Dalla frontiera della sofferenza umana

Testimonianze


Carissimi,
dai bassifondi di Nairobi, jambo! Dalle fogne del mondo, sijambo!
Un anno fa, il 15 dicembre, sono ridisceso agli inferi, sono ritornato a Korogocho. Quella domenica mattina, sceso dall’aereo, raggiunsi in tutta fretta la chiesetta di St. John a Korogocho, dove i poveri del Signore celebravano la loro Pasqua. Lì deposi un ramoscello di vischio natalizio nelle mani del fratello Gianni che rispose con un abbraccio così caloroso da far esplodere la comunità cristiana in canti di festa e di gioia! […].
La situazione di questi poveri che vivono all’ombra dei grattacieli e degli hotel a cinque stelle di Nairobi diventa sempre più pesante mentre pagano con il sangue l’aggiustamento strutturale imposto dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale. L’inflazione galoppa, la disoccupazione dilaga. La fame cresce (anche in Kenya, un paese che ne sembrava risparmiato!) e con essa trionfano le malattie, l’Aids spadroneggia (stiamo assistendo all’inizio di una tragedia immane!).
L’abisso tra ricchi e poveri diventa sempre più profondo: si tratta di una vera e propria apartheid economica che separa la Nairobi bene dall’inferno delle baroccopoli (un centinaio, con un milione e mezzo di abitanti). Korogocho è solo una di queste: è la terza per popolazione ma riassume bene l’immenso clamore di sofferenza umana innocente. È in questa Korogocho, simbolo di tutte le korogocho del mondo, dove sono ripiombato poco prima di Natale, mentre avevo gli occhi ancora pieni delle luci sfavillanti e dei negozi superforniti della mia terra trentina: segni della grande festa del consumismo.
In un suo recente editoriale su Concilium Leonardo Boff scrive: «La grande festa annuale di questa religione del mercato (e della merce) è il Natale. È la celebrazione delle merci nei centri commerciali addobbati a festa e nella cena natalizia dove ci dev’essere da mangiare e da bere a sazietà come in ogni festa religiosa che si rispetti». È questa la religione del benessere, la religione della merce e del mercato: il vangelo della prosperità. E le Chiese stesse rischiano oggi di dare man forte a questa nuova religione civile: è l’«invadente idolatria» di cui l’americano Jack Nelson-Pallmayer nel suo libro «Guerra contro i poveri» accusa la Chiesa del Nord America, o la «nuova cattività babilonese» di cui Moltmann accusa la Chiesa europea; una prigionia che, paradossalmente, «è non babilonese, in quanto la Chiesa non la sperimenta come cattività per i privilegi di cui gode nella civiltà occidentale».
Proprio per dire no a tutto questo abbiamo deciso di andare a celebrare il Natale ancora una volta nella discarica dei rifiuti di Nairobi, nel Mikuru (parola kikuyu che significa appunto discarica). Essa si estende davanti a Korogocho dall’altra parte del torrente Nairobi; è una vasta scarpata fumante dove i camion del comune scaricano ogni giorno tonnellate di rifiuti. Lì migliaia di persone lottano con gli uccelli rapaci per spartirsi il bottino. Tutto infatti è recuperato e riciclato …Migliaia di persone a Nairobi, milioni di persone nel mondo vivono dei nostri rifiuti: sono questi i veri profeti del nostro secolo perché, con la loro vita, mettono sotto giudizio l’attuale sistema economico. Eppure, nella stessa Korogocho, essi sono i grandi emarginati. Il lavoro che fanno, i panni luridi che vestono, la loro ubriachezza quasi costante e l’uso di droga li rendono un mondo a sé e additati come colpevoli di tutti i crimini.
Quando nel gennaio 1990 «scesi» a Korogocho (non c’è missione senza discesa agli inferi!) e mi imbattei in questa gente, iniziai con grande meraviglia di tutti a fraternizzare con loro. Un giorno uno di loro, Geremia, mi fermò per strada e mi disse a bruciapelo: «Bravo! Sei il primo bianco (mzungu) che ha avuto il coraggio di condividere la vita della gente di Korogocho…». Poi con tono brusco e duro aggiunse: «Ma chi siamo noi del Mukuru che non ti degni di venire a visitarci? Siamo forse bestie?». Gli controbattei: «Domani stesso verrò a trovarvi!». Mi guardò incredulo…«Alex, non farlo», mi consigliava poi la gente, «ti ammazzeranno». L’indomani con un po’ di paura, iniziai da solo la «discesa» nella discarica. Camminai da solo, salutando la gente che incontravo, finché trovai Geremia. «Ah!» mi fece con un sorriso «Sei arrivato? Vieni con me…».
Insieme camminammo lentamente in questa «valle di lacrime», in questa «valle della Geenna»… Tra i mucchi di sporcizia e di rifiuti, centinaia di giovani, donne, bambini erano alla ricerca di tutto (ossa, carta, plastica…). Iniziò così l’avventura con la gente del Mukuru che andò approfondendosi nella nostra chiesetta …con un bicchiere di thé e una fetta di pane: la gente del Mukuru ha sete soprattutto di dignità umana, di sentirsi rispettata.
Da questi incontri nacque l’idea di dare inizio ad una piccola comunità cristiana: la comunità del Mukuru. I primi incontri erano uno spettacolo: 30 o 40 uomini, sporchi ed ubriachi fradici, tentavano di rileggere il Vangelo per renderlo il Vangelo secondo il Mukuru. Un po’ alla volta tuttavia iniziarono a rasserenarsi e a rivelare la profondità della loro umanità. Sono proprio loro, gli ultimi, i depositari di quella sapienza che solo Dio può donare. «Ti lodo, Papi, perché hai rivelato queste cose ai poveri…». Ricordo quando nel mio primo Natale a Korogocho decisi di benedire le baracche della gente del Mukuru. Come entrai nella baracca di Geremia, egli mi accolse con un abbraccio e gioia esplosivi. Mi fece sedere su un sasso: era una baracca delapidata. «Aspetta qui» mi disse «ritorno subito». E lo vidi sparire. Pochi minuti dopo ritornò con un pezzo di pane che aveva acquistato al negozio. Mi si parò davanti e disse: «Prendi, Alex. Mangia! Questo è il mio corpo dato per voi».
Con il pane della Parola e con il pane dell’amicizia camminammo insieme e cammin facendo sognammo …la cooperativa! Visto che nella discarica ognuno raccoglie e vende a dei mediatori che intascano il guadagno mentre i poveri rimangono solo con le briciole, perché la piccola comunità cristiana del Mukuru non potrebbe costituirsi in cooperativa? L’idea fu accolta con molto calore. Le difficoltà però sembravano insormontabili. Chiedemmo un pezzo di terreno al Comune di Nairobi come punto temporaneo di riferimento per la cooperativa: «Below the sewage line» (sotto la linea della fogna), mi fu risposto da un ufficiale del Comune, «sopra la linea della fogna è riservato allo sviluppo». Ricevettero questa terra poco prima che rientrassi dall’Italia: fu un vero dono di Natale per i più poveri.
Fu per questo che decidemmo di celebrare il Natale dentro la discarica: «il Signore è davvero nato al Mukuru» esclamava la gente. Accendemmo un enorme fuoco, il fuoco dei pastori, il fuoco della speranza: luce nella notte! Ballammo e cantammo intorno al fuoco. «Oggi è una tappa importante del nostro cammino» dice Salim, il leader della piccola comunità cristiana. «È il Signore che ci sta tirando fuori dall’Egitto per farci entrare nella Terra Promessa. Ma la strada è lunga e dura!». Guardavo i volti dei presenti illuminati dai bagliori del fuoco e mi domandavo se era la vigilia di Natale o di Pasqua…
Quella notte di Mukuru ho capito che l’unico Natale che esiste è la Pasqua. Non è forse per questo che la Chiesa per i primi cinque secoli ha celebrato esclusivamente la festa di Pasqua? Nella notte, alla luce di un fuoco abbagliante, guardavo i volti della gente del Mukuru e ripensavo alle loro tragiche storie. «Siamo in Egitto» diceva Njoroge,un giovane del Mukuru, «ma Dio non si è dimenticato di noi… Come allora mandò Mosé, così oggi ci manda dei profeti per tirarci fuori. Inizia ora il nostro esodo…». E lentamente molti di loro hanno iniziato la loro Pasqua: dalla schiavitù dell’alcool e della droga …alla libertà dei figli di Dio. Ogni lunedì mattina mi sono seduto all’ascolto della Parola con loro: che ricchezza umana, che profondità spirituale mi era dato di scoprire! […].
Ricordo l’esperienza con Lucy Kafula che la gente considera una santa. Lucy, orfana di entrambi i genitori, a 13-14 anni si diede alla prostituzione per poter sopravvivere e cominciò a bere forte… Viveva come un cane randagio sulle strade di Korogocho. Spesso veniva nel cuore della notte a bussare alla mia porta, per avere un angolo dove dormire. Più di una volta ha dormito in sacrestia, avvolta nei paramenti sacri per ripararsi dal freddo. Ma non ha mai voluto saperne di chiesa… finché a 19 anni scoprì di avere l’Aids. Venne allora a cercarmi, a parlarmi, e un giorno mi chiese il battesimo. La preparai io stesso a questo evento. La suora mi esortò a battezzarla al più presto perché sarebbe morta in breve tempo. In una splendida sera tutta la comunità di Gorgon ebbe la gioia di vedere Kafula «uscire dall’acqua» come una creatura nuova.
Kafula, trasfigurata nel corpo e nello spirito, resistette al suo male per oltre due anni, con il sorriso sulle labbra (il potere dei segni, la forza dello Spirito). L’ultima eucarestia con lei presente la celebrai il 13 giugno. Lucy intonò il suo canto di lode: «l’anima mia magnifica il Signore…». Era quello il vangelo di quella sera, che riassumeva cosi bene la vita di Kafula. Lei piangeva, le passai una carezza sul volto… sorrise. Il giorno dopo non c’era più: morì con il sorriso sulle labbra. Per la comunità cristiana rimane però più viva che mai: è la «Maria» di Korogocho.
Due mesi fa venne a trovarmi una ragazza di 23 anni: «Ho l’Aids» mi disse e continuò: «Alex, aiutami a morire con il sorriso sulle labbra come hai aiutato a morire la Lucy Kafula, con il sorriso sulle labbra». […]
Quanta strada abbiamo fatto in questi due anni: è stato un lungo cammino di Pasqua, fatto con questi bimbi, volti di quel bimbo che nasce fuori Gerusalemme, fuori dai palazzi, che nasce a Korogocho, che nasce a Mukuru… sovversivo dell’Impero come del Tempio, proprio perché un Bimbo, una stellina, un seme gettato nel solco, un crocifisso…
Abbiamo camminato con questa nostra gente di Korogocho che pare sospinta verso la violenza come unica soluzione per risolvere i problemi. Nel giro di un anno ben dieci giovani sono stati bruciati vivi a Korogocho con il copertone e la benzina perché accusati di essere ladri. In seguito abbiamo appurato che quasi nessuno aveva rubato! Quando uno di questi episodi accade a noi, abbiamo deciso di celebrare l’eucarestia sul luogo dell’omicidio e come segno di protesta bruciamo un copertone con dentro una croce di legno che porta il nome del condannato). Abbiamo detto di no alla violenza collettiva che sta attanagliando la società keniota, una società già di per sé violenta, sostenendo con la nostra adesione l’azione nonviolenta delle madri dei prigionieri politici che da quasi un anno fanno un digiuno a singhiozzo […].
Qualsiasi cosa succeda continueremo a camminare con i poveri della terra, con gli ultimi, con i disprezzati… Rafforzati da questa immensa ragnatela di amici, di volti noti e di volti sconosciuti che sentiamo così presenti quando nel cuore della notte guardiamo la Croce del Sud, ci mettiamo davanti al pane dei poveri… Pellegrini sulle strade dei poveri, grandi profeti, i maestri di vita, sacramenti viventi di quel Bimbo che ci è dato. O come dice Tagore:

“Qui è il tuo sgabello
e qui riposano i tuoi piedi
dove vivono i più poveri
i più umili
i perduti.
Quando a te io cerco d’inchinarmi
la mia riverenza non riesce ad arrivare
tanto in basso dove i tuoi piedi
riposano tra i più poveri
i più umili
i perduti.
L’orgoglio non si può accostare
dove tu cammini, indossando
le vesti dei più poveri
i più umili
i perduti.
Il mio cuore non riesce a trovare
la strada del Signore per scendere laggiù
dove tu ti accompagni a coloro che non hanno
compagni tra i più poveri
i più umili, i perduti”.

È questo il nostro cammino, la nostra storia… mia e di Gianni, una piccola fraternità alle frontiere della sofferenza umana che celebra quotidianamente la Pasqua del Signore.

Alex Zanotelli