2016 Bergamo / Ricordati che sei stato forestiero

Bergamo 11 giugno 2016
Convegno nazionale PO e amici
CAMBIA LA FIGURA DELLA CHIESA?

Interventi (6)


Raccontare quello che sono… dopo aver superato i settant’anni di vita è l’unico discorso che riesco a fare senza fatica.

Per raccontare, però, bisogna ‘ricordare’ , legando il tutto attorno ad un ‘sentimento’ – come un cantus firmus – che armonizza e tiene insieme le varie melodie della vita: la gratitudine. Allora riesci a ricordare bene e il racconto non è mai una ripetizione, ma diventa sempre una storia nuova.

San Paolo, nella 1° lettera che scrive al suo giovane amico vescovo Timoteo, gli ricorda:” Niente abbiamo portato in questo mondo ed è per questo che niente potremo neppure portare via”.

Quando l’uomo entra nella vita ( quando nasce un bambino si dice: ‘viene al mondo’) , entra in un mondo dove tutto gli è già dato e quindi non può sentirsi padrone : entra nel mondo come ospite, e in questo spazio ospitale la logica della appropriazione e dell’avere non può essere di casa.

Il racconto della creazione è molto eloquente in merito: il giardino dell’Eden è un dono di Dio e non una conquista dell’uomo. E’ Dio che mette l’uomo al centro di questo ‘giardino di cose molto buone!”.

Ricordati che sei stato forestiero..’: è il richiamo che Dio fa al popolo d’Israele a vivere da ospite in una terra che gli è stata ‘promessa’, in un mondo che non gli appartiene e in un tempo che lo precede e lo supera. E’ il richiamo ad abitare la terra non con ‘diritto di possesso’, ma solo con la quotidiana coscienza di chi vi è ospitato e che quindi deve viverci con ‘riconoscenza’.

Due sono sono gli ‘in principio’ che hanno segnato ,o meglio, ‘formato’ la mia vita.

 

1. Quando sono venuto al mondo

 

Sono stato accolto da una famiglia povera di cose ma ricca di tanti fratelli: mi hanno vestito, mi hanno sfamato, mi hanno educato, mi hanno amato, mi hanno abituato a gustare i diversi sapori della vita. Mi hanno ospitato così bene che sono diventati la mia famiglia.

 

2. Quando sono entrato in fabbrica

 

Sono entrato dalla porta di chi ‘faceva’ di quell’edificio una fabbrica, sono entrato dal cancello degli operai. Sono stato accolto nello spogliatoio: mi sono tolto la ‘veste’ di prete e mi hanno offerto la tuta da operaio. E’ stata come una nuova ‘investitura’ sotto gli occhi di chi vi abitava già. Sono entrato come ospite di un mondo di cui ero forestiero: un mondo pieno di vita, di fatiche e speranze, di lotte e sconfitte, di gioie e amarezze condivise; e mangiando e bevendo ogni giorno con i compagni di lavoro gli stessi sapori della vita sono diventato uno di loro. Ne sarò loro grato per tutta la vita.

 

Ho preso forma

 

Ho lavorato per 30 anni in un calzaturificio, e il gesto che ho fatto migliaia di volte al giorno è stato quello di prendere in mano una ‘forma’ di plastica su cui modellare i vari tipi di calzature. Sulla ‘forma’, che è già stata progettata, si applica la tomaia e vari accessori: e al temine del ciclo di montaggio la forma viene estratta dalla calzatura per essere di nuovo ripresa in mano per un altro ciclo produttivo.

Mi fa piacere ricordare che la mia vita è stata sempre un cercare non di ‘dare forma’ ma di ‘prendere forma’: come ha fatto Gesù quando ‘ ha preso la forma dell’uomo’ per iniziare una storia nuova ( Fil. 2,6-11).

Gianni Alessandria