N°115-116 / Terra e popoli: futuro prossimo

Editoriale


Mentre i nazionalismi tornano di moda come reazione alla globalizzazione, c’è un dato che rimane necessariamente comune: la nostra appartenenza al pianeta. Ignorare o nascondere che è la terra la nostra patria comune rappresenta una mutilazione sul piano della comprensione. Una sorta di lobotomia, cioè l’amputazione di parte del cervello. Chiedersi quale sia il suo stato di salute non è una divagazione o una fuga dalla concretezza quotidiana. Anzi, se vogliamo davvero tenere piedi per terra, occorre risvegliarci a una vigilanza sulla nostra casa comune. La dimensione planetaria parrebbe astratta, lontana. In realtà è concreta e vicina, anzi, interna a noi per gli scambi continui a cui siamo soggetti e di cui siamo pure attori, comunque coinvolti con tutto il nostro essere. La minaccia nucleare e la minaccia ecologica che gravano sulla biosfera impongono all’umanità intera la condizione oggettiva di essere una comunità di destino. Esiste di fatto, ma i nostri livelli di coscienza, di coscienza politica, sono davvero lontanissimi dalla sufficienza. Lo faceva notare papa Francesco nella sua lettera inviata a tutta la famiglia umana: “Se qualcuno osservasse dall’esterno la società planetaria, si stupirebbe di fronte a un simile comportamento che a volte sembra suicida” (LS 55)

Nell’epoca della globalizzazione, l’unico orizzonte di equilibrio che ha senso considerare è quello planetario in tutte le sue componenti, naturali e umane. In un sistema in cui tutto reagisce a tutto, sarebbe inutile creare equilibri parziali o locali a spese di quello generale poiché fatalmente il sistema reagirebbe rendendo naufraghi tutti i passeggeri dell’arca di Noé, compresi quelli che si erano illusi di viaggiare in prima classe”1

In realtà ci troviamo di fronte a una serie di crisi, tra loro correlate, che hanno una portata mondiale. La loro congiunzione costringe a parlare di poli-crisi. E’ la prima volta che una tal cosa avviene nello scenario della storia. Ecco un breve e incompleto elenco: “esaurimento delle risorse naturali, distruzione irreversibile della biodiversità, deregolamentazione del sistema finanziario mondiale, disumanizzazione del sistema economico mondiale, carestie e penurie, pandemie virali, disgregazioni politiche” A questo aggiungiamo il cambiamento climatico con il corteo di conseguenze che l’aumento di temperatura si trascina dietro a livello planetario con il rischio reale che si inneschi un processo non più controllabile, con conseguenze catastrofiche. Dunque è aperto il passaggio dalla poli-crisi alla poli-catastrofe2. Ricerche elaborate da centri diversi convergono verso una diagnosi: “stiamo entrando a livello globale, in un fase di soglia di catastrofe. Non si tratta di una scoperta qualunque: ci cambia le carte in tavola”. La parola “catastrofe” ci spaventa terribilmente e forse per questo prendiamo le distanze. Ma nella radice greca ha due significati. Da un lato esprime il disastro, la fine. Dall’altro indica la svolta, la trasformazione, quindi una nuova possibilità che si apre. Però nel “villaggio globale” nel quale siamo “nessuno ha i mezzi per gestire da solo la salvaguardia del sistema Terra, mentre molti dispongono dei mezzi per degradarlo”. In mancanza di una collaborazione globale continueremo ad agire come sempre, “business as usual3.

E’ necessario e urgente un cambio di paradigma, uno sguardo differente che assuma la terra come patria comune, uscendo da quello che Edgar Morin chiama “età del ferro planetaria” caratterizzata dalla “preistoria della mente umana”. Lo stesso autore descrive la Terra come un vascello spaziale “spinto da quattro motori incontrollati – la scienza, la tecnica, l’economia, il profitto – trascinato verso molto probabili catastrofi a catena – laddove comunque il probabile non significa ineluttabile e non esclude la possibilità di un cambiamento di rotta”4.

Questi discorsi sono paurosamente assenti dalla politica e dai dibattiti ai quali assistiamo. Ma proprio questa assenza ci fa percepire la sua inadeguatezza e l’incapacità di offrire orizzonti che aprano davvero al futuro. Si offrono illusioni. L’illusione e la menzogna di sovranità nazionali rivendicate, mentre la verità è l’impotenza a governare dei processi che nessuna nazione da sola è in grado di fronteggiare. Impotenza anche mentale per l’incapacità di sottrarsi al dominio di quei quattro motori incontrollati di cui parla Morin che bloccano qualsiasi immaginazione di un domani diverso.

Le menzogne riguardano anche gli esodi di popoli migratori, destinati ad aumentare per i processi di desertificazione prodotti. Menzogne nel senso di distrazione dalla verità delle cose e di occultamento delle cause reali e delle responsabilità dei paesi tecnologicamente più dotati. Il fenomeno della desertificazione è dovuto soprattutto alla folle razionalità predatrice della ricchezza dei suoli del Pianeta ed è quindi fortemente connesso alla distruzione delle foreste e degli altri habitat naturali che proteggono i nostri suoli, alla cattiva gestione dei suoli stessi, alla modificazione dei cicli idrici e ovviamente ai cambiamenti climatici. Il Wwf ci ricorda che almeno il 40% delle terre emerse del nostro Pianeta è minacciato dalla desertificazione. Un fenomeno inarrestabile che ogni anno trasforma in deserto 12 milioni di ettari di terra fertile. Naturalmente si occultano i soggetti – multinazionali e Stati implicati in queste operazioni – che traggono enormi vantaggi da simili devastazioni.

In questo contesto la distinzione tra migranti che provengono da territori dove è in corso una guerra e quelli che arrivano dai deserti della fame e sete appare in tutta la sua ipocrisia che si aggiunge alle altre divagazioni con le quali si alimentano le baruffe televisive.

Ora alcune cose sono diventate chiare, nonostante i negazionisti alla Trump. Ma non è solo un problema di ignoranza. La conoscenza stessa può essere un ostacolo ancora più grave. E’ ancora Morin a sostenere che “la specializzazione ha portato tante conoscenze, ma genera una conoscenza incapace di cogliere i problemi multidimensionali, e determina l’incapacità di riconoscere i problemi fondamentali globali”. In sostanza, vi è un sapere che acceca perché è unidimensionale, lascia fuori quanto non rientra nella sua razionalità monocorde. Quando poi si aggiunge la cupidigia del profitto come motore ultimo, allora avviene una blindatura sistemica che non lascia spazio alcuno alle realtà che non si adeguano o sono fuori.

Ma un’evidenza si sta facendo largo:

“l’ecologia…ha mostrato che la sfida lanciata dal binomio scienza-tecnica, se è vincente per l’uomo di dominio, è perdente per l’umanità soggetto di bisogni e abitatrice del cosmo. L’ecologia ha scoperto la “natura”, il mondo extra-umano come luogo di qualità, di nessi e complessi non puramente matematici che se ignorati e violentati, compromettono l’abitabilità dell’universo”5.

Allo stato delle cose, la Terra è l’unico pianeta adatto alla vita. Stando a quanto la scienza può dirci oggi, solo la Terra è quella biosfera che può sostenere la vita vegetale, animale e umana, strettamente intrecciate tra loro. Ma vi è un equilibrio che non può, non deve essere infranto. Stiamo arrivando ai limiti della rottura su diversi fronti. Lasciando andare le cose con la piega che hanno preso, l’equilibrio che consente alla biosfera di ospitarci può saltare.

C’è da cambiare, ma come diceva Einstein:

Non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose”.

Occorre rinnovare il nostro sguardo sulla realtà per poter cambiare. Propongo due voci da ascoltare. La prima viene dal nostro occidente da un teologo gesuita che opera in Francia Christoph Theolbald:

Se in effetti è difficile trasmettere un’autentica coscienza storica nelle nostre società… la mondializzazione progressiva dello scambio dei beni, delle idee e dei valori sembra generare un nuovo stato di coscienza. La fine della storia, come è sta­ta pensata dalla prima modernità, si traduce ormai in termini di chiu­sura di uno spazio terrestre – senza cielo -, globo esteso in maniera indefinita ma chiuso su se stesso e sottomesso alla dominazione siste­matica della civiltà tecnologica e mediatica dell’occidente e alla vio­lenza esercitata dal neoliberalismo economico. Nel contempo, si impone progressivamente la coscienza che il nostro mondo è l’unico di cui disponiamo: così come ciascuno di noi fa esperienza della pro­pria unicità e, con l’approssimarsi della morte, comprende di non disporre che di una sola vita, allo stesso modo noi prendiamo coscienza collettivamente dell’unicità del nostro globo terrestre, e con tanta maggior chiarezza date le minacce di ogni tipo che pesano sulla sua sopravvivenza. Per questo i nostri sogni si avventurano volentieri alla ricerca di altri mondi!…”6.

L’altra voce è un monito che giunge dalla sapienza di popoli che noi classifichiamo come primitivi, pronunciata al Forum delle Nazioni Unite:

“Non è giusto appropriarsi dei beni comuni della Terra, ma come dicevano i Nativi Americani:

«Insegna ai tuoi figli che la Terra è nostra madre, tutto ciò che accade alla Terra, accadrà ai figli della Terra. Se gli uomini sputano in terra, sputano su se stessi. Questo noi sappiamo: la Terra non appartiene all’uomo, ma è l’uomo che appartiene alla Terra. La Terra vale più del denaro e durerà per sempre».

L’umanità ha coltivato un’idea di sviluppo e di progresso basata sulla convinzione che le risorse del pianeta fossero infinite. Oggi la “gloriosa marcia” del progresso è arrivata sull’orlo del baratro e la crisi è figlia dell’avidità e dell’ignoranza. Ma il monito della Natura è ben più grave della crisi finanziaria, esso ci chiama a riflettere su un destino tragico per l’esistenza stessa dell’umanità, se non si cambiano marcia e percorso”7

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“Terra e popoli: futuro prossimo”: questo è il tema del nostro incontro annuale e del convegno aperto a tutti. La prima parte di questo quaderno raccoglie testi che approfondiscono alcuni aspetti delle tematiche accennate in questo editoriale, mentre la seconda parte vuol essere una sosta meditativa e orante per alimentare o risvegliare uno sguardo altro e un sentire la nostra appartenenza a Gaia, la Terra la viva e feconda. La terza sezione raccoglie alcuni contributi che toccano la concretezza della vita in situazioni locali e particolari, ma in esse possiamo intravedere un qualcosa che è comune e che riscontriamo anche noi se ci poniamo in ascolto nei territori dove viviamo. La quarta sezione ospita la memoria di tre pretioperai che sono entrati nella nuova vita. Tony Melloni gesuita, Toni Revelli della diocesi di Torino e Sandro Artioli di Milano. Dei primi due riportiamo memorie di su loro e qualche loro scritto. A Sandro, deceduto il 27 marzo, dedicheremo spazio nel prossimo numero della Rivista. Segue la sezione con informazioni accurate del prossimo Incontro dei PO e amici a Bergamo dall’8 al 10 giugno prossimo. Sabato 10, come di consueto, si svolgerà il nostro Convegno sulla tematica sopra indicata con tre relatori qualificati. Il quaderno si chiude con la lettera di un prete mantovano che da decenni è impegnato nella pastorale terra in Brasile e una riflessione dei pretioperai francesi su sacerdozio e ministero.

Roberto Fiorini

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1 G. Mastrojeni, L’arca di Noè. Per salvarci tutti insieme, Milano 2014, 206.

2 Terminologia utilizzata nell’ appello invito all’ONU nel 2012 con il seguente titolo: “Le monde n’à plus temps a perdre: Appel pour une Gouvernance mondiale solidaire et responsable”. In questo fascicolo riportiamo il testo dell’appello

3 Cit in Mastrojeni, passim.

4 E. Morin, La via. Per ‘avvenire dell’umanità. Milano 2012, XXIII. L’autore poi, citando Kennet Boulding, aggiunge:“Chiunque creda che una crescita esponenziale possa durare sempre, in un mondo finito, o è un folle o è un economista”.

5 A. Rizzi, Messianismo nella vita quotidiana, Torino 1981, 161-2.

6 C. Theobald, La rivelazione, Bologna 2006, 160.

7 C. Petrini, Un contadino in difesa delle tribù, La Repubblica 14 maggio 2012.