Vita e parola: continuità e discontinuità

Il Vangelo nel tempo / La Parola nelle biografie


 
Ecco una buona occasione per riguardare il cammino di una vita, la mia. Per riconoscere che sotto i diversi momenti di discontinuità (forse meglio parlare di salti, a volte di rotture) in realtà resiste una continuità di fondo, che oggi mi appare con sufficiente chiarezza fondata sulla buona notizia di Gesù.
Buona notizia, vangelo che ho incominciato a maneggiare (con cura? non sempre, direi) a 15 anni circa: ero stato inviato da mio padre al liceo classico, unico figlio maschio in una corte di sorelle (chiaro: al liceo classico poteva andarci solo il figlio maschio); stavo imparando a masticare il greco con una certa curiosità e ogni domenica al ritorno dalla messa (dove la famiglia andava in blocco; e non erano ammesse eccezioni), mentre madre e sorelle si dedicavano ai lavori di casa, a me era concesso il privilegio di starmene in poltrona a rileggermi il vangelo domenicale nel “Novum testamentum graece et latine” del Merk, testo greco con latino a fronte: lì ho incominciato a gustare il Gesù dei Vangeli, che gradualmente è diventato l’oggetto della mia fede.

Potrei dire che per me da allora parlare di Parola ha sempre voluto dire parlare di Gesù (la Parola fatta carne, appunto): al resto delle Scritture ho sempre dato un senso soltanto “filtrandolo” attraverso Lui – e gli studi degli anni successivi in seminario mi hanno confermato che andava bene così (bello anche questo, no? la vita viene abbondantemente prima degli studi).

Il mio percorso dai 15 anni al seminario, però, non è diretto: devono scorrere gli altri quattro anni del liceo più ancora tre di università (ingegneria, poi, cosa c’entra?…); un percorso scandito dall’incontro con tre figure di preti-maestri: un prete amico dei barboni della città (il mio parroco, don Luigi Pessina), un prete-partigiano (sì, un prete che si era schierato dalla parte giusta contro fascismo e nazismo negli anni finali della guerra, a costo di finire in carcere: don Giovanni Barbareschi, incontrato come assistente della Fuci milanese – la federazione degli universitari cattolici); e un prete-operaio: don Sirio Politi, predicatore a noi universitari in una tre giorni di esercizi spirituali; già prima di incontrarlo, ero incappato in un suo libretto prezioso: “Una zolla di terra”. E più importante ancora per me era stato “incappare” un paio d’anni prima nel Charles De Foucauld di “Come loro”, il libro di René Voillaume letto in gruppo durante una serie di incontri di giovani cattolici.
È con il carico prezioso di questi tre incontri che, pretino giovane, arrivo nel 1968 (anno interessante!) nella nuova periferia proletaria di Milano. I ragazzi contro cui sbatto nelle classi della scuola media del quartiere mi dimostrano senza incertezze che a loro – a quell’età e in quei tempi – francamente non interessa granché del Gesù a cui io credo. Non ho bisogno di molto tempo per intuire che la mia scelta di seguire il Cristo dei Vangeli non passa attraverso il parlarne nella scuola ai ragazzi, ma attraverso il condividere la vita dei loro genitori, quasi tutti operai metalmeccanici, molti di loro nella grande Alfa Romeo. C’entra certamente il Charles De Foucauld di cui sopra; ma c’entra anche la discussione sviluppatasi attorno a “France, pays de mission?” dell’abbé Godin; e – perché no? – la lettura per me esaltante di “I santi vanno all’inferno” di Cesbron.
Poi, dal 1976, gli anni della fabbrica: il tentativo di vivere il più laicamente possibile – testimone silenzioso – all’interno delle lotte del proletariato; fino a riconoscere, dopo anni, che al fondo delle mie scelte c’era comunque il vangelo, quel Gesù portatore di una buona notizia per i poveri fino a donare per loro la vita.
È a quel Gesù che da sempre mi rivolgo nella mia preghiera, molto spesso affaticata, distratta, confusa; poi, prete ormai da un quarto di secolo, Martini ci parlerà di intercessione, nella veglia del 29 gennaio 1991, mentre infuria la follia della guerra nei Balcani: parole che non potrò mai dimenticare, nelle quali riconosco la motivazione principale dell’invito di Gesù a pregare sempre.
Poi questi ultimi anni da pensionato e l’esperienza arricchente della celebrazione domenicale nella parrocchia dove risiedo: lì cerco di comunicare con un linguaggio il più semplice e il più vivo possibile (attenzione che ho sempre nutrito dai tempi del seminario) cosa vuol dire per me quella Parola che ascoltiamo insieme e che sempre ha qualcosa di nuovo – e di semplice – da dire; sempre più mi suona vera la preghiera di Gesù: “ti ringrazio, Padre, perché queste cose le hai fatte conoscere ai piccoli, non ai grandi e ai sapienti”…
Cosa c’entra il Concilio Vaticano II con tutto questo? C’entra molto, perchè nei miei anni di seminario (1963-1968) si respirava a pieni polmoni l’aria buona del Concilio e del primo periodo post-conciliare.
Qui però non posso tacere del mio docente di ebraico, Enrico Galbiati: l’ho frequentato solo un’ora alla settimana per due soli anni, ma mi ha lasciato il segno: della sua profonda umanità e semplicità, della sua arguzia, del suo permanente sorriso filtrato dalla sua fitta barba. Era un grande biblista, uno di quelli che nei decenni precedenti aveva pagato care le sue ricerche bibliche avanzate sempre con molta modestia. Oggi mi viene da definirlo un antesignano di quel grande maestro che per me è stato Carlo Maria Martini. A mio parere, e con il senno di poi, direi che personaggi come Enrico Galbiati hanno aperto la strada al Concilio, che ha poi permesso la crescita di studiosi come Martini: umani – credenti – amanti della Parola e perciò maestri nella fede in quel Gesù del Vangelo che io ho incominciato a gustare 6 decenni fa e che non finirò mai di gustare…

Luigi Consonni


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