Carlo Carlevaris festeggiato per i suoi 90 anni

La ricchezza della memoria (1)


Don Carlo Carlevaris ha compiuto novant’anni e gli amici si sono riuniti attorno a lui per fare festa.
Enrico Pe
yretti racconta l’incontro avvenuto sulle pagine de “Il Foglio” di Torino. Siamo felici di ospitare questo ricordo che fa parte della nostra storia comune.
Da Adista accogliamo poi il ricordo di
Bruno Borghi, il primo PO italiano, entrato in fabbrica negli anni ‘50. Nel decennale della morte la Comunità delle Piagge di Firenze ha ospitato e promosso un evento per ricordarlo.
PRETIOPERAI gli ha dedicato un documentato fascicolo (72-73 del gennaio 2007) dal titolo: “Don Borghi nella germinazione fiorentina” consultabile sul nostro sito
(qui).



Per il compimento dei suoi novant’anni, Carlo Carlevaris è stato festeggiato con affetto grato da un centinaio di amici e compagni della sua vita, il 16 aprile, ospiti della comunità Emmaus, della Cascina Penseglio, ad Albugnano. Maurilio Guasco e Gino Chiesa hanno introdotto, con due brevi riflessioni sulle nuove povertà e su chiesa e classe operaia, una conversazione cordiale, lieta, ricca di ricordi significativi e di gratitudine, tra i presenti. 

Per chi non lo sapesse (perché non si avvicina ancora ai novant’anni), Carlevaris è stato il decano dei pretioperai in Piemonte, in relazione importante con quella esperienza in tutta Italia, promossa a Torino in profondo accordo con Michele Pellegrino, l’arcivescovo.
Dovrà continuare la riflessione su questi preti che si integrarono nella classe operaia non come missionari o cappellani aggiunti da fuori, ma come vitalmente partecipi di quella condizione personale e sociale, per vivervi il vangelo e il suo annuncio esistenziale dall’interno.
Oggi quella classe operaia non c’è più e la condizione dei preti è molto mutata. Scrive Giovanni Avonto: «Sembrerebbe che la parabola dell’esperienza di Carlo sia precipitata: prevale non tanto l’attenzione verso i più deboli, ma quella per il culto del sacro e per una spiritualità individuale. (…) La formazione dei seminaristi e dei giovani preti non è orientata a far uscire la Chiesa dai propri “appartamenti” per “fare comunità” con le periferie povere» (La Voce del Popolo, 17aprile 2016).
Rimane il fatto che l’esperienza dei preti operai ha contribuito con forza, per chi vuol vedere, nella chiesa e nella società, ad affermare la dignità del lavoro umano e di chi più ne porta il peso, lo sfruttamento, l’in-equità, di chi lotta per salvare e liberare la creatività umana e sociale impedita in quanti dal lavoro sono più oppressi che liberati.
L’esperienza dei preti operai ha pure ben contribuito alla evoluzione evangelica del presbitero nella chiesa cattolica, evoluzione già avviata dal Concilio. Il fenomeno dei preti operai ha declericalizzato il prete, non più fissato dentro la casta clericale separata, e ha desacralizzato la sua funzione, portandola dal culto laterale rispetto alla vita, alla quotidiana fraternità e solidarietà umana, nutrita da fede e preghiera, con le condizioni di vita più faticose: il modello è la vita di Gesù, che vive e mostra l’amore divino immerso pienamente nella condizione umana. Quella esperienza ha precorso il mandato di papa Francesco alla chiesa di vivere nelle «periferie umane».
Una volta Carlo Carlevaris disse che, da giovane prete, il «depositum» della fede gli riempiva uno zaino, mentre ora stava tutto, essenziale e vivo, in un taschino della tuta.

Enrico Peyretti