La libertà di non avere una casa…

Sguardo dal basso


…prete operaio impiegato al sindacato inquilini

 
Trovatomi licenziato per fallimento dell’azienda, alcuni anni fa, dopo un periodo abbastanza lungo di cassa integrazione dedicato a ricerche per il sindacato della FIM, sono stato assunto dalla CISL come impiegato part-time, dopo aver sempre rifiutato, per scelta, incarichi di apparato politico. E così da alcuni mesi mi trovo a lavorare con un anziano ma fervente e simpatico responsabile e con una gentile e combattiva collega al SICET che è un servizio offerto dal Sindacato agli iscritti inquilini per quanto riguarda la casa e il territorio.
La prima cosa che mi ha sorpreso è che questo servizio è abbastanza snobbato dal sindacato, perché sembra che gli inquilini in Italia siano solo il 28,4%, e quindi presumibilmente anche gli iscritti per cui forse non vale neanche la pena di preoccuparsi più di tanto, sia per la bassa percentuale degli utenti, sia perché, forse, si tratta di gente che non si è data molto da fare per costruirsi o comperarsi la casa… alla faccia dello “stare con gli ultimi”.
Altra sorpresa: lo sapevate che in Italia l’edilizia pubblica corrisponde solo al 5% del patrimonio abitativo totale (sia abitato dai proprietari che da affittuari) contro il 43% dell’Olanda, il 26,4% del Regno Unito, il 21,2% della Danimarca, il 17,1% della Francia?
E se prendiamo in considerazione solo il parco abitativo in affitto, le percentuali degli alloggi sociali in affitto sono del 16,1% in Italia contro il 78,3% del Regno Unito, il 63% dell’Olanda, il 46% della Francia.
L’Italia si trova così al nono posto nei 12 Paesi. Anche in questo campo dunque siamo in ritardo rispetto all’Europa, ma nessuno ne parla mentre vengono solo sbandierati i privilegi dello stato sociale che abbiamo rispetto agli altri paesi.
Va aggiunto che la tendenza nel settore prevede, in tutta l’Europa, la crescita ulteriore della proprietà diretta dell’alloggio, con conseguente riduzione dell’offerta in affitto e il progressivo disimpegno dell’intervento pubblico: riduzione / vendita del patrimonio abitativo sociale, trasferimento dell’impegno pubblico dall’investimento all’assistenza (“dal mattone alla persona”).
Eppure i soldi per la costruzione di alloggi pubblici sono stati prelevati e continuano a essere prelevati dalle buste paga dei lavoratori dipendenti con la famigerata trattenuta Gescal. E rimangono fermi nelle casse dello stato per anni finché, come è successo anche con il governo Amato, vengono usati per altre destinazioni nonostante la dichiarata anticostituzionalità dell’operazione. Nel frattempo i lavoratori dipendenti si sono dati da fare per costruirsi la casa magari tramite le cooperative Acli-Casa o le Di Vittorio, con prestiti agevolati finché si vuole ma comunque da pagare con il doppio lavoro o con le ore straordinarie o con il tempo rubato alla personale crescita culturale, all’impegno nel sociale, al gioco con i figli, ecc ecc.
Attualmente il lavoro al Sicet è triplicato e la fregatura per gli inquilini è che, con le nuove disposizioni dei Patti in deroga al famoso Equo Canone, si possono vedere tranquillamente raddoppiato il canone d’affitto e, per giunta, con la firma del Sindacato inquilini e delle associazioni dei proprietari.
Ne volete sapere una curiosa? Mi sono trovato a firmare un contratto di affitto in base alla nuova legge e dall’altra parte del tavolo ad apporre la firma, per conto della proprietà che nel caso era la Curia, stava seduto un prete, mio vecchio condiscepolo in seminario, che non vedevo da anni. Con fare sorpreso mi dice: “ma adesso fai il prete sindacalista?”. “No – rispondo – faccio come te il prete lavoratore. Tu lavori per la curia e io per la povera gente, che differenza c’è?”.
Ma il settore che io seguo in modo particolare è quello degli inquilini extracomunitari. Abitano per lo più in catapecchie disabitate da anni e pagano affitti quintuplicati (“…in fin dei conti sono in cinque con cinque paghe…” si dice, dimenticando che non ci sono cinque cessi) a proprietari strozzini che farisaicamente si vantano di fare un’opera di misericordia e arrivano a violare le più elementari norme di legge; per esempio, si arrogano il diritto di entrare nelle case date in affitto giorno e notte per controllare come si comportano questi “strani” inquilini.
E questo è niente. Se i proprietari stipulano con i cittadini immigrati un affitto scritto – quando lo fanno – usano la formula del contratto ad uso “transitorio” che prevede la durata di un anno (con la conseguente insicurezza) anziché di quattro e non pone limiti al calcolo dell’affitto da pagare: cosa che può favorire veri e propri sfruttamenti. Ma ciò è contro la legge che all’art. 26 esclude l’uso transitorio se l’inquilino vi abita stabilmente e per motivi di lavoro.
Senza parlare poi dei frequentissimi casi di canoni di affitto a seicentomila lire al mese per una topaia non riscaldata, senza contratto scritto e senza un minimo di ricevuta; affitti pagati in nero fino a 800.000 mensili dietro l’apparenza di un contratto a 100.000 lire.
Per finire voglio presentare un altro caso che mostra anche in questo campo la malformazione culturale di noi preti educati alla carità ma ignoranti nella giustizia sociale.
Si tratta del caso di un’associazione di accoglienza per cittadini extracomunitari che fa capo a una congregazione religiosa missionaria: si fa dare in affitto case o catapecchie da generosi cittadini sempre con il criterio succitato dell’uso transitorio, quindi senza il rispetto della legge sia per quanto riguarda il canone sia per quanto riguarda la durata; e poi le subaffitta agli immigrati, pur senza ulteriore maggiorazione, con la convinzione di fare un’opera di carità mentre si viola sfacciatamente la legge.
Concludendo: la presenza dei lavoratori extracomunitari nel nostro paese, la crescente area di “povertà indigena”, la nuova legge che di fatto ha liberalizzato il canone decurtando le buste paga, la tendenza già in atto di alienare gli alloggi IACP e il patrimonio abitativo degli Enti pubblici, richiedono attenzione e nuova sensibilità di fronte al problema della casa.

Giacomo Cumini


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