Brevi note di viaggio di un prete operaio a cavallo del secolo

Bere al proprio pozzo
Libri da non perdere (3)


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Bruno Borghi, il prete operaio

Leggendo il bel libro di Antonio Schina, “Bruno Borghi – Il prete operaio”, stampato per conto del Centro di Documentazione di Pistoia, mi sono immerso negli anni della mia gioventù che mi hanno accompagnato – in un lento, ma costante movimento trasversale a ritroso – nella discesa dei gradini della eccellenza sociale ed ecclesiastica; dall’approdo a Roma nel 1966, alunno del Collegio Capranica, luogo di formazione di Pio XII e di numerosi vescovi italiani e non, fino alla comparsa di un trafiletto ANSA sulla stampa nazionale che mi riguardava e annunciava nel 1973 “metalmeccanico si laurea in teologia” a segnare una curiosità contro natura del tipo: nato un vitello con due teste… Del fatto che fossi un prete, non veniva per niente menzionato. Conservo comunque con un certo orgoglio la lettera di felicitazioni del Cantiere navale in cui lavoravo.

Mi costò la carriera ecclesiastica la simpatia e l’amicizia per la Comunità di Bicchio (Viareggio) che, da una parte, mi convinse a farmi ordinare prete superando la delusione di essere entrato in seminario per vivere un’avventura e lo scontro con una “educazione” bacchettona e appiattita su schemi di separazione con tutto ciò che sapeva di umano, privilegiando un “sacro” bigotto e ripetitivo; dall’altra l’innegabile attrazione di un “mondo” in cui convivevano figure maschili e femminili in una condizione di semplicità e di trasparenza nei confronti di tutto ciò che ci girava intorno; aperto e interessato alla vicenda umana, dai vicini di casa alle notizie e alle storie che provenivano dall’oltre oceano.

Non sapevo niente di Bruno Borghi, non mi risulta che con don Sirio Politi si siano mai incontrati e, anche nei primi anni di vita della Comunità di Bicchio, gli unici riferimenti a Bruno vennero da don Beppino Socci e don Beppe Pratesi che – prima di venire ad abitare a Viareggio – avevano vissuto il seminario e i primi anni di vita sacerdotale nella diocesi di Firenze. Ma anche loro scontavano qualche anno di distanza dal primo periodo di lavoro di Bruno, essendo più giovani di circa dieci anni. Non solo; negli anni ’50 sicuramente, ma ancora nel decennio successivo, credo che le poche e frammentate esperienze di lavoro operaio da parte di preti, fossero vissute come avventure in campo aperto, uscendo dalle canoniche e dall’ombra del campanile per tuffarsi nelle acque della vita della gente comune. Di quella realtà di popolo che solo in parte e in modi sempre più distaccati, viveva la chiesa come antagonista, collusa con le classi padronali, e il sacerdote ben piazzato al centro della vita borghese.

Gli incontri che precedettero l’inizio dei “convegni” dei preti operai, avvennero nei primi anni ’60 tra preti e religiosi che vivevano il sogno di una chiesa liberata dal potere e tesa a divenire sorella della realtà umana immersa nella povertà e nelle periferie del mondo; ma non condividevano una comune testimonianza all’interno del mondo del lavoro.

Quando nel 1969, si incontrarono per la prima volta come “preti operai” poco più di una trentina di preti a Chiavari, Sirio Politi e Rolando Menesini che venivano da Bicchio (Viareggio) e portavano la differente esperienza di lavoro legata all’artigianato popolare raccontarono che non di rado, prendendo la parola, molti dei presenti confessavano di aver creduto – fino ad allora – di essere gli unici in Italia ad aver imboccato la strada del lavoro operaio.

In un certo senso, quei preti che si incontrarono a Chiavari, come coloro – e Bruno è stato uno di quelli – che a quella data avevano già esperienza di lavoro dipendente, sono tutti “primi preti operai”, anche se – in una scala temporale, Bruno Borghi è stato il primo prete a varcare come operaio dipendente i cancelli di una fabbrica nell’era moderna. Sirio Politi a Viareggio, come Carlo Carlevaris a Torino, e altri che ho avuto la fortuna di incontrare negli anni in cui iniziavo a frequentare la Comunità di Bicchio, sono anche loro – per me – “i primi preti operai”.

Continuando a leggere il libro di Antonio Schina su Bruno Borghi, mi sono soffermato a pag. 22: “Siamo nel 1951 e con questo colloquio tra il cardinale Della Costa e Bruno si chiude la breve esperienza al Pignone, con una grande sofferenza da parte sua:

- Guarda, non devi andare più.
- Ma come, questi operai con cui ho stabilito un rapporto, e poi soprattutto le speranze che sono nate in me, l’entusiasmo per una cosa così.
- No, no, basta da Roma è venuto quest’ordine.
- Ma guardi, Eminenza, che non…
- Non si discute più […] vai cappellano a Pontassieve”.

Poche righe più sotto, nota ancora A. Schina: “Le pressioni da Roma sono molto forti e vanno oltre le convinzioni del cardinale, che pure credeva alla necessità di sperimentare l’esperienza dei preti in fabbrica… C’è il peso della vicenda francese che proprio in quegli anni sta arrivando al suo epilogo… Tra il 1953 e il 1954 arriverà poi il provvedimento definitivo di chiusura: così i preti operai verranno distinti e divisi tra “soumis”, obbedienti, che accettano di tornare nelle parrocchie e “insoumis”, disobbedienti, che decidono di rimanere al loro posto”.

Mi sono chiesto allora: come mai l’arcivescovo di Lucca Antonio Torrini, nel 1955 dette il permesso a Sirio Politi di lasciare la parrocchia di Bargecchia e scendere a Viareggio per inserirsi – come operaio – nei Cantieri navali della Darsena, allora conosciuta come “la piccola Russia”? Il vescovo Torrini era stato a lungo Visitatore dei Seminari e quindi uomo dell’istituzione e delle regole, anche se aveva, con lucidità e coraggio personale, ascoltato e protetto – durante gli anni della guerra – i preti coinvolti nel nascondere ebrei e partigiani ricercati dai nazisti. Non poteva quindi non sapere quali resistenze, ma soprattutto, quali pressioni venissero da Roma contro l’esperienza dei preti operai. E se, a Firenze, il cardinale Della Costa aveva ritenuto quattro anni prima di impedire a Bruno Borghi di continuare a lavorare alla Pignone, cosa poteva essere accaduto fino al punto che a meno di 80 km di distanza un altro vescovo consentisse, quattro anni dopo, a un suo prete di entrare in fabbrica?

Nel numero doppio di Pretioperai (PO Europei – cronaca, storia, prospettive n° 30-31 Maggio 1995) ho trovato in una nota una citazione dal primo numero del 1994 di Témoignage Chrétien, pag. 22 che riporto integralmente.

Il 20 febbraio 1954 i PO di tutta la Francia si riuniscono segretamente per eludere i mass-media, al Café de la Paix, a Villejuif. Due giorni per prendere atto di una spaccatura tra loro preti-operai. Ciascuno dei presenti indica la decisione che ha preso. Circa la metà annuncia di continuare l’impegno operaio, molti sospendono la loro decisione. Quelli che hanno deciso di lasciare il lavoro sono dunque minoranza.

La prova di forza è evitata: l’obbedienza di cui danno prova i domenicani placa le congregazioni romane; esse eserciteranno minori pressioni sui vescovi per ottenere l’applicazione delle sanzioni previste e nei termini stabiliti contro i ribelli”.

E’ forse in questo allentamento della pressione vaticana, nella personale sagacia del vescovo Torrini e nella fiducia da lui riposta in Sirio Politi di cui conosce e stima la serietà di intenti e la fede profonda, che viene accordato il permesso di entrare nella vita operaia, pur in presenza di un atteggiamento negativo del Sant’Uffizio.

Torrini, di fronte alle prime richieste di don Sirio, si rivolse a lui con parole paterne esortandolo a non eccedere nella lettura di libri francesi che potevano portarlo su strade rischiose. E Sirio, pur confermandogli le letture che stavano alla base di una chiesa che si misurava a partire dal basso, gli rispose: “C’è un solo libro che mi sconvolge e che è alla base di ogni mio pensiero e progetto di vita”. “Ah, sì? – e quale sarebbe?” riprese il vescovo. “Il Vangelo!”.

 

C’è comunque un particolare che accomuna le figure di Bruno Borghi e Sirio Politi, al di là dei pochi anni che separano le rispettive esperienze: entrambi, il primo giorno di lavoro, entrano in fabbrica indossando la veste talare e se la tolgono per iniziare il lavoro. Ma, mentre Bruno viene accolto molto bene dagli operai, Sirio inizia il percorso in una solitudine e una diffidenza generale. Solo dopo mesi di osservazione si guadagnerà fiducia e rispetto da parte degli operai. Diversità di ambienti o un clima di contrapposizione che, in pochi anni, sta arroventando il Paese?

Questo particolare (non seguito, a quanto ne so, dai preti che entrarono in fabbrica negli anni successivi) che accomuna i due preti operai italiani degli anni ’50, mi par significativo di un percorso che arriva fino ai nostri giorni in un crescente “abbattimento di mura” che dà ragione all’immagine di una “chiesa in uscita”, soprattutto da se stessa.

Ne ho ritrovato una traccia nell’articolo scritto, dopo la morte di alcuni preti operai di Torino, da Enrico Peyretti su <Il Foglio> del settembre scorso che lui stesso mi ha consegnato in un incontro, breve e intenso, giusto per un abbraccio, alla stazione di Viareggio, prima che prendesse il treno per casa.

Il prete operaio è un prete rientrato nel popolo… è uscito da quella separatezza, si è confuso con i lavoratori, si è fatto <uno di loro>. Ha scelto la classe povera di allora, anche le sue lotte di solidarietà e giustizia, spesso criticato dalla chiesa ufficiale come per una contaminazione del sacro col mondo, e in pericolo di contagio marxista… Quel tarlo dell’individualismo, emerso poi come causa della crisi della sinistra, corrotta dal liberismo, era già visto dai preti operai per la loro sensibilità morale: essi contribuirono quanto poterono a tener vivo un filone di pensiero-azione per la giustizia, perciò anche per gli ultimi più ultimi, privi di una forza organizzata.

Il prete operaio si è declericalizzato. L’abito e l’aura del <separato> scompariva dalla sua persona… Spesso (dalla fine degli anni ’60 in Italia) i compagni ignoravano che quell’operaio fosse un prete, e lo scoprivano col tempo in quel compagno di fatica, nel rapporto personale, non per un titolo sacro su di lui. Così il prete operaio ha contribuito, anche consapevolmente, alla demolizione del <clero sacro>, istanza evangelica sollevata nel Concilio, anche se poco riconosciuta nella successiva pratica ecclesiastica, fino a ritorni recenti di clericalismo.

I preti operai hanno contribuito molto a ricondurre il ministero presbiterale nel corpo vivo del <popolo di Dio> che è tutto profetico, sacerdotale, regale. Questo loro contributo deve rimanere.

Insomma, i preti operai hanno lavorato per la dignità umana, da consapevoli e grati figli di Dio, non solo nella società, ma nella chiesa stessa. La fatica quotidiana, la solidarietà, sanno anche purificare la fede, fanno riconoscere come davvero Dio guarda e cerca i suoi figli, fuori dagli orpelli teorici e rituali di cui gli scribi caricano le spalle dei poveri, e stanno a guardare e a giudicare.

Complessivamente il loro fu un atto originale, un’assunzione di responsabile iniziativa, una presa di parola dignitosa e libera. Di questo c’era bisogno nella chiesa, a questo portava il Concilio ben compreso. Di questo c’è bisogno sempre, anche oggi. Senza fughe solitarie, la comunità ecclesiale, come ogni comunità umana, ha bisogno non di sudditi obbedienti e passivi, ma di liberi creatori di iniziative inserite nel cammino comune, anche assumendo il rischio della sperimentazione… L’esploratore non va per un suo gusto solitario, ma per cercare una strada utile a tutti. Così furono i preti operai”.

Oggi, un tempo in cui appare chiaro – come commenta un amico su fb – che “la salvaguardia del pianeta è ormai la priorità delle priorità. Stiamo modificando il clima, abbiamo distrutto, inquinato e resi insicuri vasti territori, abbiamo riempito il mare di plastica e stiamo distruggendo la biodiversità; intere specie animali spariscono giorno dopo giorno, tante altre sono al lumicino. Il predominio umano si sta dimostrando egoista, violento, insensato e – senza una rapida inversione di tendenza – foriero di devastazioni globali (i primi segnali sono già evidenti). La cura dell’ambiente – oltre ad essere una priorità per la salvaguardia del pianeta (e di chi ci vive) – può anche rappresentare un poderoso motore per un nuovo sviluppo e un rilancio dell’occupazione; l’umanità ha i mezzi, le conoscenze, le tecnologie ed il bisogno di farlo. Perché non si fa? Quello dell’ambiente è il principale tema intorno al quale poter costruire inedite “alleanze” (culturali ed economiche) globali così come locali. Per affrontare questi temi occorre un nuovo approccio politico che assuma la sostenibilità ambientale come stella polare nella formazione di tutte le decisioni a tutti livelli, ad iniziare da quelli locali. Per impedire il degrado del pianeta occorre superare la politica, l’economia e la cultura del “qui e subito” e progettare nuove soluzioni per poter garantire cibo, acqua, cure, energia, istruzione e servizi ad una popolazione umana che tra trenta anni supererà i 10 miliardi di individui; una situazione che – se nulla cambia – potrebbe essere caratterizzata da una biosfera irreparabilmente lesa, da un occidente ricco, obeso, sempre meno incline a riprodursi e perciò vecchio (questione demografica) e per di più assediato da un sud del mondo giovane e prolifico, che difficilmente sarà disposto a rimanere ancora escluso da una più ragionevole redistribuzione della ricchezza e dei saperi. Se oggi le migrazioni hanno come motore prevalente la speranza di una vita migliore, domani – a seguito del riscaldamento globale – interi popoli potrebbero essere costretti a muoversi solo per garantirsi la sopravvivenza. E se qualcuno pensa che questi temi possano essere affrontati nazione per nazione nella migliore delle ipotesi si illude altrimenti è oggettivamente corresponsabile dei danni a venire. (Marzio Francesconi)

L’esodo continua senza soste e ci proietta verso sempre nuovi orizzonti. Una volta che si è attraversato un confine, anche solo legato alla singola identità personale, non ci si può fermare. Non si riesce a evitare di lanciare il cuore in un “oltre” incessante. Anche quando si fa sera, e l’invito non è più ad aprire o approfondire strade nuove, ma a sostare, a fermarsi, a sedere alla tavola della condivisione di sé. Fin nel superare gli argini del tempo e dello spazio. E sfociare in mare aperto perché la vita si mescoli solo alla vita.

Luigi Sonnenfeld