutta l’ingiustizia e la violenza disumanizzante di questi provvedimenti, che si tenta di ridurre ad “un episodio normale di fisiologia economica” (comunicato della Confindustria).

La nostra coscienza di pastori non ci permette di accettare una tale terminologia, che in questo caso, vorrebbe giustificare la grave decisione, dettata da una concezione materialistica dell’economia e del rapporto di lavoro […].

Quando in un’impresa il capitale ha impegnato pochi milioni e dopo 10 anni ‘l’affare’ ha il valore di miliardi e questi miliardi appartengono completamente esclusivamente al capitale, in quanto tale, si ha la prova non tanto dell’avarizia delle persone, quanto piuttosto della perversione delle istituzioni […].

Con la vostra lotta voi obbligate la società a prendere coscienza di questi due valori fondamentali: il primo che al centro dell’economia c’è l’uomo e che il fine del lavoro è prima di tutto di affermare la regalità dell’uomo e dello spirito; il secondo che l’impresa non è una società come tutte le altre, ma è una società incarnata in un’associazione umana, al punto che può perdere i suoi diritti se questa associazione si divide.

D’altra parte porre la rivendicazione di una economia umana è porre necessariamente la rivendicazione di una società senza classi. Una società cioè in cui ci sia un pluralismo di funzioni e di servizi e non la diversità e la permanenza delle classi” (pag. 35).

Riprendo ancora dalla quarta di copertina:

Bruno Borghi è stato, come sottolinea Marta Margotti nella sua prefazione, ‘eccentrico’ nel senso letterale di ‘fuori dal centro’; e nello stesso tempo tante cose in una, attraversando nell’arco della sua esistenza più ‘vite’: operaio, sindacalista, militante per i diritti dei disabili, contadino, cooperante in Nicaragua e volontario in carcere e molto altro” […].

La sua caratteristica fondamentale è sempre stata quella dell’agire e mai dell’apparire, con la conseguenza che è per molti aspetti difficile anche ricostruire «la sua straordinaria generosa esistenza» (così Adele Corradi, nel suo meraviglioso libretto di memorie (Non so se don Lorenzo / 2012)

Una prova tra le tante di questa straordinaria generosità? Bruno durante e dopo l’alluvione del ‘66 a Firenze. Ne scrive Giorgio Falossi, amico comune di Bruno e di don Milani, in una sua lettera:

Ieri sono stato a Brozzi a spalare un po’ […]. Laggiù è l’inferno, c’è ancora 50 centimetri d’acqua. Le case non toccate sono una decina su una popolazione di 100 persone […] Tredici bambini piccoli con sei donne sono a Quintole nella casa di Don Bruno. Lui è a Brozzi fisso giorno e notte” (pag. 37).

Antonio Schina continua:

A Brozzi, Bruno è anche tra i promotori del comitato di quartiere spontaneo che gestisce il dopo alluvione, assieme a comunisti e democristiani. Si tratta di un’esperienza importante che vede coinvolti molti quartieri della città: se ne contano ben dodici.

Rinunciando ad altre citazioni notevoli che varrebbe la pena di fare, chiudo con un ritaglio splendido che mostra l’uomo di fede, da una lunga preghiera che probabilmente Bruno ha formulato come preghiera eucaristica:

Ti chiediamo, o Signore,
che ci siano ancora i boschi e gli alberi,
che ci siano uccelli nell’aria,
che la luna e le stelle
siano ancora meraviglie,
che ci sia il fuoco per chi ha freddo
e frutti per chi ha fame,
che ci siano sempre innamorati e vagabondi,
il vino e i giochi,
ma soprattutto che non cessi mai
nel cuore dell’uomo
la speranza umana,
la solidarietà con gli sfruttati,
la certezza che domani abbatteremo ciò che è vecchio
per fare la novità del Vangelo (pag. 84).

Luigi Consonni