La pastorale di un prete operaio / La morte di Carlo Carlevaris

Ricordiamo i nostri compagni di viaggio (1)


È morto Carlo Carlevaris, prete operaio. Dell’esperienza di sacerdoti in fabbrica si è persa quasi completamente la memoria, soprattutto da quando la crisi del sistema fordista e la scomparsa delle forze politiche del movimento operaio hanno scavato un solco nella storia italiana. Un discorso in parte diverso andrebbe fatto per la Chiesa, che proprio in tempi recenti sembra avere assimilato alcune spinte riformatrici del suo Novecento.

I preti operai, cioè quei sacerdoti che scelsero di vivere la propria missione pastorale nel mondo del lavoro, sono stati un anello di congiunzione tra istanze di cambiamento diverse e talvolta convergenti: da una parte le parole d’ordine uscite dal Concilio Vaticano II, e soprattutto quelle per una Chiesa «povera e dei poveri», dall’altra le culture del lavoro. Nella lunga biografia militante di Carlevaris è come se fosse possibile rileggere i principali capitoli di questa storia.

 

NATO NEL 1926, formatosi nell’austerità oppressiva dei seminari di allora, diventa prete della diocesi di Torino nel giugno 1950. Si avvicina prestissimo all’esperienza dei «cappellani del lavoro», che devono garantire «assistenza spirituale» nelle fabbriche in funzione concorrenziale ai comunisti. Esercita il suo ministero alla Michelin, alla Lancia e alla Fiat Grandi Motori. Da giovane prete entra in contatto con quei sacerdoti francesi che decidono di condividere la vita degli operai, cioè lavorando per vivere, abitando nei quartieri popolari e mettendo da parte i segni dell’appartenenza clericale.

 

TRA IL 1954 E IL 1959 il Sant’Uffizio interviene per stroncare l’esperimento, sancendo l’incompatibilità tra sacerdozio e lavoro manuale. In Italia arriva solamente l’eco di questa contesa, ma Carlevaris e i suoi (pochi) compagni piemontesi possono contare su alcune figure apripista come il fiorentino Bruno Borghi e Sirio Politi a Viareggio. Negli anni Sessanta e durante la ripresa delle agitazioni operaie, il Vaticano II riabilita l’esperimento dei preti in fabbrica. Nel 1968 Carlevaris ottiene il permesso di andare a lavorare alla Lamet. Lo stesso anno, insieme a Luisito Bianchi (ex vice-assistente nazionale delle Acli) e Giovanni Carpené dà vita al primo network nazionale.

 

NEL PRIMO INCONTRO della rete, che si svolge a Chiavari nel luglio 1969, si discute di evangelizzazione nella condivisione della vita operaia. I toni sono quelli della pastorale post-conciliare, ma a partire dall’incontro nazionale di Reggio Emilia (1973) si perfeziona anche la linea politica in direzione sostanzialmente anticapitalista: una «scelta socialista» per molti versi affine a quella compiuta dalle Acli.

Al convegno nazionale di Serramazzoni, dal titolo «Contro l’uso antioperaio della fede», esplode anche il conflitto con la Chiesa gerarchica, che considera l’esperienza dei preti in fabbrica potenzialmente lesiva dell’autorità del sacerdote.

 

I TORINESI hanno potuto contare per un lungo periodo sul sostegno del cardinale Pellegrino, che ha scelto di coinvolgere i sacerdoti operai nella scrittura della lettera pastorale Camminare insieme, un vero e proprio manifesto per una Chiesa povera.

Ricorda Carlevaris, intervistato da Adista: «arrivammo a questa conclusione: siamo al confine sia da un punto di vista politico, perché i più di noi non hanno una collocazione partitica precisa, pur avendo fatto la scelta di sinistra; e lo siamo anche dal punto di vista ecclesiale, perché molti di noi sono in conflitto con i propri vescovi (alcuni erano già stati sospesi, altri non avevano più dialogo col proprio vescovo)».

 

GLI ANNI OTTANTA vedono il movimento entrare in crisi. Carlevaris prosegue la militanza nelle file della Fim-Cisl e della Gioc (la Gioventù operaia cristiana). Al centro della battaglia ancora una volta il vangelo, da vivere fuori dal tempio e con le mani sporche. Come ha scritto Giuseppina Vitale, che ha ricostruito biografie e itinerari dei preti operai italiani (L’anima in fabbrica, Roma, 2017): «non per dare un’”anima alla fabbrica”, ma per ritrovare l’anima dentro la fabbrica». Tracce di una «chiesa altra» in un tempo storico che sembra oggi davvero lontano.

Alessandro Santagata

Il manifesto” del 10 luglio 2018