Le classi sociali come punto cruciale dell’epoca

Don Lorenzo Milani
e Don Cesare Sommariva (2)


Questo documento è datato 1997

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Riflettendo sul mio “passato” di PO e sulle idee che hanno accompagnato la decisione, sono riuscito a cogliere tre filoni principali:

1. Il filone “Evangelizzazione” dei primi PO francesi della Mission de France
2. Il filone “Condivisione” dei Piccoli Fratelli di Charles de Foucauld
3. Il filone delle “Classi sociali” e del “Soggetto storico”, e del “Luogo del conflitto”, dal punto di vista etico.
Sono stati tre filoni per me, anche in questo ordine di tempo.
Sono stati tre filoni che potremmo anche nominare con tre altri nomi:
• Il primo lo nominerei come filone di “Vocazione”, di attrazione verso le ‘masse’, o “Missione”.
• Il secondo lo nominerei come filone di profondo: “Costume di vita”.
• Il terzo lo nominerei come filone di “Morale”.

Sono finito in questo terzo filone, con il libro Le due morali.
Perciò i miei ricordi di P.O. vanno su questi tre filoni, ma lo sviluppo successivo è stato sul terzo filone che chiamerei: le classi sociali come punto cruciale dell’etica. Cerco di dire qualcosa su cosa penso oggi al riguardo, ponendo poi al termine un brano del libro Le due morali.
Io penso che all’interno dei pretioperai italiani si siano sviluppati tutti e tre questi filoni. Per cui penso anche che la rivista dei PO dovrebbe dedicarsi all’espressione ed allo sviluppo di questi tre temi, a cui ciascun preteoperaio può dedicare o scritti che esprimano la sua attuale pratica ed il suo attuale pensiero, o scritti da lui ritenuti importanti allo sviluppo di qualcuno di questi tre filoni.

Per quanto riguarda me, ho sviluppato sempre più il filone delle classi sociali, dal punto di vista etico e conseguentemente sociale, politico, culturale.
Cercherò di dire qualcosa di questa “storia” e del suo sviluppo. Dirò per punti, tanto per essere meno confuso.

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1. “Nipote” della rivoluzione borghese e della borghesia milanese tessile e grafica, non ho dovuto fare molta fatica per avere il senso delle classi sociali e della laicità. Mi sono state consegnate dalla prima infanzia nel clima famigliare. Nei primi scioperi del dopoguerra ho assorbito, nel clima parentale, la fine della positività rivoluzionaria della mia classe.

I miei nonni avevano ben capito che la loro impresa e fatica era finita nel senso progressivo del termine. Erano smarriti di fronte agli scioperi. Non capivano il perché… La riflessione seguita al primo duro impatto, aveva dato origine al dubbio che la nostra classe non fosse più la portatrice del progresso. Il mio “fuggire” di casa portava l’impronta di questa constatazione. Dovevo trovare l’altra classe, quella nuova, quella portatrice del nuovo passo dell’umanità.

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2. L’inserimento tra gli operai della periferia milanese, dove ho svolto i miei primi 15 anni di prete, aveva questo taglio di ricerca. Ero curioso di vedere l’altra classe, di conoscerla.
Non ho tardato molto a rendermi conto della differenza tra operai organizzati ed immigrati, che negli anni 1955-1960 giungevano numerosi nella mia parrocchia periferica.
Mi son chiesto il perché delle differenze… Ho ricercato il tipo di rapporti tra partito e massa.
Ho scoperto il rapporto fra avanguardie, organizzazione e massa, come si diceva una volta.
Il mio gusto borghese per l’autonomia del soggetto personale mi ha portato a rifiutare quel tipo di rapporto.
Mi faceva certo stimare molte persone, mi attiravano le lotte, ma c’era qualcosa che non potevo accettare. Più tardi ho capito cosa.

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3. Poco per volta mi sono appassionato agli studi del centro di Lione, Economie et Humanisme. Gli scritti di Lebret mi appassionavano. Anche alcuni scritti della JOC mi piacevano. Però non c’era sufficiente laicità.

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4. Gli scioperi degli elettromeccanici dell’inizio degli anni ‘60 mi hanno aperto la strada verso una nuova concezione dell’autonomia operaia. In questo senso avevo dato – sperato con la nuova FIM.
Senza accorgermi, mi stavo collegando con il filone socialista di fine ‘800, lasciando il filone socialdemocratico che aveva dominato in questo secolo XX. Scoprivo sempre più l’importanza dell’autonomia operaia, della necessità di un nuovo rapporto fra avanguardie e masse. E mi chiedevo quale mai fosse il ruolo di un intellettuale piccolo borghese rispetto alla classe operaia.

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5. La fine degli anni ‘60 e gli inizi degli anni ‘70 completarono in me alcune convinzioni:

  • La convinzione dei soggetti storici del cambiamento.
    Parlare di libertà, giustizia, verità è bello. Ma chi è il soggetto che fa avanzare queste cose nella storia? Erano i tempi dell’operaio che oggi chiamiamo fordista. Con tutti i temi ad esso collegati.

  • La convinzione che il compito del prete era quello di intellettuale di ceto medio al servizio del sistema: compito di riprodurre il consenso degli sfruttati allo sfruttamento.

  • La convinzione che dovevo ricercare il nuovo ruolo di intellettuale di ceto medio al servizio della classe “nuova”, storicamente progressiva.

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6. La prolungata amicizia con don Milani, le relazioni con persone che ricercavano nel territorio urbano questo nuovo ruolo, mi ha portato alla costruzione delle scuole popolari di quartiere, con tutto quello che poi è seguito.

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7. Diverse circostanze mi portarono in fabbrica siderurgica, ben organizzata dal punto di vista operaio, da “vecchi” partigiani, sul modello PCI-CGIL. Non fu facile muoversi, con tutti i sospetti anticlericali ed in pieno clima “chi si muove è terrorista”.
Il libro che più tardi ha sintetizzato la nuova relazione è davvero – a rileggerlo adesso – un libro interessante al riguardo.
Preciso. Ha delle teorizzazioni vere sulla ricerca di cosa fa un intellettuale piccolo borghese come operaio in una fabbrica siderurgica.

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8. Nel 1984 la fabbrica – nonostante 5 anni di lotta – chiude. Vado in prepensionamento. Posso riflettere, studiare, ripensare. Devo decidere, precisare il mio ruolo. I tempi stanno cambiando. La lotta FIAT, che avevo vissuto mischiata con quella della mia fabbrica, era un importante segno dei tempi, che indicava un cambio nella realtà sociale.

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9. Faccio in me la sintesi lenta della mia esperienza, aggiungo l’esperienza salvadoregna e mi pongo le domande nuove, e con i 12 coordinamenti territoriali della periferia di Milano, coordinati nella Cooperativa di cultura popolare, diamo una forma più precisa a tutto il nostro intervento culturale. Queste sono le 4 cose che ho fatto nei 13 anni, dal 1984 ad oggi.
Di queste 4 cose io penso sia importante parlare e scrivere su un dibattito futuro aperto in questa rivista.

  • È giusto che esistano le classi sociali?
    Come ti poni tu di fronte ad esse?
    Questo per me è il punto cruciale dell’etica oggi.
  • Qual è il ruolo delle persone che hanno strumenti culturali rispetto alle classi sociali?
  • Qual è oggi il luogo del conflitto? Ossia: qual è oggi il luogo della politica intesa come potere per creare una convivenza ed una comunanza umana fra diversi?
  • In questo passaggio dall’epoca moderna all’epoca “nuova”, chi e come deve esercitare il “potere” per creare questa nuova convivenza e comunanza, verso una società senza classi?

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10. So che sono domande non facili e che potrebbero essere esplicitate in modo diverso. Però mi sembrano le domande del filone classi sociali ed etica, che è certamente uno dei filoni dell’esperienza di alcuni pretioperai.

Cesare Sommariva

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Vorrei terminare con uno dei brani di Padre Lebret, che negli anni ‘60 mi aveva colpito, ed aggiungo un brano tolto dal libro Le due morali.


NOI CI SIAMO IMPEGNATI

  • a testimoniare con coraggio la verità e mai volontariamente tradirla;
  • a non prendere mai parte coscientemente all’ingiustizia, e a non lasciarci mai dominare dalla cupidigia;
  • a rispettare effettivamente, concretamente, con amore, ogni persona umana;
  • a fare ogni sforzo ogni giorno per non ritirare il dono che abbiamo fatto di noi stessi;
  • a dirci reciprocamente e direttamente quanto possiamo rimproverarci;
  • a renderci efficaci per instaurare il bene comune in ogni comunità di cui siamo parte;
  • ad assumere secondo le nostre capacità, la responsabilità di un settore bene definito della miseria umana;
  • a combattere fino al logoramento di noi stessi per la soppressione della condizione proletaria o per lo sviluppo dei paesi poveri;
  • e realizzare la rivoluzione permanente e ascendente. (Lebret)

Alla fine di marzo del 1984, in un ennesimo incontro in regione il commissario straordinario conferma che ormai la decisione di chiudere la Sidas è stata presa e si attendono a giorni gli adempimenti formali da parte del governo. Quando la notizia giunge in assemblea l’effetto è indescrivibile. Sul momento decidiamo di stendere una lettera da inviare a Brugger. È un testo breve, ma riassume lo stato d’animo di tutti ed è in fondo la miglior testimonianza con cui si possono leggere i cinque anni di lotta per salvare la Redaelli.

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Milano, 30 aprile 1984


Al professore Gualtiero Brugger


Un profondo senso di rifiuto e di angoscia ci ha preso quando, nell’assemblea di venerdì 30 aprile 1984, abbiamo ascoltato quanto Lei ha detto in regione il giorno precedente. Per Lei «lettere di licenziamento» sono tre parole che sono «una conseguenza inevitabile».
Per ciascuno di noi quelle parole sono un attacco e un insulto alla nostra dignità, alla vita nostra e delle nostre famiglie. Da cinque anni noi viviamo la sofferenza dell’incertezza. Lei queste cose può certamente conoscerle, ma non può “saperle”.
Per Lei noi possiamo apparire come «conseguenze» in mezzo o in fondo a un bilancio le cui cifre si possono non difficilmente manovrare.
Ma questa “morale” noi la rifiutiamo. Per noi la vita umana, la dignità dell’uomo, il diritto di tutti a vivere in modo uguale, viene prima delle cifre e dei bilanci. Sappiamo che attualmente questa morale è perdente. Ma allora ci sembra che sia perdente anche la vita.
A chi e a che cosa serve la Sua professione?
Le abbiamo scritto queste cose perché sappia che la nostra condizione di classe ci porta ad avere una morale in contraddizione con la Sua.
Appunto per questo noi Le auguriamo di non dover mai provare nella Sua vita l’offesa, la sofferenza, l’incertezza che noi stiamo provando.


Gli operai della Redaelli di Rogoredo


(all’unanimità in assemblea abbiamo approvato il fatto di scriverLe così. Alleghiamo il foglio con le firme di chi ancora è presente)