Il fenomeno del bullismo nella nostra società

Sguardi e voci dalla stiva (5)


Sì, sembra avesse ragione la Thatcher, la società è qualcosa che non esiste. O almeno, oggi sembra non esistere più. Esistono solo i singoli individui. Questo è l’approdo dopo venti e più anni di liberismo corsaro, e dopo il passaggio dalla società dei produttori alla società dei consumatori, nella definizione che ne dava Bauman.

Su questa cruda constatazione si potrebbe convenire se si ponesse un poco di attenzione alle cronache locali e nazionali degli ultimi tempi, che descrivono una incredibile sequenza di fatti più o meno gravi.

Un succedersi di atti di bullismo e di aggressioni, dentro e fuori le scuole, di bande che si affrontano al luna park sul Te, di aggressioni perfino durante una festa tra i giovani della parrocchia di San Pio. E poi gli sputi e le umiliazioni continue subite dagli autisti dell’Apam, e il caso segnalato sulla Gazzetta dalla veramente ammirevole “signora Giulia”, che si è posta a difesa di un giovane inseguito e malmenato da una banda che si accaniva contro di lui nell’indifferenza dei più. Un fenomeno, questo della aggressività e del bullismo, giovanile e non, della violenza gratuita, che appare in allarmante diffusione. Contro il quale non paiono avere effetto gli appelli alle famiglie, l’installazione di telecamere ovunque, gli interventi delle forze dell’ordine.

A questi episodi si deve aggiungere poi l’incredibile crescendo di violenza e aggressività contro le donne, un allarme sociale che appare radicarsi e diffondersi quasi come un’epidemia.

E poi, di volta in volta, l’oste, o il tabaccaio, o il benzinaio che sparano e uccidono perché sentono violata la propria sicurezza; o il fuoco appiccato al povero barbone, e l’acido sul volto come vendetta per l’offesa subita.

Cosa sta succedendo? Accade semplicemente che si stanno progressivamente sfaldando i legami sociali. E questo è un fenomeno che ha radici strutturali, sostiene Bauman, e a poco valgono quindi gli appelli, le telecamere, la repressione. Se il fenomeno ha radici strutturali, è evidentemente all’origine della struttura che bisogna guardare per trovare un possibile rimedio.

Da qualche decennio la cultura dominante ha provveduto a far passare per modernità, per ineludibile e naturale evoluzione, il passaggio ad un sistema di lavoro precario e flessibile, ad uno stile di vita improntato ad una perenne competizione, ad un bisogno di affermazione e successo la cui sola alternativa sono il fallimento e la frustrazione. Infine al bisogno di consumare e ostentare i consumi come forma di compensazione contro le insicurezze della vita.

Abbiamo conquistato una straordinaria libertà, nota sempre Bauman, ma è una libertà piena di tormenti e insicurezze. L’uomo post-moderno, quello che non vive più i forti legami sociali che si formavano nella società dei produttori, vive una individualizzazione che è divenuta solitudine. Se ieri avevi un problema di lavoro, o salute, o di relazioni sociali, i sindacati, i partiti, il welfare ti venivano incontro e ti soccorrevano.

Oggi la società post-moderna è un aggregato di individui in cui ciascuno conduce una lotta solitaria contro gli altri e contro il sistema. Contro tutti.

Di qui il crescere di un ego aggressivo, nudo, spaventato. Di qui la chiusura degli individui nel proprio privato, nel nucleo primordiale (la famiglia), o nel branco, o nella banda, o nel sodalizio tifoso (anche politico, non solo sportivo). Ecco perché oggi le famiglie praticano per lo più un “familismo amorale”, cioè tendono a chiudersi nella difesa pregiudiziale di ogni comportamento dei propri figli.

Una chiusura verso il mondo e gli altri che diventa, sta diventando, una epidemia di disumanità.

Papa Francesco ha definito questo fenomeno una esplosione di periferie geografiche ed esistenziali.

Che fare? Innanzitutto bisognerebbe prendere atto del carattere strutturale, appunto, di questi fenomeni. Che dipendono cioè da valori e stili di vita che si sono imposti come dominanti, ma a cui bisogna cercare di sottrarsi: a cominciare dall’esasperata competitività. La competitività fa bene all’economia, si dice. Anzi, è la regola prima per l’accumulazione della ricchezza degli individui e delle nazioni. Ebbene, è ormai evidente che una competitività esasperata e senza regole recide ogni possibile legame sociale. Dissolve la società e rende gli individui dei lupi solitari. La cooperazione, deve essere l’alternativa per il futuro.

Un futuro che altrimenti sembra riservarci scenari da incubo.

Pier Paolo Galli