Terra amica

Sguardi e voci dalla stiva (4)


 

La terra è un sistema meraviglioso ma estremamente delicato, qualcosa che ci sostiene, ci nutre e ci fa respirare. Ma, considerando i tempi estremamente lunghi della sua formazione, costituisce una risorsa sostanzialmente non rinnovabile: per produrre uno strato di humus fertile dello spessore di 2,5 cm. servono circa 500 anni.

Dal mio punto di vista dell’Oltrepò Pavese, con uno sguardo che percorre le valli che portano alla catena appenninica che va dal M. Penice al M. Lesima e al M. Antola, mi sembra di rilevare tre aspetti di fragilità relativi al suolo.

Partendo dall’alto, la prima fragilità è l’abbandono dei territori della montagna.

Ormai i paesi al di sopra dei 500 m. di altitudine sono quasi del tutto disabitati.

Le case, magari ristrutturate e di aspetto gradevole, sono di proprietà di famiglie ormai trasferitesi nelle città della pianura e da esse utilizzate solo in brevi periodi dell’anno o al massimo nei fine settimana.

Nell’Appennino c’è tutto un patrimonio di boschi, prati e case quasi del tutto inutilizzato. C’è, qua e là, qualche iniziativa individuale, ma manca assolutamente una vera politica per lo sviluppo della montagna.

Non è soltanto il fatto di lasciare inutilizzate delle possibili risorse, ma il terreno, abbandonato all’incuria, si degrada. Questo avviene in maniera spesso disastrosa dove i residenti dei secoli passati hanno disboscato vaste zone per ricavarne terreni coltivabili. Con l’abbandono di queste terre, è venuto a mancare il controllo dei corsi d’acqua da parte dei contadini e si è creato, specialmente nelle zone collinari, un vero dissesto idrogeologico, con frane gigantesche che mettono a rischio anche le abitazioni.

Un’altra ferita al territorio, prodotta dall’opera attiva dell’uomo, è la cementificazione.

Certamente questa risponde a esigenze reali di sviluppo abitativo delle città, di costruzione di insediamenti industriali e di centri commerciali.

Ma spesso sorge la domanda se tutto questo sia veramente necessario. Se non sarebbe preferibile riutilizzare le aree di vecchi edifici abbandonati. E se sia proprio necessario cementificare piazzali enormi attorno ai centri commerciali per il parcheggio delle auto.

Esistono nella mia zona dei capannoni fabbricati in serie circa 40 anni or sono, con i contributi dello stato in un’area allora dichiarata “depressa”, alcuni dei quali non sono mai stati utilizzati! Sembra che si sia dimenticato che la terra ci serve per produrre il cibo di cui viviamo!

Proseguendo al ritmo attuale del consumo di suolo, siamo destinati a essere sempre più dipendenti dalla produzione di altri paesi e dovremo sempre di più piazzare altrove i nostri rifiuti”1.

Un terza importante ferita alla terra è stata prodotta da un evento storico che risale a circa 60 anni fa, che ha preso il nome di “rivoluzione verde”, ed è stato il passaggio dall’agricoltura tradizionale all’agricoltura industriale. L’agricoltura tradizionale usava le tecniche tradizionali per adattarsi all’ambiente naturale. L’agricoltura industriale invece modifica l’ambiente secondo le esigenze della produzione, specialmente attraverso l’uso massiccio della chimica, per una produzione sempre più intensiva.

Questa linea di sviluppo è stata imposta dalle istituzioni internazionali a tutti i paesi, e in particolare all’Italia, dove c’erano aziende agricole troppo piccole e troppo numerose e una percentuale troppo elevata di addetti all’agricoltura.

In pochi decenni i lavoratori agricoli in Italia sono scesi al 2% della popolazione, si sono realizzate grandi aziende agricole dotate di macchine potenti per ogni tipo di lavorazione, che sostituiscono il lavoro umano. Ma la drastica riduzione di mano d’opera ha comportato anche la mancata manutenzione del suolo con le conseguenze spiacevoli già ricordate.

L’uso massiccio di prodotti chimici, fertilizzanti, erbicidi e antiparassitari, ha sicuramente favorito un naturale aumento della produzione, ma a scapito della biodiversità e con un impoverimento microbiologico del terreno che ne pregiudica la fertilità. Aumenta perciò di anno in anno la quantità di prodotti agrochimici necessaria e tutte queste sostanze finiscono per raggiungere le falde acquifere e infine i mari, contribuendo pesantemente al loro inquinamento.

Un’altra condizione legata a questa linea di tendenza è il fortissimo bisogno di acqua, per cui, allargando lo sguardo alla situazione mondiale, si può vedere come il problema dell’acqua diventerà sempre più drammatico.

A livello mondiale, c’è un altro dato di fatto da non dimenticare, e cioè il monopolio delle multinazionali sui prodotti chimici e sulle sementi, che mette seriamente in crisi l’agricoltura dei paesi poveri, creando disgregazione sociale e disperazione, che Vandana Shiva puntualmente documenta con particolare riferimento alla situazione dell’India, dove nell’arco di dieci anni ci sono stati 100 mila suicidi di agricoltori.

A fronte di queste condizioni, che ritengo abbastanza generalizzate dell’agricoltura italiana, si va lentamente sviluppando una rete di esperienze, limitate ma significative, che collegano alcuni coraggiosi lavoratori della terra che si ostinano a produrre alla maniera biologica, nel rispetto dell’ambiente e dei consumatori, che preferiscono prodotti alimentari sani e di sicura provenienza.

Una delle aziende che hanno scelto l’agricoltura biologica è quella di Maurizio e Mariella Lugano, che producono pesche e altri frutti nell’alessandrino a Volpedo, che è il paese rinomato per le pesche, oltre che per aver dato i natali al pittore Giuseppe Pellizza, autore del Quarto Stato.

L’agricoltura biologica utilizza tecniche di coltivazione e di produzione che rispettano i cicli di vita naturali, evitando prodotti chimici sintetici per la lotta ai parassiti e puntando più sulla qualità che sulla quantità dei prodotti.

 

Un’altra esperienza è quella dell’Agricoltura Sociale promossa da Moreno Baggini a Voghera. Il progetto “Orti Sociali” è nato nel 2014 con l’obiettivo di “promuovere l’integrazione sociale e lavorativa di persone svantaggiate attraverso un programma di agricoltura sociale”.

Da un lato quindi si tende al recupero e alla valorizzazione delle fasce deboli a rischio di esclusione sociale. Dall’altro si vuole realizzare un modello di sviluppo agricolo/economico sostenibile col mantenimento delle tradizioni locali.

Il Progetto Agricoltura Sociale a Voghera ha deciso di coltivare con metodi biologici, secondo criteri naturali, sfruttando la naturale fertilità della terra, in armonia con la biodiversità dell’ambiente. Persegue la finalità di una produzione tipica, locale e stagionale , nell’ottica di uno sviluppo ecosostenibile. L’azienda Agricola ha instaurato un rapporto diretto con il cliente/consumatore/cittadino, singolo o associato, escludendo la presenza di intermediari commerciali”.

Voglio ricordare anche l’amico don Luciano Maggiolo, che ha scelto di esercitare il ministero nel suo paese di origine sull’Appennino a ridosso della Liguria a quasi 1000 m. di altitudine e, per mantenere viva quella realtà sociale, ha creato una cooperativa agricola dedita alla coltivazione ortofrutticola e all’allevamento del bestiame, oltre che alla gestione di un agriturismo che offre ospitalità e convivialità in un ambiente incontaminato.

La filosofia che sta alla base di queste esperienze è espressa bene nel “Giornale culturale dell’Associazione La Strada del Sale” di Volpedo, che collega i produttori biologici:

La natura più di ogni altra cosa può aiutarci a riscoprire veramente i ritmi della nostra più autentica essenza. Passeggiare nei boschi, coltivare noi qualcosa che poi mangeremo, tirare su degli animali, non sono che alcune forme di esperienza che la natura ci offre per imparare ad assumerci delle responsabilità. La natura è infinitamente più ricca degli scaffali di un supermercato: in essa immense varietà di forme di vita coesistono senza annientarsi a vicenda. La natura quindi come modello: il contatto non sporadico con essa ci costringe automaticamente a vedere in una cultura dell’equilibrio e del limite una dimensione necessaria per capire la vita e come vivere. In natura niente è mai uguale: anche noi uomini siamo unici, non dobbiamo assomigliare a nessuno, non dobbiamo imitare nessuno, non dobbiamo essere i più bravi per forza. Dobbiamo solo cercare il nostro piccolo spazio e sentirci realizzati in esso”.

Termino con due citazioni della lettera enciclica “Laudato Sì” di Papa Francesco, dove il rispetto per l’ambiente è strettamente connesso alla sollecitudine sociale per il bene delle persone:

Se riconosciamo il valore e la fragilità della natura, e allo stesso tempo le capacità che il Creatore ci ha dato, questo ci permette oggi di porre fine al mito moderno del progresso materiale illimitato. Un mondo fragile, con un essere umano al quale Dio ne affida la cura, interpella la nostra intelligenza per riconoscere come dovremmo orientare, coltivare e limitare il nostro potere” (n. 78).

Non può essere autentico un sentimento di intima unione con gli altri esseri della natura, se nello stesso tempo nel cuore non c’è tenerezza, compassione e preoccupazione per gli esseri umani. Per questo si richiede una preoccupazione per l’ambiente unita al sincero amore per gli esseri umani e un costante impegno riguardo ai problemi della società” (n. 91).

Piero Montecucco


1  Domenico Finiguerra, Adista n. 14 del 8 aprile 2017.