Alcune riflessioni sul “pacchetto sicurezza”

Memoria di Toni Revelli (3)


Vorrei proporre alcune riflessioni su leggi e sentenze che offendono la nostra coscienza di cittadini e cristiani.

Recentemente la Corte di Cassazione ha emesso una sentenza che prevede l’espulsione degli immigrati “irregolari” anche se i loro figli frequentano la scuola.

È la diretta conseguenza delle norme stabilite nel “pacchetto sicurezza” varato l’anno scorso dal governo e passato quasi sotto silenzio, con un’accettazione passiva proprio da parte di chi avrebbe dovuto reagire con più energia. Cosa si intende per “sicurezza”?

Giustamente Mons. Agostino Marchetto, Segretario del Pontificio Consiglio della Pastorale dei Migranti e Itineranti” ha fatto notare, in una trasmissione di Radio Vaticano, che è necessario incamminarsi “verso una visione universale del bene comune” (di cui la “sicurezza” è parte), citando i recenti insegnamenti di Benedetto XVI con la Caritas in Veritate. Agostino Marchetto nel suo intervento dichiara apertamente che la sentenza va contro l’umanesimo cristiano. Va contro, cioè a una corretta visione cristiana dell’uomo.

Per essere più preciso, mi pare di dover sottolineare ancora una volta il progressivo processo di disumanizzazione della politica e dei rapporti sociali di cui siamo partecipi. Non è il caso di addossare colpe e responsabilità ai giudici, perché quella sentenza è frutto della legislazione, applica la legge. La Corte di Cassazione ha agito seguendo la legislazione che istituisce il “reato” di clandestinità.

La responsabilità reale del pronunciamento appartiene a chi ha votato quel “pacchetto” di leggi che nessuna coscienza umana, libera da pregiudizi e arroganze, potrebbe accettare. Tanto meno la coscienza di un cristiano che sia tale “non a parole, ma nei fatti e nella verità”.

Siamo in piena Quaresima, tempo “privilegiato di conversione e di liberazione dal male”; tempo per ritrovare la dovuta apertura intellettuale e morale verso Dio e i figli di Dio; tempo di accoglienza della Grazia divina e dell’amicizia e fraternità umana che siamo chiamati a vivere in Cristo. Ciò significa impegnare a fondo le nostre coscienze per “convertirci e credere al Vangelo”.

Ho sentito dire da sostenitori del neorazzismo che trova espressione anche in queste leggi, che sono provvedimenti che mirano a “difendere la fede cristiana”, che sarebbe minacciata dall’arrivo di appartenenti a religioni diverse. Credo proprio di poter rispondere tranquillamente che la Fede non ha assolutamente bisogno di “difese”, tanto meno difese politiche: la Fede non si difende; la Fede siamo chiamati a viverla. Fede cristiana significa “seguire Gesù”, seguendo l’unica via indicata da Lui stesso: “chi vuol venire dietro di me, prenda la sua croce e mi segua”. Potremmo “tradurre” con “prenda le proprie responsabilità, viva la propria fede con coerenza e sincerità, pronto a pagare di persona”. Chi vede nella fede altrui un pericolo per la propria dimostra semplicemente la debolezza delle proprie convinzioni. Allora si ha bisogno di leggi e imposizioni per far tacere o allontanare chi, con la sua presenza, ci provoca semplicemente a verificare la nostra fedeltà al Signore.

Ciò vale per ogni rapporto umano: “quando manca la forza della ragione, si ricorre alle ragioni della forza”, sia essa la forza fisica, l’imposizione legalistica, o la semplice violenza verbale. Chi accetta la chiamata di Cristo alla Fede riceve la missione di “essere testimone”, che propone, ma non impone; che è convinto delle proprie ragioni e non ha bisogno di altro.

In questo “tempo prezioso” della Quaresima, sapremo ”risvegliarci dal sonno”, accogliendo l’invito di S. Paolo ai Romani (vale anche per noi oggi!), per riproporre modelli di vita rispettosi per ogni persona, soprattutto dei più poveri e dei più deboli? Sapremo opporre a leggi e sentenze di questo tipo l’unica vera risposta: una obiezione di coscienza decisa, ferma e leale?

Toni Revelli

(pubblicato su La Voce del Popolo 23 marzo 2010)