Un tetto, un cane e tanti aghi di pino

Frammenti di vita (3)


Questo anno ho rinunciato a togliere da me gli aghi di pino che, ogni autunno, puntualmente ricoprono la falda del tetto della Chiesetta del Porto dove abito, a Viareggio. L’ho fatto per tanto tempo, fino all’anno scorso. Poche decine di metri quadri e una pendenza che non porta via.
Questo anno, no.

Ho rinunciato, ascoltando il lamento delle mie ginocchia che non tengono più come una volta, quando mi potevo permettere cadute rovinose sulle piste più veloci dell’Abetone innevato. Intendiamoci, Non che mi sia impossibile in assoluto, ma basta l’incrinarsi di un embrice per farmi perdere l’equilibrio, e, anche se ci sono non più di tre metri dalla gronda al suolo erboso, quello che mi ha trattenuto è stata l’immaginarsi i commenti: “bada lì, che bisogno aveva di spericolarsi così… non s’accorge di essere ormai troppo vecchio per quei lavori?”.

Ecco, a questa età che sfiora gli ottanta, mi vergogno ancora al pensiero di esser preso in giro! Giusto come quando ero bambino.
Mi sembra ieri.
Gli oggetti che mi circondano, nella abitazione tirata su da don Sirio con i poveri materiali degli anni ’50 con cui ancora si “riconciavano” le tettoie a Viareggio, mi aiutano a scandire una storia lunga più di cinquanta anni e la sorte che mi ha riportato, con cadenza domenicale, vicino Lucca, dove sono nato, mi fanno riscoprire le tracce degli altri venti e più anni nei resti delle corti contadine, fuori le mura di cui la città è interamente circondata, che furono il campo di tante battaglie della mia fanciullezza.

Ogni domenica “predico” nella chiesa di S. Pietro a Vico, paese una volta formato di corti sparse, oggi infoltito dalla anonima edilizia tipica di ogni periferia senza pretese. E, nel parlare, indugio nelle immagini che mi ricordano tempi ormai passati, abitudini, linguaggi, paesaggi che non ci sono più. Nella prima messa – in prevalenza anziani – cerco di suscitare le immagini del passato. L’acqua dal pozzo, le galline in casa, i materassi di sfoglie di granturcali… il lungo camminare a piedi, gli autobus traballanti ammorbati dal puzzo della nafta e degli oli surriscaldati, le improvvise deviazioni e quel buttarsi nei fossi di scolo per sfuggire alle mitraglie degli aerei che si lanciavano come falchi su tutto ciò che si muoveva…

Perché non è vero che si stava meglio quando si stava peggio! Occorre liberarsi dalla tentazione di dimenticare ciò che nel passato ci ha fatto soffrire di paura e di angoscia per poterlo cancellare. Con il risultato di intristire ancora di più il presente con un invincibile sfuggente senso di colpa. Semmai è stata la ricerca vana dello “star meglio” affidata agli oggetti, di una dignità personale non più cercata dal di dentro di noi, ma esibita attraverso il possesso dei beni,

E ai bambini che affollano alcune panche alla seconda messa, racconto su per giù le stesse cose e vedo i loro occhietti brillare perché sentono “sotto traccia” i racconti delle favole di sempre, rivestite delle fantasticherie che più vanno di moda ma che continuano a riproporre le mille sfumature della lotta tra il bene e il male fuori e dentro di noi. Perché è vero che la vita è sempre una favola da cui si attende il lieto fine.

Mi dilungo sempre un po’ troppo in queste descrizioni e spesso la stanchezza di fondo mi impedisce la chiarezza necessaria e mi avvito in inutili ripetizioni. Fino a sentirmi in dovere di scusarmi con la gente, come ho fatto domenica scorsa, dopo che ha avuto un certo rilievo nella stampa e in TV l’invito di papa Francesco a non fare omelie più lunghe di dieci minuti. Ho detto, dopo la lettura del Vangelo, che il papa mi aveva tirato le orecchie con forza, per queste mie lungaggini. E, dopo, sono stato ben dentro i limiti papali! Ma ho tacitato il mio rimorso con la scusa che il papa ha occasione di parlare ad ogni piè sospinto, mentre io, semplice parroco “a distanza” ho solo due occasioni la settimana. E poi, mi dovete spiegare perché – ancora oggi – si continua a credere che quello che dice il vescovo di Roma valga per tutta la chiesa nel mondo. Perché si continua ad accreditare il fatto che un linguaggio “particolare” possa esprimere l’”universale”, così, senza discuterne…

Ne ragiono con York, il setter irlandese prossimo ai 15 anni che mi accompagna nelle solitudini del quotidiano. Lui non si scompone e interrompe i miei sgangherati pensieri abbaiando suoni secchi e decisi che tengono conto del tempo che passa più di un orologio svizzero.

Ma è così anche per me che si fa strada la riconversione dalle “cose” alle “persone”, dalla autosufficienza cercata e mantenuta come risvolto di responsabilità, alla relazione cercata nel bisogno che qualcuno sostenga il mio incedere divenuto insicuro. Porto ogni tanto un bastone cui appoggiarmi se la camminata è troppo lunga. Ma non disdegno una mano amica. O anche occasionale. Propedeutica a quel farmi mettere le mani addosso quando le mie si rifiuteranno di compiere determinati movimenti per la cura e l’igiene del corpo. Quando e se avverrà.

Non sono superstizioso – o almeno non sento di esserlo – ma non posso fare a meno di sostare brevemente con il pensiero sul fatto che ho condiviso con altri tre preti la vita, il lavoro, la casa, gli affetti. Ebbene, don Sirio, che mi ha accolto in casa sua, è morto il 19 febbraio. Don Beppe con cui ho spartito l’età e la condizione fraterna è morto il 19 gennaio. Don Rolando che mi ha introdotto nella comune amicizia è morto il 19 maggio… Beh, ci credete? Quando si avvicina il 19 di uno dei restanti nove mesi, sento come una accelerazione interiore che mi vorrebbe subito far vedere l’alba del giorno dopo e cioè del giorno 20…!

Paura di morire? Certo che sì!
Desiderio di vivere? Certo che sì!
Ma anche – serena – la stanchezza di un tempo che inevitabilmente si consuma perché si avvicini l’”oltre” che ha sempre nutrito la mia ingenua zoppicante curiosità.

Luigi Sonnenfeld