2001 Strasburgo / Voci dal mondo

SULLA STRADA DEGLI UOMINI E DELLE DONNE
VIVERE L’OGGI… APRIRE L’AVVENIRE
Incontro internazionale PO / Strasburgo, 2-4 giugno 2001


 

 

PRETE AL LAVORO AL CAIRO

di Magdi Zaki

 

Mi chiamo Magdi Zaki , ho 48 anni e lavoro al Cairo in una raffineria di petrolio dal 1985 come farmacista incaricato di distribuire i farmaci a circa 3200 operai dell’impresa.

Sono stato ordinato prete nel 1988 e in quel momento ho chiesto al Vescovo (il Patriarca) di continuare a lavorare. Me lo concesse, cosa che non finisce di meravigliare. È questo il lavoro dello Spirito…

La maggior parte dei lavoratori è musulmana, salvo forse un centinaio di cristiani. Quello che colpisce ed è curioso è che coloro che accettano meglio e rispettano la mia posizione di prete sono i musulmani.

Per i cristiani invece, molti non accettano facilmente che un prete lavori in queste condizioni, perché, dicono, “il prete si occupi delle cose sacre e non è bene che si occupi degli affari del mondo o che vi sia mescolato!”.

Ho potuto creare delle reali amicizie con gli operai musulmani e mi accorgo che meritano di essere approfondite. Si tratta di tempo perché simili amicizie chiedono di impegnare del tempo gratuitamente con la gente, fuori del tempo di lavoro.

Sono pure incaricato di una parrocchia al Cairo, cosa questa che mi prende del tempo: per questo mi considero prete al lavoro piuttosto che prete operaio.

Tutti sanno in fabbrica che sono prete e questo attira l’attenzione in una società in cui la religione occupa un posto importante e grande.

In fabbrica vi è una moschea e un “Imâm”. Questi è per me un amico. Discutiamo spesso su soggetti religiosi e sociali, abbiamo pareri discordanti e prese di posizione comuni in molte occasioni.

Il gruppo della farmacia comprende quattro persone con me: due donne “velate” e due uomini cristiani. Discutiamo molto su soggetti religiosi e sociali.

Cosa da notare: da otto anni prendiamo assieme il “fitar”, la colazione alle 8,30 del mattino. E questo è straordinario, perché non è facile che un uomo, soprattutto musulmano, lasci mangiare regolarmente la propria sposa con degli stranieri e soprattutto con un prete celibe.

Nel mio ministero, il lavoro è essenziale per il mio equilibrio psicologico, ma non è solo questo. È pure un elemento necessario per comprendere la gente della mia parrocchia in modo più profondo ed avere in considerazione le loro condizioni di vita. Il mio lavoro inoltre mi aiuta molto come cappellano della JOC e del MTC (ACO).

Le relazioni tra musulmani e cristiani comportano in Egitto, da una parte e dall’altra, molta ignoranza sulla religione dell’altro, cosa questa che provoca incomprensioni e tensioni.

La mia presenza in un gruppo di musulmani è un’occasione modesta di chiarire certe incomprensioni e dubbi che regnano negli spiriti.

I miei contatti e il mio modo di vivere aiutano gli altri a scoprire oggettivamente chi è un uomo di religione cristiana. Purtroppo non sempre sono all’altezza. Sono un semplice uomo e mi si domanda troppo. Le mie capacità sono limitate e il tempo disponibile è poco… Ma cerco di fare del mio meglio…

“Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza, perché nel momento stesso in cui si parla male di voi rimangano svergognati quelli che malignano sulla vostra buona condotta in Cristo”. (1 Pietro, 3, 15-16)


 

IN COLOMBIA CON LE OPERAIE “MAQUILLADORAS”  

di Amparo Novoa

 

Sono della città di Bogotà, Colombia.
Lì sono nata in un quartiere popolare. La mia famiglia è formata da 5 maschi e 3 femmine. Di esse una è professionista, l’altra una leader che si è fatta con grande esperienza.
I fratelli sono tutti operai. Qualcuno tentò di mettersi in proprio, ma non fu possibile.

Ci hanno educato ad una forte coscienza sociale e voglia di lottare per la giustizia. Perciò alcuni facevano parte del sindacato delle fabbriche dove lavoravano, altri impegnati politicamente nel quartiere, soffrendo talvolta la persecuzione e la repressione.

La Colombia è un paese che continua ad essere oggetto di interesse da parte di molti paesi.

La guerra nella quale viviamo ha diversi attori: guerriglia, paramilitari, esercito. Dentro questa situazione si cerca di creare coscienza critica di fronte alle politiche neo-liberiste che si sono avviate. I movimenti sindacali resistono davanti alla privatizzazione delle imprese pubbliche.

Alcuni leaders sindacali riescono a conservare un atteggiamento di speranza in questa situazione tanto complessa, altri sono usciti dal paese perché chi crea coscienza e tenta di organizzarsi viene considerato membro dei gruppi sovversivi.
Altri sono riusciti a occupare posti nel congresso e nel ministero del lavoro.

A causa della guerra nella quale viviamo molte donne sono rimaste sole a portare avanti la famiglia, il focolare; molte sono state obbligate, quasi fuggendo, a lasciare la campagna per la città, e in questo ambiente del tutto diverso sono state obbligate a inserirsi in una economia di espedienti (qualsiasi lavoro va bene) e con tanta creatività per ottenere di che mangiare. È così che con l’aiuto di alcune istituzioni si stanno creando lavori alternativi: vendite di abiti usati, di pane, di marmellate, oggetti di artigianato, capi di cucito.

Io sono religiosa e con altre della nostra età ci stiamo dedicando al lavoro con donne nelle “maquilladoras” (fabbriche di assemblaggio, nel settore tessile, per lo più, decentramento delle grandi marche soprattutto americane), nella creazione di lavori manuali, nella partecipazione nel sindacato.

Tuttavia, da queste realtà nasce un grande interrogativo. Fino a che punto essere operaio oggi, è un privilegio? Quando nel nostro contesto la disoccu-pazione cresce continuamente e chi ha un posto di lavoro lo tiene stretto perché è necessario mangiare e avere un tetto.

Sento che il lavoro che realizzano le donne, il fatto di dovere uscire alla ricerca non solo del pane per i loro figli, ma anche a suscitare e formare coscienze, sento che questa nostra condizione di donne deve essere resa visibile in tutti gli spazi di lavoro nei quali siamo presenti.

Io non mi considero operaia, ma ho un lavoro, come maestra, che pure è molto efficace per “svegliarci” come donne e seguire l’esempio di tante altre che hanno incontrato la loro dignità nel lavoro, perché hanno saputo resistere nei momenti più difficili della vita, hanno imparato a dare il nome a tutte quelle situazioni che ci impediscono di essere noi stesse, che hanno esplorato spazi insospettati.

Credo nel Dio della vita, che continua ad agire attraverso i suoi figli e figlie. Sento la sua presenza negli sforzi che, come chiesa, portiamo avanti perché questa chiesa sia Vangelo vivo e autentico.


 

UNA VOCE DAL CHIAPAS

di Daniel Solis Martinez

 

Il mio nome è Daniel Solis Martinez e appartengo al gruppo “Presenza nuova” in Messico, legato alla “Federazione internazionale di sacerdoti cattolici sposati” con presenza in 33 paesi, il cui presidente coordinatore è il padre Julio Perea Pinillas.

Nel mio paese, il Messico, ho collaborato con diverse organizzazioni. Ho lavorato con i “ragazzi di strada”, vivendo con loro per sei mesi (dentro la loro realtà) per costruire metodi preventivi di educazione a loro favore, così da offrire un autentico contributo alla loro problematica.

Attualmente lavoro in 2 progetti educativi in favore di bambini figli di ragazze-madri, di vedove e di divorziate. Un progetto è nello stato del Messico, l’altro nella Sierra di Queretaro.

Anteriormente ho avuto l’opportunità di collaborare con il “coordinamento dei popoli Mayas” nella loro lotta per la liberazione e con “CIPCCH” consiglio indigeno popolare campesino chiapaneco.

Questo lavoro mi ha permesso di essere consulente invitato alla tavola di negoziazione per la pace nel Chiapas tra l’EZLN e il governo federale.

Nel mio lavoro nel Sud-Est del Messico mi sono impegnato nella promozione di “Gioco pulito”, un metodo preventivo per evitare le frodi elettorali nelle elezioni presidenziali nell’anno 1994.

A causa di questo impegno di osservatore elettorale fui detenuto per 23 giorni con accuse false.
L’esperienza fu dura e sconvolgente, ma grazie a Dio, ai miei amici, ai gesuiti ne sono uscito e in piedi, anche se molti fratelli di fronte a questa prova crollano.

Dio ha voluto sostenermi per poter continuare a credere in un mondo solidale, giusto e fraterno e con la speranza di rendere solida la dignità dell’uomo per poter vivere in pace con la forza dell’amore evangelico, con al centro il diritto alla uguaglianza integrale.

Camino a los olvera s/n Km 1 • Corregidora Queretaro •c..p. 76900 MESSICO
Tel. 014/2284383 • E-mail: dsmsc2001@yahoo.com.mx

 



UNO STUDENTE DI TEOLOGIA DELLO SRY LANKA

di Theva Kingsely 

 

Mi chiamo Theva Kingsely, vengo dallo Sry Lanka. Ho compiuto gli studi di filosofia e sto per iniziare quelli di teologia. Sono venuto a questo incontro mondiale dei PO. Io amo i PO e le loro idee e desidero anch’io in futuro diventare un prete operaio.

Ora permettetemi di dire qualcosa sulla situazione del mio paese e il mio pensiero sui PO.

Sry Lanka: un paese con una popolazione di 18 milioni e mezzo di persone alla fine del secondo millennio. È formato da comunità multirazziali e multietniche. La maggioranza della popolazione (75%) è di razza singalese e parla la lingua cingalese; il 20% sono Tamils e la loro lingua madre è il Tamil. Il rimanente 5% sono Malesi, Moors e Burghers.

Buddisti 70%
Hindù 15%
Cristiani 12%
Musulmani 0,3%

Situazione Politica

Lo Sry Lanka è diventato un paese indipendente il 4 febbraio 1945. Prima era una colonia dell’impero britannico. Da allora ci sono stati conflitti interni tra le due comunità più rappresentate: quella Cingalese, la maggioranza, e la Tamil, la minoranza. I Tamils sono concentrati nelle due Provincie del Nord e dell’Est.

Il conflitto etnico esplose nel luglio del 1983 con pesanti conseguenze per i Tamils che vivevano a Colombo. Essi furono costretti a fuggire da Colombo e a cercare rifugio nei loro tradizionali territori. Circa 61.000 persone restarono uccise a causa della violenza etnica e quasi 600.000 Tamils dovettero lasciare lo Sry Lanka e si rifugiarono nei paesi europei. Nel Nord e nell”Est del paese circa un milione di cittadini del popolo Tamil sono profughi a causa dell’atroce guerra.

All’alba del 2001 c’è speranza di pace e di negoziato. Il governo norvegese si è fatto avanti come mediatore di pace tra l’organismo rappresentativo dei Tamils e il governo. I Tamils e i Cingalesi sperano che si arrivi ad un processo di pacificazione tra un po’ di tempo.

La situazione sociale dello Sry Lanka non è molto invitante per l’esistenza di PO.
La comunità cattolica Singalese o la comunità cattolica Tamil non accetteranno l’idea del prete operaio.

È mia opinione che se anche la comunità cattolica Singalese in questo paese accettasse questa idea, i Tamils con la loro mentalità chiusa e il loro retroterra culturale non accetterebbero l’idea del prete operaio.

Io personalmente accetto l’idea del prete operaio e penso che sia necessaria per l’attuale società.