Dolore operaio

Sguardi e voci dalla stiva (5)


 

Nella “Gazzetta” dello scorso giovedì 29 marzo figuravano ben cinque persone morte sul lavoro: tre in provincia di Mantova e due nel porto di Livorno. Nello stessa data l’Osservatorio Indipendente dei morti sul lavoro con sede a Bologna, inviava al Presidente Mattarella l’elenco di tredici persone decedute nei luoghi di lavoro negli ultimi tre giorni. Non c’è stata pausa neppure il giorno di Pasqua, con i due operai morti nell’esplosione nella fabbrica di farine animali a Treviglio.

Negli ultimi dieci anni in Italia sono morti sul lavoro più di tredicimila persone (Dati ANMIL e Osservatorio di Bologna). Nessuno può immaginare il carico di dolore, e di problemi, che ogni singola perdita ha lasciato come scia, mentre sul piano pubblico e politico, l’indifferenza e la nebbia, col tempo che trascorre, hanno l’assoluta prevalenza. E’ una strage al rallentatore, ma continua e senza soste, sulla quale grava il silenzio. Le notizie degli incidenti compaiono, nella loro frammentarietà, ma poi scompaiono rapidamente. Sfuggono alla memoria collettiva e rimangono soltanto nella solitudine di chi ha amato quelle persone scomparse, la cui vita perduta non di rado viene valutata una miseria.

Ma vi sono anche quelli che si uccidono a causa del lavoro perduto. Negli anni ’80, al tempo dei licenziamenti alla Fiat di Torino, 150 operai si tolsero la vita e moltissimi si rivolsero ai centri di igiene mentale per essere aiutati nello sconvolgimento che minava la loro identità.

Anche oggi la precarietà uccide: “Io non ho tradito, ma mi sento tradito” è l’urlo di un trentenne che ha scelto di abbandonare la vita, non resistendo alla frustrazione a cui la sua condizione lo condannava. “Indagare sulle condizioni di lavoro e non lavoro in Italia è una vera e propria discesa agli inferi…” (Marta Fana)

Queste disgrazie non sono una fatalità. E’ certo che il sistema imperante del subappalto contribuisce all’incremento degli incidenti sul lavoro e rende molto più complicato far emergere le responsabilità. In casi rarissimi si arriva al processo. Inoltre la precarizzazione del lavoro, fenomeno sempre più in aumento, comporta la riduzione di investimenti sulla formazione dei dipendenti, col risultato di renderli più vulnerabili ai rischi connessi ai processi produttivi. La formazione è il primo strumento da usare per prevenire gli incidenti. Ma succede anche che si ricorra a finti corsi di formazione, con attestati falsi. Da questo punto di vista sono i giovani, non adeguatamente formati, i più esposti; come pure anche gli anziani per evidenti motivi legati all’età. Dati nazionali rivelano un importante incremento degli incidenti mortali tra gli over 55 anni.

Un report presentato alla camera dei deputati nel 2016 sugli impianti nella aziende italiane affermava: “il parco macchine è molto più vecchio di quello di dieci anni fa e l’età media è la più alta mai registrata da 40 anni a questa parte”. Un dossier recentemente comparso su L’Espresso riporta questo titolo: “Due aziende su tre irregolari”. Tuttavia, data la sproporzione tra gli addetti ai controlli, ridotti dal blocco delle assunzioni, e i 4,4 milioni di aziende, “il 97% delle aziende hanno la ragionevole speranza di non essere mai visitate”.

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Sul futuro non c’è da farsi molte illusioni. Dieci anni fa Luciano Gallino, commentando la strage di operai avvenuta alla ThyssenKrupp di Torino, scriveva:” Gli incidenti sul lavoro non sono destinati a diminuire di molto se tra le loro cause non verrà inclusa, traendone poi le implicazioni, anche una cultura di impresa la quale postula come generale criterio-guida che una bassa probabilità di incidente non giustifica interventi per ridurla a zero anche se l’evento può recare danni alle persone…”. In parole povere questa cultura di impresa prevede un risparmio sugli investimenti per la tutela della sicurezza dei lavoratori al fine di implementare i profitti. Ne deriva che, continua Gallino, “la patologia non sta soltanto nella negligenza o irresponsabilità di questo o quel dirigente. Bisogna rendersi conto che la patologia risiede in quella che viene considerata la normalità”. Una tale “cultura economica ed organizzativa… promette di portare con sé… lutti e dolori”.

D’altra parte è questa cultura d’impresa che è stata sostenuta dalle politiche dei governi, in Italia come in Europa, con la progressiva riduzione dei diritti delle persone negli ambienti di lavoro, anche del diritto di vivere, sempre più in balia del dominio delle imprese.

Roberto Fiorini