Bruno Borghi: una lezione di libertà

La ricchezza della memoria (2)


FIRENZE-ADISTA. È una pagina di storia impossibile da dimenticare quella scritta da figure come Giorgio La Pira, Ernesto Balducci, David Maria Turoldo, Lorenzo Milani, Enzo Mazzi, tutte riconducibili al cattolicesimo fiorentino degli anni ‘50-‘60. Figure tra cui merita senz’altro di occupare un posto, per la sua coerenza estrema e la sua rigorosa opzione per gli oppressi, che egli chiamava “i poveri del Vangelo”, anche Bruno Borghi, il primo prete operaio italiano, di cui, a dieci anni dalla morte, Beniamino Deidda, ex-procuratore generale di Firenze e all’epoca tra i promotori di Magistratura Democratica, ricorda l’appassionante traiettoria, soffermandosi in particolare sulla sua partecipazione alla lotta operaia – a Firenze negli anni ‘50 la fabbrica era il luogo in cui “si agitavano i grandi temi sociali e quelli della partecipazione democratica” – e sul suo tormentato cammino all’interno della Chiesa, fino all’abbandono del sacerdozio e alla decisione di sposarsi e avere un figlio.

Per concludere il suo ricordo con quella che è la vera eredità lasciata da Borghi, il quale – sottolinea Deidda – “ci ha insegnato a essere liberi attraverso un cammino difficile, tutto dalla parte dei deboli, dei disgraziati e degli emarginati”, un cammino che egli ha percorso “fino in fondo rompendo con tutti, con i padroni, con il potere politico, con i sindacati, con la magistratura e, quando è giunto il momento, anche con la Chiesa”, ma trovando in cambio “l’affetto dei poveri, dei disperati, degli irregolari, dei carcerati e degli esseri umani di buona volontà”.

Di seguito ampi stralci del discorso pronunciato alla Comunità delle Piagge di Firenze il 9 luglio scorso nel decennale della morte del grande prete operaio.
(cfr.  Adista, 3 settembre 2016 / N. 29)


 

NEL SEGNO DI UNA RIGOROSA LAICITÀ

1.

 

Nel ricordare Bruno Borghi poche settimane dopo la sua morte, avvenuta il 9 luglio del 2006, mi è capitato di dire che ci sarebbe voluto ancora un po’ di tempo per capire bene il senso della sua vita e che cosa sia stato per ciascuno di noi e, più in generale, per questa città (…).

Forse durante questo tempo abbiamo dimenticato alcuni particolari (…), ma sono diventati più nitidi i contorni della sua figura, vediamo meglio l’insieme e il senso più vero delle cose che Bruno ha fatto.

Come sapete, Bruno non ha lasciato scritti di nessun genere. Era una scelta consapevole e voluta: scriveva malvolentieri e solo costretto dall’urgenza di fissare qualche appunto sulla carta (…). Di Bruno dunque non ci rimangono le parole: ci rimangono i gesti e talvolta anche le parole, ma solo quando si facevano gesto, quando erano lo strumento necessario dell’agire (…).

Bruno nella sua vita ha fatto tante cose, perché il fare, l’azione concreta era la sua vocazione e in tutte le cose che ha fatto ha lasciato il segno inconfondibile di una straordinaria coerenza. Mi piacerebbe (…) riuscire a chiarire i caratteri costanti della sua lotta per la dignità degli esseri umani e per l’eguaglianza sociale: un’estrema coerenza, nessun compromesso, il rispetto di ogni convinzione, anche la più lontana dalla sua, la scelta senza incertezze per i più oppressi e i più disgraziati. Qualunque cosa dicesse o facesse, potevi facilmente riconoscere questi tratti del suo impegno, che a volte venivano scambiati per durezza o per intransigenza. Ma chi lo ha conosciuto a fondo sa che nei rapporti umani Bruno era di una gentilezza d’animo che con le persone più sfortunate diventava un’incredibile dolcezza.

2.

 

E credo che così lo ricordino prima di tutto quelli che lo hanno avuto come compagno durante le lotte in fabbrica, a partire dagli anni in cui, ancora giovane, ebbe dal cardinale il permesso di entrare alla Pignone, dove agli inizi fu accolto con qualche scetticismo: “Ma cosa ci fa un prete in fabbrica?”. Quando Bruno avvertì questa perplessità chiese di poter parlare alla Commissione Interna. Alla fine del colloquio non c’erano più dubbi e il rapporto con gli operai si fece strettissimo e intenso (…). Ma neppure nella pienezza della partecipazione alle lotte operaie il Borghi ha mai dimenticato che la sua formazione, la sua esperienza, gli strumenti che la cultura gli offriva lo facevano radicalmente diverso dagli altri operai (…). La storia del movimento operaio ai suoi occhi passava non attraverso la sua testimonianza, ma attraverso quella degli operai che vivevano in ristrettezze, carichi di figli, preoccupati del loro futuro; gli operai senza formazione, senza scuola, ma – come diceva lui – capaci di “fare la storia” (…).

Questi tratti della formazione del Borghi avevano alle spalle una storia che esprimeva in modo esemplare quanto veniva elaborando il cattolicesimo fiorentino negli anni ‘50-‘60. Erano gli anni di La Pira, di padre Turoldo, di padre Balducci, di Nicola Pistelli e di tanti altri cattolici impegnati a costruire una proposta politica segnata da un’avanzata vena progressista.

Tutti questi operavano in una città a maggioranza social-comunista, che (…) riusciva a realizzare un inedito incontro-scontro con i cattolici più avanzati. Quando era sotto la guida di La Pira, tutti consideravano Firenze “la città del dialogo”(…).

Dentro questo crogiolo di idee e di proposte che animavano la città, il Borghi quasi istintivamente si era ritagliato uno spazio originale, sullo sfondo delle tensioni e delle lotte che caratterizzavano le grandi fabbriche fiorentine del tempo (…). La questione operaia non era ai margini della vita cittadina, era anzi il fulcro di un confronto che coinvolgeva anche chi operaio non era. La ragione profonda di questa partecipazione alla vita operaia stava soprattutto nel fatto che a Firenze negli anni ‘50 la fabbrica non era solo il luogo delle rivendicazioni salariali e settoriali; era soprattutto il luogo dove si agitavano i grandi temi sociali e quelli della partecipazione democratica (…). Certo, c’erano anche le grandi mobilitazioni contro i licenziamenti di massa, c’erano le vertenze sul salario che venivano sollevate in tutte le grandi fabbriche italiane. Ma a Firenze anche questi obiettivi più “operai” venivano perseguiti con un occhio alla politica e alla dimensione sociale, non corporativa. Lo scontro ideologico di quegli anni rendeva incandescente la polemica tra i conservatori di ogni specie e i progressisti, tra i quali spiccavano alcuni combattivi esponenti della Democrazia Cristiana. Erano anni in cui tra i comunisti e i cattolici di sinistra si facevano prove di dialogo (…).

Il Borghi già allora usava spesso l’espressione “i poveri del Vangelo”, che a me pare racchiuda meglio di ogni altra l’esigenza di liberazione del mondo del lavoro dallo sfruttamento che caratterizzava quegli anni.

Che cosa fosse questa spinta a lasciarsi coinvolgere dalla lotta operaia che Bruno sentiva dentro, lo spiegava lui stesso parlando della sua esperienza di lavoro alla Pignone: “Lì, ecco, questa fatica dello sbavare, con questo martello pneumatico… io non so come abbia fatto, era proprio l’entusiasmo, finalmente una cosa che rientrava nella mia visione utopica dell’operaio, del mondo operaio, della lotta di classe… si realizzava; forse non sentivo nemmeno la fatica, cioè la sentivo la fatica, ma riuscivo a superarla, perché mi sentivo l’uomo più appagato del mondo (…)”.

Anche durante la partecipazione del Borghi alla vicenda del lungo sciopero della Galileo, la sua azione si ispira agli stessi intenti. Questa volta la lotta del Borghi non si svolge dentro la fabbrica, qui è a fianco degli operai e lo è come prete. E tuttavia c’è la stessa preoccupazione di annullare le differenze, di mostrare come l’impegno fondamentale della Chiesa sia quello di essere con gli operai e dentro la fabbrica. Quando Bruno insieme a La Pira va a dir messa dentro la Galileo occupata, la città si divide: quelle foto che compaiono sui giornali hanno una carica simbolica troppo forte per non provocare divisioni (…)

Il caso Galileo fu l’occasione di una vera e propria campagna di stampa da parte dei giornali della Confindustria, cui non pareva vero di poter attaccare La Pira, Fanfani e le Acli. Fra tutti si distinse il quotidiano napoletano Roma, che condusse un’inchiesta sul caso. Già i titoli dicono il clima del momento: A Firenze agisce un sovversivismo che ha tutto l’aspetto della legalità. L’azione deleteria di La Pira e di don Borghi (16 gennaio 1959); Gli operai sono convinti di lottare per la Costituzione. Le stravaganti tesi di La Pira. Don Borghi: una carica di dinamite nella zona industriale (17 gennaio); Il dilettantismo sindacale di La Pira aiuta i comunisti (19 gennaio).

Il testo è a tratti fazioso e divertente: “Questo don Borghi, ad esempio, è un povero giovane prete di periferia, che sicuramente crede di potersi concedere il lusso di tutte le mattane, di tutte le bizzarrie sociali che gli frullano in capo, perché nei momenti liberi dal servizio religioso, a differenza degli altri sacerdoti, i quali magari vanno a farsi il pisolino, si applica nei lavori manuali come un contadino o un operaio. Noi che siamo andati a trovarlo, per la curiosità e lo scrupolo di osservare di persona il tipo, ci siamo visti comparir di fronte, davanti alla parrocchia, un giovane simpatico e ridente vestito col maglione e il blue-jeans come un venditore di sigarette americane, e un piccone in mano. Più che leggergli in volto, la sua buonafede traspariva dagli spaventosi calli nelle mani». (…).

Per molti decenni il Borghi è rimasto sempre convinto che il suo orizzonte politico ed evangelico dovesse essere la fabbrica (…). E quando si presentò l’occasione di entrare alla Gover la colse con decisione. Chi non capì bene fu l’Ugolini, il padrone della Gover, al quale non dispiacque l’idea che la presenza di un sacerdote potesse favorire un dialogo più sereno con gli operai, consentendo ai dipendenti anche il conforto di un prete in mezzo a loro. Quando l’Ugolini comunicò al Borghi questa sua intenzione, la reazione fu immediata: “Guardi che io non faccio prediche”.

Bruno cominciò subito un’intensa attività sindacale: la Commissione Interna divenne più battagliera, gli operai mostravano di condividere le posizioni di Bruno. Per l’Ugolini tutto questo era troppo. Convocò il Borghi nel suo ufficio e lo licenziò in tronco. Successe un putiferio: dallo sciopero degli operai alla durissima presa di posizione della stampa padronale, con la Nazione in testa. “Sacerdoti comunisti”, è il titolo del fondo del direttore Enrico Mattei.

Il seguito della vicenda è noto: Bruno ricorre al Pretore che dichiara illecito il licenziamento e lo rimanda in fabbrica. Quello che mi pare interessante è il dialogo costante che il Borghi mantiene con i suoi compagni operai durante tutto il periodo in cui è fuori dalla fabbrica. Questo dialogo ha due momenti importanti: due lettere pubbliche dirette ai compagni (…).

Il nodo è ancora quello di sempre: il rapporto tra il prete e la fabbrica, tra la Chiesa e il mondo del lavoro. Dice nella lettera ai compagni della Gover, dopo la sentenza che impone il rientro in fabbrica: “per l’Ugolini e per i padroni il prete è mediatore dei vari interessi, uno che esorta alla calma e alla rassegnazione, uno che cerca di eliminare o conciliare i vari contrasti e che vuol bene a tutti, ricchi e poveri, sfruttati e sfruttatori. I giudici gli hanno dato torto anche in questo e hanno detto che un operaio prete è uguale a qualsiasi altro operaio. In realtà non c’era bisogno di una sentenza dei giudici perché mi sentissi nella stessa vostra condizione operaia e quindi impegnato fino in fondo nella lotta di classe. Il vero amore per gli sfruttati è lottare insieme a loro, il vero amore per i padroni è eliminare la loro classe ed il loro potere».

Intanto, dopo la sentenza che lo reintegrava nel posto di lavoro, il Borghi era rientrato alla Gover, accolto fraternamente dai compagni. La sua azione in fabbrica continuò con le stesse caratteristiche di prima, anzi con una maggiore intransigenza che gli veniva dalla vittoria nella causa di lavoro contro l’Ugolini.

Tuttavia, il clima all’interno della fabbrica non era più lo stesso. Soprattutto, erano forti le riserve dei sindacalisti più moderati nei confronti dell’azione del Borghi: gli rimproveravano un rigore eccessivo, una coerenza incapace di trattativa e di compromessi, un’irriducibile fedeltà agli impegni della lotta operaia. L’unanimità dei consensi venne meno. Al Borghi rimanevano vicino i compagni più radicali e quelli capaci di organizzare un’azione di largo respiro, politica e sindacale.

Del resto, il Borghi aveva deciso di mostrare quali spazi si aprissero per le rivendicazioni operaie, solo che si volesse e ci si organizzasse. E soprattutto era animato dall’intenzione di andare avanti anche da solo, anche quando il dissenso del sindacato poteva oggettivamente indebolire la lotta (…).

Pochi mesi dopo si concludeva l’esperienza in fabbrica di Bruno Borghi. La vecchia madre, ormai malata, aveva bisogno di assistenza continua e Bruno, che non se la sentiva di lasciarla sola, presentò le sue dimissioni dalla Gover. Finisce così un periodo intenso di partecipazione alle lotte operaie, durato 25 anni.

Il Borghi non tornò più in fabbrica, ma non smise di battersi per affermare i diritti di quelli che ne erano privi. Come abbiamo sentito, i decenni successivi lo videro impegnato su altri fronti: i disabili, l’assistenza ai carcerati, la rivoluzione in Nicaragua. Nella sua ansia di novità e di cambiamento il Nicaragua ha rappresentato una parte importante (…). Lì si faceva concreta la speranza della liberazione di un popolo intero. E Bruno ha creduto per tutta la vita che l’impegno più alto fosse quello di lottare per liberare sé e gli altri da ogni oppressione: dal bisogno, dalla fame, dalla violenza, dalla tortura e da ogni costrizione materiale e spirituale.

3.

 

Questo ricordo di Bruno sarebbe davvero incompleto se non ricordassi la sua vicenda di prete e di prete impegnato a cambiare la sua Chiesa. A mio parere, non è possibile capire davvero il pensiero e le opere di Bruno, se non si fanno i conti con questo lungo scorcio della sua vita, da quando è entrato in seminario fino a quando ha definitivamente lasciato la Chiesa (…).

Io credo che ciò che ha reso contrastato e difficile il suo cammino dentro la Chiesa sia stato il fatto che, fin dai primi anni, Bruno è venuto sviluppando un’intuizione: e cioè la necessità di ispirare la sua azione di prete a una rigorosa laicità. Non distingueva le persone a seconda che fossero religiose o non, cattolici o atei, e, meno che mai, praticanti e non. Solo l’essere umano, ogni essere umano, era ciò che gli importava davvero.

Di qui l’insofferenza per ogni congrega, per ogni esclusione, per ogni fanatismo (…). Bruno non è mai stato quello che si definisce un “pastore d’anime”. Gli importava, e come!, dell’anima, ma pensava che l’anima degli esseri umani la si ritrovasse solo liberandoli dalla tortura, dalla fame, dal carcere e dal bisogno. E che non si potesse parlare dell’anima e del Paradiso a chi è oppresso e prigioniero dei bisogni fondamentali su questa terra.

Questa scelta laica, tutta centrata sull’essere umano a prescindere dalla sua fede religiosa, non poteva essere accettata da una Chiesa legata ancora alle forme del passato. E la rottura con la gerarchia ecclesiastica fu inevitabile. E non fu inevitabile solo perché in quei tempi a Firenze il vescovo era particolarmente chiuso e conservatore, ma perché l’interpretazione che il Borghi dava dei compiti della Chiesa in questo mondo era inconciliabile con quella di qualsiasi gerarchia ecclesiastica.

Pensate alle parole con le quali nella lettera all’arcivescovo di Firenze dava le sue dimissioni da parroco di San Miniato a Quintole: “La mia convinzione personale è che l’attuale condizione del parroco è in contrasto con la mia decisione di essere operaio”. Qui di nuovo torna la sua visione completamente laica. In Chiesa il Borghi toccava gli stessi temi e usava le stesse parole che avrebbe usato e usava in fabbrica e in carcere.

Persino nella sua difesa di fronte ai giudici della Corte di Assise di Bologna gli accenti sono identici, allorché, rivolgendosi direttamente ai giudici popolari, dice: “E anche voi siete obbligati a scegliere tra il potere e il popolo. O scegliete il potere che permette ai padroni di disporre della vita di altri uomini, di sfruttarli, di affamarli, di licenziarli: la manifestazione più propria e il simbolo della potenza distruttrice del capitalismo che opprime in Italia, tortura in Brasile, distrugge i popoli in Asia, fa morire milioni di uomini in tutto il mondo. Oppure scegliete a favore della richiesta e della lotta per un nuovo potere che sale dai luoghi stessi dove avviene lo scontro: la fabbrica, il carcere, i campi, le scuole. L’unico potere che potrà farvi nuovamente sentire la nobiltà di essere Giudici, cioè garanzia degli oppressi».

Ma anche con i carcerati i temi del suo discorso restano gli stessi, con una coerenza assoluta. Come si capisce facilmente, in carcere tutto è più difficile perché non vigono le stesse leggi che valgono per i cittadini liberi. Bruno sapeva bene quale era la condizione di debolezza dei carcerati, sapeva che potevano essere oggetto di ritorsioni, di minacce e perfino di ricatti, ma non ha mai rinunziato a dire loro che l’unica strada per liberarsi davvero era quella della rivendicazione della loro dignità (…).

Come si vede, Bruno non faceva prediche, non si richiamava ai valori morali o a quelli della nonviolenza o al Regolamento o ai doveri delle guardie carcerarie. Gli bastava ricordare che il corpo del detenuto è sacro e che uno Stato che usa violenza verso coloro che sono ristretti in carcere non è degno di essere chiamato civile. Per questa sua aderenza ai bisogni veri dei carcerati, Bruno si è guadagnato una stima e un’autorità che di solito non vengono accordate ai volontari in carcere.

4.

 

Con un uomo così, almeno per me, era difficile non andare d’accordo. Lo consideravo un modello ed è difficile discutere il modello che si è scelto. Abbiamo avuto, è vero, qualche discussione e quasi sempre l’argomento del dissenso è stata la violenza e l’uso della violenza rivoluzionaria. Ad esempio, al tempo del processo per vilipendio della Magistratura non siamo stati d’accordo sull’uso della violenza come mezzo di liberazione dall’oppressione. Aveva voluto scrivere nelle lettere ai compagni della Gover che questo sistema andava abbattuto “anche con la violenza”. Obiettavo che dalla violenza non è mai nato un ordine più giusto, dai tempi del Palazzo d’inverno fino al Vietnam. Replicava che chi tortura, chi affama e chi sfrutta altri esseri umani non rinunzia alla sua violenza se non è costretto dalla violenza degli oppressi. Ciascuno rimaneva della sua idea. Ma devo aggiungere che raramente ho conosciuto un uomo più mite e più pacifico di Bruno.

C’è un ultimo aspetto della personalità di Bruno che a me pare importantissimo. La sua vita è stata un succedersi continuo di cambiamenti: dalla fabbrica alla parrocchia, da Quintole alla Gover, dalla Gover ai campi, dall’abbandono della Chiesa al formarsi una famiglia. Per tante volte tutto è cambiato di colpo. Bruno non ha mai battuto ciglio, anche quando ha dovuto lasciare un mondo al quale era straordinariamente legato, la fabbrica e le lotte degli operai. Ricominciava da capo, senza guardarsi indietro e cercando di scrutare il futuro. Era convinto che il cambiamento è ciò che dà senso alla vita: cambiare vita come rinascita, come conversione (…).

Ho voluto ricordare, forse un po’ confusamente, tutte queste cose per ricavarne una conclusione per me essenziale: che cioè Bruno è stato un uomo libero ed ha usato questa sua libertà per rendere liberi altri esseri umani, i tanti in carne e ossa che ha incontrato e che erano oppressi dal bisogno (…). Certo, per lui la libertà non era la libertà d’impresa, né il liberismo economico o altre parodie della libertà di cui si ammanta anche oggi il potere. Era semplicemente: essere liberi dalla paura, dalla tortura, dalla fame, dalla povertà materiale e morale.

Uomo libero e senza padroni, Bruno ci ha insegnato ad essere liberi attraverso un cammino difficile, tutto dalla parte dei deboli, dei disgraziati e degli emarginati. E lo ha percorso fino in fondo rompendo con tutti, con i padroni, con il potere politico, con i sindacati, con la magistratura e, quando è giunto il momento, anche con la Chiesa.

In cambio ha trovato l’affetto dei poveri, dei disperati, degli irregolari, dei carcerati e degli esseri umani di buona volontà.

Beniamino Deidda