Don Milani e le sfide attuali delle ACLI

Don Lorenzo Milani
e Don Cesare Sommariva (4)


 

Noi, i possessori dell’Acqua che disseta per l’Eternità
a vender gazzose nel bar parrocchiale
solo perché il mondo usa dissetarsi con quelle!
(Esperienze pastorali)

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È rischioso scrivere su don Milani, avendo in mente altre cause: ad esempio quella di ridare fiato e ispirazione alle Acli, alle associazioni che le costituiscono, in un momento globale assai confuso. Questa consapevolezza mi è stata risvegliata dalla testimonianza di Bruno Borghi, il primo prete operaio italiano, suo compagno di seminario, “amico e fratello” : «Ho un ricordo di Lorenzo come di un uomo di una tale ricchezza interiore e di una capacità di servire una causa, quella dei ragazzi esclusi, selezionati, buttati via, che provo una reazione istintiva di ripulsa, quando sento che ne scrivono persone che servono altre cause» per fare «di Lorenzo un uomo che non è più scomodo, a togliergli quella violenza per cui dovrebbe essere irrecuperabile per una chiesa istituzionale, anche se aggiornata, che lo ha combattuto. Ma irrecuperabile anche per una scuola di sinistra…».

Anche padre Balducci mette in guardia chi si accosta alla sua «Personalità inimitabile. Non si può, così, ostentare una imitazione delle idee di don Milani e del suo modo di agire perché esse facevano parte di un tutto, in cui ciascun gesto, ciascuna idea ritrovava la propria misura e la propria funzione…»

Occorre anche aggiungere che nei suoi venti anni di ministero (cappellano di S. Donato a Calenzano dal 1947 al 1954; e priore a Barbiana sino alla sua morte nel 1967, ha inaugurato un suo metodo pastorale che escludeva qualunque forma associativa delle molte presenti nel panorama cattolico italiano. È lui stesso a descrivere in Esperienze Pastorali (EP) la netta contrapposizione rispetto alle prassi comuni a tutti gli altri preti:

«Altri preti: tutte le forze concentrate sulle organizzazioni cattoliche (AC., Comitati Civici, DC, CIF, ACLI ecc.)
Cappellano di S. Donato: contrarietà per ogni genere di associazione. Tutte le forze concentrate sulla scuola serale aconfessionale» (EP 256).

Il dramma interiore che lo muove e continua a spingerlo per la via intrapresa lo manifesta nella lettera a don Piero posta in chiusura al suo libro: «per un prete, quale tragedia più grossa di questa potrà mai venire? Esser liberi, avere in mano Sacramenti, Camera, Senato, stampa, radio, campanili, pulpiti, scuola e con tutta questa dovizia di mezzi divini e umani raccogliere il frutto di essere derisi dai poveri, odiati dai più deboli, amati dai più forti. Aver la chiesa vuota. Vedersela vuotare ogni giorno di più. Saper che presto sarà finita per la fede dei poveri. Non ti vien fatto perfino di domandarti se la persecuzione potrà essere peggio di tutto questo?» (EP 464-465).

Don Milani non ci offre nessuna ricetta pronta all’uso, né a livello personale e tanto meno a livello associativo. Ma è davvero un grande dono scorrere le quasi 500 pagine del suo capolavoro per fare un grande esame di coscienza a 60 anni dalla comparsa di questa lucida presentazione «del dramma di una Chiesa che si va decomponendo per la sua sordità nei confronti dei poveri, [vista] concretamente nel territorio parrocchiale, nella sua vita di chierico e nell’esperienza della scuola popolare che gli dà modo di stringere un rapporto con molti giovani non praticanti» (A. Melloni).

Dopo la visita di papa Francesco a Barbiana, la chiesa italiana tutta dovrebbe fare un grande esame di coscienza prendendo in mano questo libro, a suo tempo vietato dall’allora Sant’Ufficio non perché eretico, ma perché inopportuno. E la non opportunità la spiega bene l’autore stesso nella lettera del 7 settembre 1958 inviata a A.C. Jemolo: «Il mio libro è un documento eccezionale perché capovolge il punto di vista abituale. Invece di vedere la cosa dall’alto dei principi, la mostra vista dal basso della piccola prassi parrocchiale là dove però c’è le cose più grandi per noi cristiani (l’individuo, i Sacramenti), cose che gli errati rapporti ad alto livello tra Chiesa e Stato hanno così gravemente e irrimediabilmente turbato».

Io non credo che questo esame di coscienza avverrà nella chiesa italiana e non ci credeva neppure don Lorenzo: è questo il senso della lettera dall’oltretomba (EP 437): un pugno nello stomaco perché in sostanza si annunciava che il Vangelo arriverà in Italia venendo da lontano. Anche la sua scuola, nella quale investiva tutto il suo ministero ha solo un valore strumentale. Quello in cui veramente crede è la «soluzione divina», come scrive il 9 novembre 1958 a mons. Giuseppe D’Avack vescovo di Camerino, autore della prefazione al suo libro. È Dio che deve risolvere i problemi della sua Chiesa, noi possiamo solo collaborare, oppure ostacolare.

Sguardo dal basso

È il capovolgimento del punto di vista dominante, reclamizzato come unico. Qualche anno prima di don Milani ne parlava Bonhoeffer, pastore teologo luterano, congiurato contro il regime nazista e ucciso in un campo di sterminio. Nel Natale del 1942 scriveva ai suoi amici fidati: «Resta un’esperienza di eccezionale valore l’aver infine imparato a guardare ii grandi eventi della storia universale dal basso, dalla prospettiva degli esclusi, dei sospetti, dei maltrattati, degli impotenti, degli oppressi e dei derisi, in una parola, dei sofferenti».

Ecco questa è la prospettiva che don Lorenzo assume prima a S. Donato di Calenzano (1200 anime, come scrive lui) e poi a Barbiana (85 anime in progressiva diminuzione). La sua azione pastorale sarà sempre filtrata dalla conoscenza della concreta condizione umana vissuta dalla sua gente. Un rapido cambiamento stava avvenendo. La zona, collocata tra Firenze e Prato, soggetta alla trasformazione industriale, trascinava verso la pianura gli abitanti delle colline. Là in alto rimaneva la Pieve di S. Donato con poche case intorno, con i suoi riti segnati dai ritmi e dal folclore contadino, a fronte «dell’espansione selvaggia del capitalismo di sfruttamento – allora il lavoro minorile a Prato era spaventoso» (Balducci). Don Milani inizia il ministero avendo cura di registrare, per uso personale, informazioni e pensieri utili alla conoscenza della sua popolazione. Il libro EP nascerà da questo «album di ricordi», a testimonianza di un amore vero e intelligente. Nota l’Editore: «Pagine di interesse generale accanto a pagine di interesse locale. Le seconde fan da cornice alle prime e testimoniano, se non altro, l’affetto di prete per il suo popolo. Un affetto che abbraccia non solo le anime, ma anche antenati, case, viottoli e campi» (EP 35). Soprattutto va notato che il risultato finale è stato ottenuto attraverso un lavoro collettivo che don Lorenzo richiama citando gli allievi delle sue scuole serali di S. Donato e di Barbiana, in particolare 4 contadini, 1 disoccupato, 4 meccanici, 1 impiegato e 1 tessitore e altre persone ancora del popolo di S. Donato: casalinghe, muratori, zitelle, vedove (EP 473 e 474).

Un libro del genere ebbe una risonanza enorme e inspiegabile in ambito laico e religioso e se ne dissero di tutti i colori. Presenta in maniera precisa quanto avveniva nella modesta parrocchia di S. Donato, e un metodo pastorale assolutamente innovativo. Perché una tale risonanza? In realtà quel libro metteva in discussione la pastorale portata avanti dalla chiesa cattolica in Italia. Dentro quella realtà particolare si aprivano interrogativi che andavano alla radice.

Un giorno don Lorenzo confidò a padre Balducci: «Il mio prossimo non è né la Cina né l’Africa né il proletariato; il mio prossimo sono quelli che stanno accanto a me». Un parlare paradossale e polemico contro quei terzomondisti di maniera, anche del mondo cattolico, ben lontani dall’essere davvero dalla parte dei poveri. E Balducci commenta: «Il suo universo era il suo “particolare” – un gruppetto di ragazzi “primitivi” – e solo attraverso il particolare egli allargava lo sguardo alle grandi cause… E il suo ideale era di trarre da un figlio del sottoproletariato una coscienza virile da lanciare sulle vie del mondo”.

E così possiamo scoprire perché non voleva saperne di passare attraverso l’associazionismo cattolico che si contrapponeva alla Casa del Popolo, con la polarizzazione politica antagonistica tra DC e PCI, il cui scopo era produrre il consenso. «Vedete che non è questione di metodi, ma solo di essere e di pensare. I preti dei ricreatori e i comunisti delle Case del Popolo non hanno stima della gioventù operaia e così pur di non perdersela non hanno saputo far meglio che accarezzare le sue passioni…Nei manifesti elettorali sia i comunisti che i cattolici non han promesso che benessere. Come se fosse già dimostrato che la gioventù è corrotta fino al punto da non muoversi che in vista del proprio benessere» (EP 242-e 243). Per lui il male radicale era la passività delle persone e dei giovani. Passività antropologica e religiosa. Il compito della sua scuola era di liberare dalla passività. «Li ho armati dell’arma della parola e del pensiero. Li ho avviati incontro ai cosiddetti “pericoli” dell’officina più capaci di tutti, più preparati di tutti…» (EP 243).

Liberare dalla passività

La sua scuola era aperta. Una scuola pienamente laica. Senza neppure il crocifisso. Solo così essa poteva davvero accogliere tutti. È bella la testimonianza di un ragazzo che frequentava la casa del Popolo: «Ora una sera incontrai don Lorenzo e mi disse: “Per difendersi gli operai da tutti, anche dai preti, ci vuole istruzione” …e così si fissò che andavo a scuola dopo cena. Anzi, si andò diversi e don Lorenzo senza tanti complimenti ci disse: “Ragazzi, io vi prometto davanti a Dio che questa scuola la faccio soltanto per darvi l’istruzione e che vi dirò sempre la verità d’ogni cosa, sia che faccia comodo alla mia ditta sia che le faccia disonore”. Io dissi dentro di me: “Si starà a vedere, ma se entra in politica si vien via” …“Insomma io ci feci amicizia, perché faceva le parti giuste ed era contro tutti e spregiava i giornali dei preti e l’Unità allo stesso modo e ci insegnava a pensare con la nostra testa”». (EP 269-270).

Naturalmente allora, come pure ancor oggi, salta fuori la domanda: «Ma allora la formazione cristiana, l’evangelizzazione, non sono i primi compiti del prete?»

Anche don Lorenzo portava nel cuore tutto questo. Aspettava. «Aspettavo che il frutto maturasse da sé… Nell’anima le cose maturano, talvolta impercettibilmente, come il grano nel campo di quell’uomo che dormiva» (EP 270-271). E il frutto, nel caso di quel ragazzo, è davvero giunto a maturazione.

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Ma occorre aggiungere una precisazione decisiva sul che cosa vuol dire evangelizzare. Mi limito a riportare un testo di padre Balducci riferito alla metodologia di don Lorenzo: «Nel Sinodo internazionale dei vescovi cattolici del ’74 (è stato detto) che evangelizzare significa liberare, significa portare una coscienza che è subordinata, succube dell’ideologia del tempo, ad una consapevolezza critica. L’evangelizzazione, e sono convinto che qui sta il nodo dell’incontro tra la fede cristiana e il mondo moderno, vuol dire ogni passaggio dell’uomo dalla passività, dall’inerzia, dalla subordinazione alla libertà, all’autonomia, alla creatività. Tutto questo è già fatto evangelico…Don Milani capiva che liberare dei ragazzi da una condizione sub-umana, dalla disponibilità ad accettare i miti del divertimento, del sollazzo, del benessere, era già evangelizzare».

In una situazione dove il lavoro minorile, molto diffuso, sequestrava i ragazzi per 12 ore al giorno, non aveva davvero senso offrire divertimento, per fare apostolato.

Vedi ad esempio la storia di Mauro, riportata alla fine del libro. Aveva 12 anni quando iniziò a lavorare per mantenere la famiglia di 5 persone, col padre disoccupato. A 13 anni faceva turni di 12 ore, giorno e notte a settimane alterne, con lavoro a cottimo. «Il cottimo è un lento, diabolico suicidio. Specialmente per un ragazzo. Con la smania di riportare alla mamma una busta paga sempre più bella, ci si consuma e non si pensa alla salute» (EP 444). E sempre incombente è il rischio di essere licenziato, come poi avvenne a Mauro, nonostante i tentativi dello stesso don Lorenzo per mantenergli quel posto.

Chiudo questa parte con una parola di don Lorenzo che conserva purtroppo una tragica attualità: «Quando la disoccupazione è a certe cifre diventa il più importante problema della situazione politica, economica e sociale. Sul piano del mercato del lavoro è lei che determina la condizione di inferiorità dei lavoratori rispetto ai “padroni”. Finché c’è lei i lavoratori non raggiungeranno giusti salari e umane condizioni di lavoro. E i “padroni” avranno ancora, con i soldi, il potere di far tutto, anche per esempio di corrompere e di non applicare la legge. Chi non è contento se ne può andare, ce n’è tanti fuori che aspettano il suo posto» (EP 460).

E oggi?

Sono passati sessant’anni dalla pubblicazione di queste parole. Esse conservano una tragica attualità. La perdita del valore del lavoro è la malattia dell’occidente. Il denaro conta assai più del lavoro. «La perdita di valore del lavoro, e il conseguente trasferimento di ricchezza dal lavoro al capitale da una parte e dalla massa dei lavoratori alle élites dall’altra, produce anche effetti economici dirompenti. La perdita del valore economico del lavoro porta con sé una perdita del suo valore morale e sociale, che è un elemento fondativo della società occidentale» (Panara). La disgregazione che è sotto i nostri occhi è il risultato della centralità del denaro su tutto il resto.

La lettura di don Milani è un ottimo disintossicante per ciascuno di noi. Il sistema del profitto e la riduzione degli esseri umani allo stato di passività, come consumatori e produttori o esclusi, diventato sistema planetario con le sue liturgie quotidiane dei giochi in Borsa, è un’economia omicida. È papa Francesco a dirci quello che oggi accade: «dobbiamo dire “no a un’economia dell’esclusione e della inequità”. Questa è un’economia che uccide» (EG 53). Oltre che le tante vittime travolte, intossica la mente, spegne il pensiero e la capacità di reazione. Rende passivi. È questo oggi il grande male che dobbiamo combattere. Per sostenere questa lotta don Milani è davvero un profeta: «Don Lorenzo Milani: nel faticoso travaglio del rinnovamento della chiesa italiana è stato l’escluso, vilipeso, portato davanti ai tribunali ecclesiastici e civili; ma egli rientra con la forza del profeta. I profeti, si sa, hanno un compito non tanto di indottrinarci, quanto di mettere la nostra coscienza a un bivio, al bivio del sì e del no, dal quale bivio dipendono non solo l’orientamento culturale e la civiltà dei popoli ma, se siamo credenti, dipende la nostra stessa salvezza eterna» (Balducci).

Francamente non so se, dinanzi al bivio chiaro che il profeta Milani oggi propone, le Acli si sentano interpellate e possano decidere una strategia che vada oltre la routine quotidiana. Ho l’impressione che la miseria della politica politicante a cui stiamo assistendo in Italia non sia assente in settori dirigenti delle Acli.

Penso che le tre fedeltà che ritualmente vengono dichiarate: alla chiesa, al mondo del lavoro e alla democrazia vadano riprese in maniera creativa se non altro perché queste tre realtà a cui ci si riferisce sono in via di trasformazione.

  • Sul mondo del lavoro ho accennato sopra. Occorrerebbe ben altro impegno nel portare allo scoperto una realtà nascosta e spesso volutamente occultata: situazioni di sfruttamento feroce, estensione del ricatto legato alla precarietà. Da questo punto di vista don Milani è davvero un maestro. Ma francamente non so se le Acli siano attrezzate su questo fronte, anche ammesso che si voglia assumere come centrale il riferimento concreto alle donne e agli uomini alle prese con il lavoro esercitato o perduto.

  • La democrazia in Italia è malata e corre anche dei rischi. Credo non basti più dichiararsi per la democrazia. E francamente mi chiedo se nelle stesse Acli c’è l’obiettivo e la voglia di combattere contro la passività, come diceva Milani, elemento che rende assai vulnerabile il nostro assetto democratico.
    Confesso la mia perplessità e il disappunto quando da Roma è arrivata l’indicazione a votare Sì al referendum sulla Costituzione, senza una discussione previa, nel mio territorio di appartenenza (a livello provinciale e nei Circoli). Le iniziative si sono fatte dopo, con la presentazione dell’indicazione delle Acli nazionali che precedeva il dibattito. Non so se da altre parti, a livello di base, si sia lavorato prima. Anche dopo il 4 dicembre, nessuna riflessione. Un tale modo di procedere di fatto non fa che confermare la passività prodotta dalla comunicazione unidirezionale, svuotando le Acli come luogo di confronto e di convivenza anche di opzioni politiche diverse.
    Una presenza sul territorio, capace di sviluppare una cultura di base a partire dai Circoli, sarebbe molto preziosa, per una democrazia praticata attivamente. Ma qual’ è la capacità operativa dei Circoli, almeno di una parte, per attuare tali percorsi?

  • Fedeltà alla chiesa. Oggi io la formulerei in questi termini: Fedeltà al Vangelo nella chiesa. Potrebbe essere un modo per concretizzare l’Evangelii Gaudium di Francesco. «Soffia il vento del Sud» diceva il card. Kasper. E ancora: «Francesco è il primo papa che viene dall’emisfero Sud, o come lui ha detto, dalla fine del mondo. L’incontro con la ricezione conciliare del Sud con quella dell’Occidente ha provocato, come si verifica con gli spostamenti sotterranei di placche tettoniche un terremoto…”.
    Mi viene in mente quel Vangelo che viene da lontano evocato da don Milani nella sua lettera dall’oltretomba. Ora è diventato più chiaro che il processo di conversione al Vangelo interessa tutta la chiesa di cui a pieno titolo facciamo parte in forza del battesimo. Dal concilio è emersa una concezione che indica la pari dignità di tutte le vocazioni pur nella diversità dei ruoli e parimenti la responsabilità da assumere. Credo che anche le Acli debbano tornare al Vangelo. È a questo livello che si qualifica la fedeltà.
    Papa Francesco condanna il clericalismo. Più volte lo ha ripetuto. Personalmente ritengo che la dimensione comunitaria della chiesa sia inversamente proporzionale al clericalismo. Tenendo conto che riguarda non solo i chierici, ma anche i laici. A me sembra di averne incontrato anche nelle Acli. Solo il riferimento all’Evangelo può liberarci da una tale degenerazione.
    Ma oltre all’Evangelii Gaudium è urgente assumere la Laudato si’, rispetto alla quale mi sembra di dover registrare una inquietante passività nella chiesa italiana e nelle stesse Acli. Eppure si tratta del futuro dell’umanità legato al destino del nostro pianeta. Per noi credenti è in gioco la creazione.

  • La fedeltà ai poveri. Infine vi è una quarta fedeltà, quella che Francesco ci ha proposto nella Sala Nervi dove eravamo presenti in più di 7000 aclisti. Da allora mi pare che non se ne sia più parlato. Se la si vorrà assumere, credo che l’unico modo per farlo sia quello di stare con loro, cioè essere dalla loro parte. Questa quarta fedeltà, se davvero perseguita, può cambiare le Acli. È l’assunzione piena dello sguardo dal basso, senza il quale non si fa che ripetere il verbo dominante, quello che occulta e confonde la verità delle cose in una nuova Babele. Qui ci attende don Milani con la sua profezia.

Roberto Fiorini