Quarta ed ultima lettera dal Salvador

Internazionalismo



Da Andrea e Cesare
ai Preti Operai italiani e agli amici

4 gennaio 1989

«Chi non sa più descriversi
sente presto dissolversi
la sensazione di esistere»
 

«Quanto alla diffusione violenta della fede, sono una settantina le Bolle pontificie che legittimano religiosamente le conquiste coloniali. Per darne un’idea, cito un‘espressione di Nicolò V dalla Bolla “Dum diversas” scritta nel 1452 al re del Portogallo: “Nel nome della nostra autorità apostolica, noi ti concediamo con queste nostre lettere la piena e totale facoltà di invadere, conquistare, espellere ed esercitare il potere sopra tutti i regni, i ducati… dei Saraceni, dei pagani e di tutti gli infedeli, ovunque essi possano trovarsi, di ridurre gli abitanti in perpetua schiavitù, di prendere per te questi regni e tutti i loro possedimenti, per l’uso esclusivo tuo e dei tuoi successori”. Conseguentemente il Papa minacciava di scomunica ogni persona e di interdetto ogni nazione che non rispettasse i diritti dei Portoghesi».
(Da “La violenza e il sacro” di Carlo Molari, in Bozze 87, citazione da Tissa Balasuriya, Teologia planetaria, Emi, Bologna, 1986; il quale a sua volta cita Houtart F., Religion and ideology in Sri Lanka, TPI, Bangalore, 1974)

 

Premessa

 

Rileggendo ora le tre prime lettere, ci sembrano ancora adeguate, sia nell’individudre i problemi cui porre attenzione, sia nell’abc descrittivo della situazione. D’altra parte, da allora, sono passati sette mesi, durante i quali Andrea (all’inizio con Bruno ed Elena) ha continuato.
Andrea è ritornato il 20 dicembre ‘88.
Alla fine delle tre lettere avevamo scritto: “non appena Bruno e Andrea torneranno, cercheremo di fare il punto assieme”.
Bruno è tornato il 4 ottobre ed ha spiegato bene sia al coordinamento nazionale sia all’incontro dei PO lombardi. È stata una spiegazione appassionata ed appassionante, concreta e ben localizzata.
Andrea e Cesare hanno passato cinque giorni per ricordare e riflettere assieme. Di questa riflessione abbiamo pensato di fare una breve sintesi scritta da dare agli amici come comunicazione personale, non avente nulla di ufficiale.
Siamo coscienti che occorrerebbe un linguaggio più emotivo per comunicare meglio… ma lavorando in due necessariamente ne viene una comunicazione molto razionalizzata.
Qui evitiamo ogni aggiornamento della situazione. L’importante è possedere l’abc di base, che è nella terza lettera. Poi la situazione evolve così rapidamente che ogni descrizione è di per sé già vecchia.

Può essere utile seguire i servizi di Gianni Beretta sul Manifesto e a Radio Popolare Milano. Inoltre ci sono:
— il bollettino del Coordinamento italiano Oscar Romero;
— la traduzione italiana di El Salvador / Fé y Practica;
— la Lettera dal Salvador del Coordinamento di sostegno al Progetto Salvador (c/o CIPI, via Parmigianino 16, Milano).
Per approfondimenti consigliamo la lettura dei Dossier Centro America di Amanecer; e la lettura di Quetzal.
Per una descrizione buona della storia ed alcune foto che danno un’idea, ci sembra buono il libro della FIOM:
Il Pollicino d’America. 


1. Breve storia di Andrea

 

 

Sono partito il 13 aprile e tornato il 20 dicembre: otto mesi, di cui l’ultimo in Nicaragua Libre.
Undici settimane a Potonico, come parroco supplente di Pietro Brignoli, che era in Italia.
Due settimane e mezza a Estanzuelas, supplendo un altro prete mancante.
Dal 5 agosto al 14 novembre a Nombre de Jesus, come parroco.

 

2. Perché sono andato, con quale ipotesi di lavoro (Andrea)



— Un invito personale e collettivo a una nuova solidarietà, “ministero della consolazione / pastorale di accompagnamento”, mi colse dopo dieci anni di turni al forno in acciaieria, quattro di presidio di fabbrica e tre da disoccupato speciale più o meno organizzato; anni in cui sono stato crogiolato nella dura realtà / sfruttamento e nella chiara reciprocità / interdipendenza.
a) Lo sfruttamento, che là è sempre patito a sangue, qui pure è patito, ma – se non lottato, cioè rimosso – ci trasforma per giunta in complici.
b) Il nostro mondo Nord occidentale fonda la sua relativa forma di democrazia parlamentare e di “ben avere” retto sulla mercificazione universale, su una proiezione certa: ossia esportando / imponendo a tutto il Sud lo sfruttamento a base di dittature militari più o meno mascherate e fame-impoverimento sempre più divaricanti.

— L’aspetto più carente, quindi urgente, era il visitarsi / frequentarsi. Pertanto ho risposto a questo invito anche perché volevo vedere di persona

- come se la cavano loro
– ma disposto a giocarmi come uno che qui partecipa al movimento per cavarcela noi pure.

— Ipotesi di lavoro: compartire / scambiare:

- un lavoro politico dentro i rispettivi processi
– nella forma di un temporaneo servizio di accompagnamento al loro processo
– come un fronte di lotta in più di qui.

 

3. Cosa è cambiato in me e cos’è cambiato in loro (Andrea)



Mi sono alleggerito, relativizzando il mio peso, il mio posto, i miei ritmi “circadiani”, un mio microclima; anche se non bastarono i mesi per la verifica della sopportabilità o del rigetto di quel macroclima.
E’ stata una grossa scuola di pazienza e di tenerezza: la loro accoglienza per tutto me stesso, i miei problemi, la lingua, l’alimentazione.
È stata una grossa scuola di sopravvivenza: mi salvarono i loro limoni, il mais (tortillas e focacce), i fagioli, i loro disegni, i loro canti, ma anche il gregoriano.
Ho convissuto con la paura di non sapere più cogliere dai poveri e annunziare tra i poveri che il Padre ci ama e che il Regno comunque incombe e accade.
Mi sono giocato molto più liberamente su vari registri.

In loro mi sembra che si sia avvertito un cambiamento:
– da isolati a visitati
– da abbandonati a consolati
– da eterodiretti o eterodirigibili a restituiti a se stessi il più possibile e in quanto laici / laiche…

 

4. In cosa è servito a me e a loro (Andrea)



— A confermarmi la validità della scelta-lotta di classe fatta andando in ferriera nel ‘71, anche se non in aereo. Il vero Salvador è stato la fabbrica.

— A razionalizzare al massimo secondo un’ipotesi di lavoro, che non era solo mia e che non doveva finire con me. E cioè a riconsiderare tutto e sempre a partire dalla chiarezza drammatica del rapporto oppressori / oppressi

- in chiave di sfruttamento là,
– e per chiarire e mantenere nella stessa concausa lo sfruttamento qui.
E questo nei due versanti socio-politico ed ecclesiale.

— Ad analizzare il loro processo e a mettermi al loro passo, ma anche a cercare poi di tenerlo, quel passo.

A loro: l’opportunità di un confronto interlocutorio non da buon samaritano, non da delegazione spersonalizzata-tecnica-veloce, ma alla pari:
– in cui, bene o male, dal mio rapportarmi, loro potessero concludere che – fatte le debite proporzioni – ci troviamo come base nelle stesse condizioni, eccettuate alcune cause esterne
– per cui per loro e per noi ugualmente urge sempre un “pensamiento propio”, fatto di descubrir, decifrar, articular, poner en marcha; perché senza lotta e solidarietà non “hay salida”, non c’è via d’uscita.

 

5. Alcune deduzioni/osservazioni dal punto di vista sociopolitico

 

 

Come già avevamo notato nelle tre lettere precedenti, l’essere stati là con una analisi dell’economia-mondo in chiave di centro / semiperiferia / periferia, ci ha permesso di scoprire alcune cose e di maturarne meglio altre.
Qui di seguito diciamo alcune osservazioni che ci sono venute raccontando, ripensando, autoanalizzandoci, analizzando:
 

a. L’andare là senza questa chiave di lettura non serve, anzi…
Ci sono sacerdoti che sono là da 40 anni, che dicono cose contrarie, fanno cose contrarie delle nostre.
Là come qui.
Uno può vivere in condizione operaia per 40 anni, ma non aver compreso appieno lo sfruttamento, o addirittura…
Uno può vivere in periferia cittadina… ma senza una chìave di lettura, uno dice e fa le cose che vogliono coloro che comandano.
 

b. Ci sembra necessario – per una analisi del mondo – ripartire dai genocidi, dalle espropriazioni totali, economiche sessuali educative, fatte in questi cinquecento anni di “evangelizzazione”.
Occorre ben distinguere almeno due periodi:
— l’espansione “dialectico-conquistadora” dell’Europa (secoli XV-XVIII)
— il dominio imperialista USA (secoli XIX-XX).
Là questo lo vedi, lo senti, lo soffri come un dito puntato contro.
Non si può “fare un condono storico”: non c’è condono storico. Pena il diventare imbecilli, il dire cose imbecilli, o peggio.
Anche da parte nostra.
 

c. L’evidenza che i “media” non informano su come va il mondo.
Per noi – che pure non siamo disattenti alle vicende mondiali – quando siamo arrivati là tutto è apparso sconosciuto, nuovo, impensabile.
Eppure i giornali li leggiamo, anche quelli di sinistra.
Questa è stata la cosa triste:
— né noi sapevamo di loro (noi che pure abbiamo fatto lo sciopero per il Salvador con i manifesti FLM)
— né loro conoscevano alcunché di noi, delle lotte operaie, ecc.
 

d. Andando là abbiamo in parte capito cosa vuol dire processo rivoluzionario o perlomeno processo di liberazione.
Non ci sembra possa esserci un simile processo senza un partito ed un esercito rivoluzionario.
Là questo lo senti bene. Il FMLN è ciò che garantisce in ogni momento la vita ed il cammino storico di questo processo.
Esso certamente non può farsi senza il movimento di massa; per questo movimento di massa non sarebbe nulla senza il FMLN.
Non sappiamo come spiegare questo in poche righe, ma là è una cosa che senti e vivi e ti appare.
 

e. Là comprendi bene che il terrore “insegna” e “paga”.
E’ come da noi in fabbrica. Se non si vince la paura, se i padroni riescono a mettere paura, il fronte di massa tende a disgregarsi.
Come al solito, i maestri sono sempre due.
Dopo anni di terrore, dopo stragi immense, nel popolo si sente la paura. Nel popolo c’è gente generosa, ci sono martiri, ci sono eroi, c’è chi si gioca in tutto; e ci sono anche coloro che stanno a vedere, coloro che si rifiutano di lottare, che stanno a guardare chi è il più forte; e c’è anche chi per ricatto, soldi o altro, tradisce, fa la spia, collabora con l’oppressore.
I famosi “quattro cerchi” ci sono anche là, li vedi meglio, li soffri di più, sono più pericolosi.
C’è anche là la lotta esterna e la lotta interna. La lotta esterna contro l’oppressore e la lotta interna in seno al popolo.
Due lotte con strumenti diversi, ma necessarie.
E la nostra “collaborazione” con loro ci sembra che si è collocata soprattutto sul fronte interno (come cercheremo di spiegare al punto 6).
E là comprendi pure che nello lotta esterna molte volte è necessario non “lasciar correre”, ma rispondere colpo su colpo.
È la cosa che abbiamo imparato dal popolo e nel popolo quando sono avvenute le “capturas”.
Il popolo ha imparato a difendersi dalle sofferenze loro imposte. Il ribattere colpo su colpo, subito, intervenendo immediatamente nelle violazioni dei diritti umani, è necessario là. Ma anche qui.
In questa difesa dei diritti umani minimali si acquista identità, si vince la paura, si impedisce il deteriorarsi di una situazione.
Come in fabbrica qui. E l’esperienza di fabbrica, soprattutto per Andrea, è servita molto nell’intervenire con i militari, i tenenti, e anche quelli più su.
“Quando sei sicuro di essere nel giusto e non hai materiale per cui ti possono incolpare, vai giù duro: con la parola e con la ragione, colpo su colpo, anche gridando”: così ci aveva detto un prete di là.

Queste sei cose
— chiave di lettura
— conoscenza dei 500 anni
— superare la disinformazione
— importanza del partito per un processo
— lotta interna
— lotta esterna, ribattendo colpo su colpo
sono alcune delle cose importanti che là abbiamo imparato, approfondito; e che ci hanno aiutato a vedere meglio le cose anche di qui.

 

6. Dal punto di vista ecclesiale / pastorale / …

 

Tre cose ci sembra utile distinguere:
 

a. Dentro questo processo rivoluzionario o di liberazione, loro ci hanno chiesto di svolgere una “pastorale di accompagnamento” e un “ministero della consolazione”, soprattutto nelle ripopolazioni.
Questo, a nostro parere, non tocca molto le problematiche ecclesiali in sé, come noi qui potremmo averle sentite o vissute.
E’ un fatto che si colloca nella lotta interna, affinché queste ripopolazioni o popolazioni ritrovino una loro identità, una loro unità, anche servendosi di ideogrammi religiosi, di religiosità popolare.
Data la storia dell’evangelizzazione là (ed anche qui), loro dicono che “con la chiave con cui si è chiuso, si può anche aprire”.
Questo accompagnamento, fatto da sacerdoti sensibili (come loro vedono noi PO) con certe caratteristiche di sensibilità, ci è apparso come un piccolo gesto di riparazione.
Certo – vivendolo con alcune esagerate finezze – all’inizio noi avevamo molti dubbi
— sia sull’uso degli ideogrammi religiosi
— sia sull’aggregare partendo dal sacro
— sia sul ruolo della chiesa.
Là invece non hanno i nostri dubbi e ritengono importante questo accompagnamento pastorale e questo ministero della consolazione.
 

b. Anche Andrea (e Bruno, per quanto ci ha raccontato) svolgendo questo ruolo in queste zone di ripopolazione hanno potuto constatare che la loro pastorale ha avuto effetti positivi — sul fronte del ritessere un tessuto popolare
— sul fronte di vincere l’isolamento
— e su tutto il resto che ai punti precedenti è stato detto.
 

c. C’è da dire che le problematiche sul “modello di Chiesa” differente dalla cristiandad, il modello di chiesa dei poveri, là è stato molto dibattuto. Come già abbiamo detto nelle lettere precedenti e soprattutto nella terza, occorrerebbe che noi PO potessimo darci una metodologia comune per affrontare il problema del modello di chiesa qui.
Ci è sembrato che il libro di Richard, che cercheremo di tradurre nelle sue prime trenta pagine, desse una metodologia utile.
E’ questo un problema importante per noi qui. Altrimenti andiamo a finire – dopo tanti anni – o a far le parrocchie o a far nulla di pastorale…
“Noi abbiamo raccolto uva e altri si berranno il vino”, se non affrontiamo correttamente questo problema. Che è un problema non solo sociale per noi, bensì un problema che ha a che fare con le due fedeltà della nostra storia:
— la fedeltà a Cristo
— la fedeltà alla classe operaia.

 

7. Alcune conclusioni ed avvisi da chiarificare in un eventuale dibattito nel coordinamento nazionale e nell’incontro regionale



La conclusione è una sola, cui occorre “dar gambe serie”: ci sembra utile, importante, per la vita personale di ciascuno e per là, andare in EI Salvador cogliendone il “kairòs”, nelle sue varie dimensioni. Dall’invito che ci è venuto, preciso, ripetuto, mirato a noi preti operai italiani, al momento che là stanno vivendo, a quello che questo vuoI dire per la storia dell’istmo e dell’umanità… a tutto il resto che abbiamo detto… tutto converge a farci prendere sul serio questa vicenda.
Certo ci sono degli ostacoli, delle difficoltà, dei pericoli…
Dal pensare a come superare un po’ gli ostacoli e a come dar gambe a questo, ci sono venuti fuori questi brevi “avvisi”:
 

a. L’ostacolo principale per noi è il tempo a disposizione.
Per chi lavora qui non è facile trovare mesi…
E’ possibile andar là anche solo per un mese o tre settimane?
E’ utile anche in questa piccola dimensione?
Noi abbiamo pensato che sì, a tre condizioni:

— la prima: che là ci sia qualcuno che sia quasi permanente, che possa aiutare l’ambientazione ed i rapporti. Il fatto che Brignoli sia là e il fatto che Bruno ed Elena abbiano intenzione di andare là per un tempo un po’ prolungato, può permettere anche che qualcuno vada là per poco tempo, progettando assieme il periodo.
Certamente occorre almeno sapere la lingua e il quadro generale. Là ora abbiamo una casa, e questo facilita…

— Seconda condizione: che anche in questo caso tutto sia stabilito con la coordinadora. In un processo rivoluzionario non si deve far nulla senza il previo accordo con loro.

— Terza condizione: che possibilmente si vada a due a due, in questo caso. L’essere in due aiuta a vedere, a riflettere, a superare la paura, a sostenersi ed aiutarsi, cioè ad essere più indipendenti.
Se queste condizioni sono presenti, le scuse per non andare diminuiscono: un mese o tre settimane le possono trovare tutti.
 

b. Certamente vale molto l’altro invito di andare per far scuola professionale per due o tre mesi. Su questo, l’invito è stato chiaro. Con chi può (Fanfani…?) progettiamolo.
 

c. Nell’accompagnamento pastorale occorre distinguere:
— se è una supplenza di “vacationes altrui”, basta un mese di acclimatamento e poi la supplenza ben programmata assieme
— se si tratta di prendere una parrocchia, noi pensiamo che occorra ben più tempo ed una catena nostra…
 

d. Per l’organizzazione qui, pensiamo si possa far capo a Giacomo Cumini, che prenderà i contatti necessari qui e là.
 

e. L’ultimo avviso riguarda noi qui.
Questo scambio ci porta a rispolverare il meglio della nostra storia nei due versanti. Rischiavamo di lasciare come eredità non il meglio, ma…
Questo ci obbliga quasi a risvegliarci, qui da noi, sia sul fronte ecclesiale sia su quello sociale, cogliendo eventi sentinella centrali, evitando le marginalizzazioni.

Andrea Marini e Cesare Sommariva