Alcune storie di schiavitù in Italia

Sguardi e voci dalla stiva (3)


 

ANNAMARIA, 28 ANNI, ITALIANA

Al mensile Napoli Monitor ha raccontato: «Ho una bimba di tre anni, sono sposata da sei. Raccolgo fragole, nocciole, castagne, insomma un po’ di tutto. Poi faccio pure le pulizie. Le castagne le raccolgo a Solofra, Montella, Nusco, Volturara Irpina. Le fragole a Battipaglia. Sei mai stato sotto le serre? Fa un caldo esagerato, si suda, non si respira, si sta sempre con la schiena abbassata. La pausa da noi dura dieci minuti. Poi, via, dall’alba fino a sera. Lungo il solco bisogna camminare veloce. E guai se inciampi. La mia vita? Di mattina parto da casa alle quattro e torno la sera col pulmino. Il pulmino però lo devo pagare, i soldi se li trattiene il padrone ogni mese. Le mie compagne arrivano dal Napoletano e dal Salernitano: Nola, Palma Campania, Sarno, san Giuseppe Vesuviano. Sulla nostra paga giornaliera al caporale spettano sei euro, per l’intermediazione. Guadagno 27 euro al giorno con contratto e 41 senza contratto. L’ingaggio costa e, se una lo vuole, deve pagarselo di tasca propria accettando una paga da fame. Perché ci vado? Solo per fare i contributi. E perché a fine raccolto il padrone ci regala due sacchi di castagne a femmina».

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FRANCIS, 22 ANNI, GHANESE

A Fabrizio Gatti dell’Espresso ha raccontato: «Ero a Rosarno, in Calabria, ma lì gli italiani se si arrabbiano ci sparano addosso. Era diventato troppo pericoloso, perciò sono venuto qui a Castelvolturno. Anche qui c’è la mafia che comanda: mi hanno detto che pure qui ci sparano addosso, ma almeno posso chiedere aiuto a molti miei connazionali e nessuno gira per le strade a controllare se hai o no il permesso di soggiorno. Ogni tanto c’è chi mi chiede 200 euro per non denunciarmi ai carabinieri: glieli do e sto tranquillo. Appena riesco ad avere i documenti, me ne scappo in Francia o in Spagna: l’Italia non mi vuole, io non voglio l’Italia».

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YVAN, 24 ANNI, CAMERUNENSE

Lo scrittore Roberto Saviano, un po’ per provocazione e un po’ no, ha proposto di eleggere sindaco di Castelvolturno (il paese del Casertano in cui il numero dei migranti è uguale a quello dei residenti) Yvan Sagnet, 24 anni, il giovane leader della rivolta dei braccianti a Nardò. Ma lui ha rifiutato: «Sono venuto in Italia per diventare un ingegnere. Non ho alcuna intenzione di mettermi a fare politica».

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MAHMOUD, 35 ANNI, IVORIANO

«Dormo in una buca dalle parti di Lucera, sono senza lavoro perché i pomodori debbono ancora maturare. Come sopravvivo? Bivacco alla stazione, vendo informazioni a quelli come me che arrivano in treno e non sanno dove andare. Conosco molti dialetti africani: se vedo uno che parla tamashek, lo saluto in tamashek e lui sorride grato e mi dà una monetina. Qui a Foggia i rumeni dormono con i rumeni, i bulgari con i bulgari, gli africani con gli africani. La chiamano segregazione razziale».

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ANNERISH, 24 ANNI, NIGERINO

«Sono partito da casa mia nel 2005, a giugno 2006 ero a Lampedusa, poi sono arrivato qui in Puglia. Il deserto del Sahara l’ho attraversato a piedi e a bordo di vecchi fuoristrada stracarichi di disperati come me. A voi il deserto fa paura, ma per me africano quello è un luogo amico. Molto più del mare, che se vuole ti inghiotte e scompari. Mi sono imbarcato ad Al Zuwara, la città dei trafficanti in Libia. Lì tutti sanno che gli italiani reclutano stranieri per la raccolta dei pomodori. Spero di risparmiare e di riuscire presto ad andarmene a Parigi».

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ARANA, 40 ANNI, TUAREG NIGERINO

«Dalla Francia mi hanno espulso in quanto clandestino. Sono venuto qui in Puglia. Questo è l’accampamento tuareg più a Nord della storia”, racconta divertito. Poi si fa serio: «L’acqua che tiriamo su dal pozzo non si può bere, è inquinata da liquami e diserbanti. Il gabinetto è uno sciame di mosche sopra una buca. Ognuno di noi paga 50 euro al mese al caporale per dormire in due su materassi luridi a terra. Ma indietro non torno: la mia famiglia si è indebitata pur di farmi partire. No, da vivo non ci torno».

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ALFREDO, 59 ANNI, BULGARO

Si caricano le cassette piene sul rimorchio del trattore. Ma il legno è troppo sottile e secco, una cassetta si sfonda, 12 chili di pomodori finiscono a terra. Alfredo non fa in tempo a chinarsi per cominciare a raccoglierli: sente un dolore improvviso, fortissimo, alla nuca. È stato Francuccio, il caporale, a colpirlo alle spalle a tradimento. Con la mano chiusa a pugno. «Stai attento, coglione», gli sibila tra i denti. Lui chiede scusa, sgomento. «Scusa un cazzo», ribatte quello furente. Dopo un’ora, Alfredo è seduto a terra, si tiene la testa con le mani, perde sangue dal naso. Un uomo bruno spiega: «Ho dovuto spaccargli una pietra in mezzo agli occhi. Quello stronzo se l’è presa con me perché prima era stato picchiato dal caporale».

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ANONIMO

«Chi si presenta tardi, una volta al campo viene punito a pugni e calci. Chi non va a lavorare deve versare la multa al caporale. La multa si paga anche se uno si ammala. Venti euro, cioè la paga di un giorno».

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ZSINEL, 39 ANNI, ROMENO

A casa sua faceva il cuoco a 150 euro al mese. È venuto in Puglia per mandare soldi alla moglie e alla figlia studentessa, che ha 17 anni. Sul lavoro, Zsinel è bravo, veloce, capace: riempie da solo fino a 20 cassoni di pomodori al giorno, cioè quasi 50 quintali. Tre euro a cassone, tolte le tangenti al caporale e i soldi del trasporto, gli restano circa 30 euro al giorno. Ma un giorno il caporale lo risveglia dal sogno: ha sentito dire che Zsinel protesta per come vengono trattati i braccianti e decide di dargli una lezione. Con una sbarra di ferro, lo colpisce alla testa mentre dorme. Zsinel resta lì a sanguinare sul letto fino a notte inoltrata. Poi, qualcuno telefona ai carabinieri e all’ospedale. Due mesi di prognosi. Le braccia ingessate. Ferri e chiodi sparsi nelle ossa. Sul referto in questura scrivono: «Si rifiuta di firmare». Pavel, per la legge Bossi-Fini, rischia da uno a quattro anni di carcere. Il suo aggressore, ha raccontato l’Espresso, è ancora libero.

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RASHID, 36 ANNI, CIADIANO

«Nel furgone che all’alba trasporta i braccianti in campagna non entra un filo d’aria. È una gabbia di metallo, che più tardi sotto il sole diventerà forno da spiedo. Sentieri sterrati, viottoli, passaggi segreti e lontani dalle caserme dei carabinieri. Dall’interno, non vedo nulla. Eppure, ho imparato come i ciechi a riconoscere il tragitto e quando è che si sta per giungere a destinazione contando le buche che conosco a memoria. Le so a memoria, quelle maledette buche che mi fanno sbattere la testa contro il tettuccio. Qui a Rignano Garganico va male, però ci siamo organizzati: travi marce e vecchi infissi di cartone, ma è il nostro villaggio. E lo abitiamo alla faccia dei caporali. Abbiamo perfino una radio: il segnale è assai debole, non arriva oltre un raggio di due o tre chilometri, ma è la nostra voce. Nessuno può rubarcela. E la gridiamo forte».

A cura di MARIO ZOLIN