Invito alla riflessione e alla comunione di vita

Memoria di Toni Revelli (4)


È lo scopo di questo scritto. Mi riferisco soprattutto ad alcuni “interventi critici”: da parte di Massimo, Luca e Mondello Andrea. Ho scelto una modalità di risposta “collettiva”, sia per non ripetere gli stessi argomenti nelle “repliche”, sia anche perché “replicare” non mi piace. Così, oltre il resto, ho preso più tempo per riflettere, stendere e correggere un testo che certamente non ha la pretesa dell’esaustività.

Mi pare si stia continuando a fare una certa confusione tra vita di Chiesa e vita politico-sociale. La democrazia è un modello di gestione politica delle società civili (non solo degli stati). La Chiesa è una comunità, una “comunione di vita”, che non trova riscontri nelle società citate. Nella Chiesa come in ogni società umana degna di questo nome certamente si punta alla valorizzazione della persona e dei rapporti interpersonali. Ma ben diverso è il principio ispiratore: nella società si tende ad avere giustamente il massimo consenso per l’unità sociale; ma molto spesso dobbiamo costatare la manipolazione dell’informazione e delle persone (non di rado il ricatto sulle coscienze), pur di raggiungere lo scopo.

La comunità tende invece alla piena realizzazione della persona umana e delle relazioni interpersonali fondandosi sulla Carità. Benedetto XVI ha voluto ricordarci che “Dio è Carità”, sulla scia della prima lettera a Giovanni: “Dio è Carità e chi vive nella Carità vive in Dio”. La Carità è amore divino comunicato all’uomo; il credente è chiamato ad accogliere il dono e a viverlo in modi sempre più fedeli ed efficaci.

È questo che vogliamo proporre alla nostra Diocesi: vivere finalmente la Carità di Cristo, in una piena comunione di pensiero e di azione. La comunione di vita promuove la piena libertà e responsabilità, che sono insieme “dono”, “vocazione” e “responsabilità” che il Signore affida a tutti, “presbiteri” o “laici”. Proprio per questo la prima e più insistente richiesta che abbiamo espresso è la preghiera, personale e comunitaria. Nella Comunità non è sufficiente un generico “volersi bene”: Gesù ci ha detto “amatevi come io vi ho amato”.

L’evangelista Luca ci invita a superare nella Carità le possibili divisioni: lo fa rimarcando decisamente la differenza tra “potere” (vocazione al servizio, soprattutto nella comunità ecclesiale) e “dominio” (per cui non vi è posto nella Chiesa): “Nacque tra loro anche una discussione: chi di loro fosse da considerare il più grande. Egli disse: I re delle nazioni le dominano e coloro che hanno potere su di esse sono chiamati benefattori. Voi però non fate così, ma chi tra voi è più grande diventi come il più giovane e chi governa come colui che serve. Infatti, chi è più grande: chi è a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sono venuto in mezzo a voi come colui che serve”. Mi pare di poter ravvisare nell’inciso “sono chiamati benefattori” un’ironia non indifferente, vera denuncia dell’ipocrisia del potere che si fa dominio.

Nella comunità ecclesiale nessuno è “superiore”, nessuno è chiamato a “comandare”. Tutti siamo chiamati a camminare sostenendoci l’un l’altro, per essere insieme “liberi e fedeli in Cristo”. Qualcuno si augura anche che arrivi un Vescovo che “ci metta in riga”. Ho sorriso un po’ di fronte a quell’espressione, ripensando ai miei 53 anni di vita presbiterale. Nato in tempi in cui “obbedienza” faceva parte di un triste trinomio (“credere, obbedire, combattere”), ho sperimentato una Obbedienza che nulla aveva a che fare con quel trinomio, troppo chiaramente evocato, forse senza accorgersene, dall’autore di quell’auspicio. Obbedienza è sempre consistita in un rapporto di chiarezza e sincerità, in un rapporto reciproco di stima, confidenza, chiarezza, ma soprattutto nella Carità. Certi atteggiamenti troppo ossequiosi rischiano di trasformarsi in una fonte di equivoci e di inganni (come certe dichiarazioni che scaricano ogni responsabilità sui superiori: diventano troppo facili pretesti per defilarsi dalle proprie responsabilità). I Vescovi stessi, dal Card. Fossati che mi ha ordinato, fino al Card. Poletto, mi hanno sempre chiesto questo tipo di obbedienza: collaborazione leale e franca, frutto di sincerità e di amore. Questo spero di poter realizzare anche con il futuro Vescovo; cominciando, con gli amici del gruppo ecclesiale Chicco di senape, dalla preghiera per il nuovo Vescovo, in comunione già sin d’ora, con il nuovo Vescovo. Ancora una volta: Comunione significa piena condivisione, nell’aiuto reciproco a cercare le soluzioni migliori e le migliori testimonianze, non supina connivenza. Ma questo non riguarda solo i “chierici”: è tutto il popolo di Dio (e quindi anche i “laici”) che è chiamato a questo rapporto. S. Agostino ricordava ai cristiani a lui affidati: “Per voi sono vescovo, con voi sono cristiano”.

Un’ultima notazione, che riguarda soprattutto la perentorietà di certi toni. Una grande verità, da non dimenticare mai: “Quando manca la forza della ragione, si ricorre alle ragioni della forza”. Forse anche soltanto la “forza” verbale. Ma intanto si dimostra una cosa sola: quando si sente il bisogno di usare “toni forti”, parole urlate (scrivere tutto in maiuscolo, nel linguaggio solito degli scritti, mail comprese, significa proprio urlare). Ogni volta che, nei dialoghi diretti, in confronti anche appassionati nei gruppi di fede, trovo qualcuno che alza la voce, credo di poter concludere subito ricorrendo a quel detto. Più si urla più si dimostra la debolezza e povertà delle proprie convinzioni.

Con la più cordiale fraternità.

Toni Revelli