Il volto nuovo degli schiavi

Sguardi e voci dalla stiva (2)


Nella giornata di preghiera ecumenica organizzata dal SAE di Mantova nel gennaio scorso, Mario Zolin, della Accademia teatrale Campogalliani, ci ha declamato testi che mettono a fuoco alcune forme di schiavitù che abitano tra noi. Magari sono sotto i nostri occhi e non ce ne accorgiamo.

.

Non appartiene solo alla storia. Dall’antica Roma all’Africa, la schiavitù persiste. Oggi con un volto nuovo. Donne e bambini sono i protagonisti. Di un fiorente mercato umano.

La parola “schiavitù” riporta alla memoria i libri di storia, quando si studiavano le rivolte degli schiavi, come quella guidata da Spartaco a Roma, o le navi dei trafficanti del 1500 che conducevano in America file interminabili di africani in catene. Gli schiavi erano considerati cose di proprietà di altre persone, oggetti e non soggetti di diritti. Oggi non è più così, ma gli schiavi esistono ancora. Già verso la fine del XVIII secolo alcuni Stati, come la Francia e il Regno Unito, si pronunciarono contro la tratta e la schiavitù, poi gradualmente queste posizioni isolate diventarono sempre più numerose, fino ad arrivare al 1980, anno in cui la Mauritania fu l’ultimo Stato ad abolire la schiavitù. Tuttavia la schiavitù, fenomeno molto antico, oggi è ancora così attuale da coinvolgere non più solamente gli Stati colonizzatori e le loro colonie, ma tutto il mondo e si è diffusa in modo talmente pericoloso che alcuni Stati (tra cui l’Italia) hanno sentito la necessità di intervenire con nuove leggi e nuovi strumenti di lotta, sia a livello nazionale che internazionale.

Persone usa e getta

Rispetto al passato, la schiavitù oggi è molto cambiata. Innanzitutto essa non è più riconosciuta dal diritto, e quindi il diritto di proprietà su una persona non può più essere rivendicato; di conseguenza, le forme di schiavitù sono tutte illegali. Gli schiavi di oggi, inoltre, hanno un bassissimo costo d’acquisto, sono schiavi “usa e getta”, perché questo mercato è alimentato dalla fortissima necessità di emigrare o di migliorare la propria condizione di vita; perciò gli sfruttatori “usano” queste persone finché sono giovani e forti e poi le abbandonano trovando molto facilmente “merce più fresca”. Pertanto il rapporto che si instaura oggi tra lo schiavista e lo schiavo ha

una durata molto breve. Così allo schiavista non interessa nemmeno più spendere e investire per lo schiavo, come almeno accadeva in passato. Gli sfruttatori ricavano così profitti altissimi. Si stima, ad esempio, che la prostituzione sia la terza voce di guadagno per il crimine internazionale organizzato, dopo le armi e la droga. In Italia, secondo un calcolo approssimativo, il business della prostituzione delle donne immigrate si aggira sui 180 miliardi al mese. Un ultimo aspetto riguarda le differenze etniche. In passato la differenziazione razziale tra schiavista e schiavo era talmente importante che una minuscola differenza genetica – bastava avere un ottavo di sangue nero – significava schiavitù a vita. Attualmente, invece, non c’è più questa rigida differenziazione e la distinzione chiave nel mercato schiavistico è di ricchezza e potere, non di casta.

Nuove mafie

La schiavitù oggi assume le forme più disparate. In Italia e nel resto d’Europa il tipo più diffuso è la tratta di persone per la prostituzione, ormai completamente in mano alla criminalità organizzata. Queste organizzazioni criminali, le “nuove mafie”, hanno creato una rete molto fitta che si intreccia con la mafia presente nel nostro Paese. Il compito della Polizia è molto arduo, ma lentamente si compie qualche passo avanti. Il 4 Febbraio 2006, infatti, gli agenti della squadra mobile di Crotone e del Servizio centrale operativo, dopo oltre un anno di indagini, sono riusciti a fermare una banda che gestiva i flussi di immigrati dalla Libia a Crotone; sono stati arrestati 31 africani e 2 donne bulgare. Un’associazione a delinquere finalizzata alla tratta di esseri umani, riduzione in schiavitù, sequestro di persona e favoreggiamento all’immigrazione clandestina; questi sono i reati contestati dal sostituto procuratore della Repubblica di Catanzaro, che ha coordinato l’inchiesta. L’organizzazione pensava a ogni dettaglio. Dal viaggio verso le coste italiane alla destinazione finale, attraverso la fuga dai centri d’accoglienza. Un servizio che a ogni immigrato costava tra i 500 e i 700 dollari, o anche di più se veniva aiutato a scappare dal Centro di permanenza temporaneo (un supplemento di 300 dollari). E quando il clandestino o la sua famiglia non potevano pagare tutta la somma pattuita, la persona veniva ridotta in schiavitù. I metodi usati erano i più atroci e crudeli (stupro di donne e bambini, omicidio). Oggi in Italia le principali aree di provenienza delle ragazze vittime della tratta sono tre: Africa Sub-sahariana (Nigeria), Europa dell’Est (Albania, Romania, Moldavia e Ucraina), America Latina. Roma e Milano sono meta anche del traffico proveniente dall’area asiatica. La città di Venezia vanta un’esperienza senza precedenti nel campo del recupero di queste persone. Proprio grazie a un’équipe di operatori del Comune negli anni Novanta è iniziato un progetto che aveva lo scopo di assicurare protezione alle ragazze che volevano uscire dallo sfruttamento. Dopo le iniziali difficoltà, questo si è dimostrato subito un metodo vincente, che è stato diffuso gradualmente in tutta Italia e anche all’estero. Finalmente nel 1998, con l’entrata in vigore del decreto legislativo n. 286, questo metodo è stato riconosciuto dal nostro ordinamento giuridico: l’art. 18 prevede il rilascio da parte del questore di un permesso di soggiorno temporaneo per tutte le vittime dello sfruttamento che vogliano riscattarsi e integrarsi nella società, indipendentemente da una loro denuncia e collaborazione con l’autorità giudiziaria.

Schiavi del terzo millennio

Gli schiavi del terzo millennio sono 27 milioni. Gli uomini sono destinati al mercato del lavoro forzato; le donne, oltre alla prostituzione, sono sfruttate come schiave domestiche all’interno delle case di persone insospettabili. I bambini, gli esseri umani più indifesi, sono sfruttati in molti modi diversi. In Italia soprattutto con la pratica dei bambini argati (dal macedone “proprio suo”) che riguarda i bambini provenienti dalla ex- Jugoslavia e dai Paesi vicini. Questi, venduti dai genitori, diventano di proprietà di un estraneo che li “addestra” a commettere reati, come furti e borseggi, non essendo perseguibili per legge i minori di 14 anni. Inoltre i bambini sono “usati” nell’accattonaggio, nel traffico degli stupefacenti, nel traffico d’organi e le bambine sono costrette alla mutilazione genitale, con metodi cruenti e pericolosi, rischiando la vita (anche in Italia tra gli immigrati i casi sono molto diffusi). Ma non è finita: in tutti i Paesi dove esistono eventi bellici, i bambini sono rapiti e costretti a combattere in conflitti di cui non conoscono nemmeno la ragione (se mai la guerra ne avesse una), trattati come schiavi dai loro superiori, drogati per poter sopportare le esperienze traumatiche che sono costretti a vivere. Queste forme di schiavitù sono sempre state molto difficili da dimostrare nei processi, perché il concetto di schiavitù è rimasto troppo impreciso e generico per molto tempo. In Italia, grazie alla riforma degli articoli del Codice penale sui reati di riduzione in schiavitù (articoli 600, 601, 602) introdotta dalla Legge 11 Agosto 2003, n. 228, questo concetto è stato precisato. Oggi dunque include anche la costrizione a prestazioni lavorative e sessuali, l’accattonaggio e altre forme di sfruttamento. La pena prevista va da otto a vent’anni di reclusione (e non più da cinque a quindici). C’è, dunque, una maggior tutela per le vittime. Oggi, a quasi tre anni dall’entrata in vigore della legge, i casi puniti come reati di riduzione in schiavitù sono aumentati, soprattutto per quanto riguarda l’accattonaggio e il lavoro forzato: nel dicembre 2005 la Cassazione ha condannato per questo reato due uomini che avevano costretto all’accattonaggio due minori handicappati; nel mese di luglio di quest’anno a Napoli una banda di olandesi è stata arrestata con l’accusa di riduzione in schiavitù ai danni di persone costrette a lavorare come braccianti. Negli ultimi mesi, notizie di questo genere sono sempre più frequenti. Anche le situazioni di prostituzione forzata sono maggiormente denunciate, tuttavia difficilmente sono punite come reati di schiavitù. In questi casi il reato di sfruttamento della prostituzione, punito con pena più lieve, rimane più facile da dimostrare. L’Italia si è dotata di strumenti fondamentali nella lotta contro la schiavitù. Anche altri Stati europei si stanno impegnando, ma ci sono ancora molte differenze tra i metodi utilizzati. La schiavitù però è un problema che va ben oltre i confini nazionali e la lotta contro di essa rischia di essere inefficace se non si riuscirà a raggiungere un’azione comune e omogenea tra tutti gli Stati europei ed extraeuropei.

Eleonora Gallo

articolo tratto dal sito Mosaico di Pace