Don Giovanni Carpené, una vita armata solo dalla ragione

Ricordiamo i nostri compagni di viaggio (3)


«È l’unico pretaccio con cui riesco ad andare d’accordo».

Detta da Giorgio Giovanzana, all’epoca (anni ‘70) leader e spesso unico esponente locale del Partito Radicale, cioè i mangiapreti per eccellenza, era più di una manifestazione di generico rispetto, era la convinzione di essere dalla stessa parte della barricata.

L’umanità si divide tra persone che parlano e persone che fanno: Giovanni Carpené – anzi la sua famiglia, considerando la sorella che con sottile preveggenza venne chiamata Onesta – apparteneva al secondo gruppo.

La sua ricetta per un mondo più giusto non la predicava, la viveva. Fare il cappellano del lavoro, emigrato in Belgio, non gli bastava; diventò operaio alla Pivano di Alessandria. E pure sindacalista, assieme ai «mangiapreti» della Cgil.

Discutere, discuteva poco: ti ascoltava per ore e poi con una manciata di parole ribaltava il tuo modo di pensare. Importanti non erano tanto le idee, quanto quello che ne scaturiva di concreto: le «150 ore», l’ufficio stranieri (oggi Migranti), l’Ics, la StrAlessandria a sostegno dei progetti per i poveri di tutto il pianeta.

La sorella Onesta non faceva le marce contro l’imperialismo in Indocina; ci andava in Vietnam e soprattutto in Cambogia ad «aiutarli a casa loro», diventando un mito per i collaboranti di tutti i Paesi.

Giovanni Carpené se n’è andato dopo aver visto il suo mondo cambiare, ma poi non così tanto. Anche oggi si parla molto e si fa poco, solo che con Facebook, Twitter, WhatsApp le parole hanno preso il definitivo sopravvento.

«Quando un uomo armato di ragionamento ne incontra uno armato di slogan, quello con il ragionamento è un uomo morto».

Non è mia, ma la adotto volentieri.

Piero Bottino

La Stampa, 24 giugno 2018