Ciao Domenico!

Altri due PO sono volati via


PIERO VERZELLETTI e DOMENICO BONIOTTI, due bresciani, hanno chiuso il loro cammino storico. Sono entrati nel mondo di Dio.
Riportiamo alcuni frammenti, piccoli flash, della loro vita.
Con gratitudine per il tratto di strada condiviso, nel quale ci siamo incontrati e conosciuti.


2. Ricordiamo Domenico

Domenico Boniotti

boniotti

 

Nato a Cedegolo 10.11.1937;
ordinato a Brescia 23.06.1962;
vicario cooperatore di Borno (1962-1966);
parroco di Lozio (1966-1975);
vicario cooperatore di Cogno (1975-1977);
prete operaio (1977-1994);
parroco a Toline (1981-1994);
presbitero collaboratore di Sellero (1994-2008).
Deceduto il 25.06.2016 a Sellero


 

COME VIVO LA POVERTÀ

 

Quando sono entrato in fabbrica nel gennaio del 1979 non ero povero ma miserabile. Le ultime trecentomila lire dei miei risparmi le avevo spese per pagare la prima rata anticipata dell’affitto della casa. Dovetti chiedere in prestito al fratello diecimila lire per arrivare a fine mese. Ora non sono più a questi punti né vorrei tornarci. E mi pare anche che la Bibbia dica: “Signore non darmi né miseria né ricchezza ma una dignitosa povertà”. Può darsi anche che la povertà totale di S. Francesco non faccia per me.

Piuttosto mi interrogo tutti i giorni sull’uso dei soldi. Cerco di usarli per la comunità, aiutando chi mi chiede qualcosa, acquistando libri e audiovisivi utili per la catechesi e legna, invece di farmela regalare e dando una mano ai fratelli nella costruzione di una casa.

Povertà per me vuol dire non poter fisicamente e psicologicamente parlare o fare ciò che vorrei perché non riesco a farlo, perché una sedimentazione e una repressione pluridecennale psicologica mi ha fatto somatizzare negativamente la mia libertà, le mie aspirazioni, i miei desideri.

Povertà vuol dire stanchezza e mal di stomaco e necessità del medico ma anche desiderio di non mollare la via intrapresa. Povertà vuol dire tempo limitato per realizzare i miei progetti, vuol dire scarsità numerica di rapporti con le persone e poco approfondimento di questi rapporti, necessità di ricucire continuamente con le poche persone con cui vivo i rapporti che ogni giorno vanno in crisi, si deteriorano per l’età, per la scarsa capacità sociale delle persone stesse.

In fabbrica ora sono alla mercé del padrone che sta vendendo la fabbrica e non so dove mi collocherà per il nuovo lavoro. Vorrebbe estromettermi dalla fabbrica presso un artigiano con altri operai. Ci siamo opposti; mi verrà affidato probabilmente che è come vuole lui (vuole che lavori anche di notte!). Questo frangente ha fatto nascere solidarietà tra noi operai: non accetteremo di farci estromettere, di sottostare a lavori non concordati col sindacato. Siamo passati dal totale silenzio nelle assemblee a prendere posizione, a concordare con le altre due fabbriche sorelle di aiutarci in questo difficile momento.

Povertà vuol dire essere criticato in paese per qualche atteggiamento. Ho risposto indirettamente sul bollettino parrocchiale che non abbandonerò il posto di lavoro anche per un motivo di indipendenza economica, per mantenermi col mio lavoro, per non essere ricattato, spero che il vicario non mi censuri la frase ( il bollettino è interparrocchiale ).

Povertà vuol dire farmi qualche volta da mangiare, accendere la stufa, restare solo, provvedere un po’ alla casa, ma anche avere delle donne in casa a ore che preparano, puliscono e non vogliono essere pagate dovendo però un po’ sottostare ai loro voleri più o meno espressi.

Povertà vuol dire carenza di tempo e voglia di leggere libri di teologia per tenermi aggiornato, non poter dare un contributo richiesto alla televisione locale per difficoltà di tempo e di temperamento. Vuol dire scarsità professionale che mi dà poca forza contrattuale sul lavoro e mi fa essere di poco aiuto ai compagni appunto perché a malapena riesco a provvedere a me stesso.

Ma questa povertà è anche libertà perché posso affermare sul bollettino parrocchiale che sono pronto a lasciare la parrocchia e a riprendere le otto ore in fabbrica qualora vescovo e gente me lo chiedessero. Qualcuno comincia a capirmi, mi vuole bene, mi difende, apprezza il mio coraggio, sono motivo di speranza per chi è in difficoltà psicologiche perché ho provato, faccio maturare delle persone con il mio atteggiamento, le discussioni, il confronto anche vivace.

Povertà e libertà le sento molto unite. Cerco è vero qualche sicurezza ma sento anche in me il coraggio che viene da Dio e non da me.

La predicazione è diventata più povera di contenuti polemici e profetici di una volta ma non meno incisivi e proficui. La gente vuol sentire in me il prete, l’uomo di Dio e che capisce gli uomini ma non ama l’aggressività e la denuncia facile, gratuita e prepotente.

Povertà è poca sopportazione dei miei limiti, nostalgia di rapporti umani più approfonditi ma anche accettazione di un cammino di maturazione umana che richiede tempi lunghi.

Povertà vuol dire affrontare tempi di maturazione affettiva con prospettiva non lontana di superamento che mi fa guadagnare in serenità, in rinnovata voglia di riprendere a sperare, a fare progetti con qualcuno; progetti che per lunghi anni avevo rinunciato a fare per una non corretta lettura del vangelo e per poter avere tempo e modo di ricostruirmi interiormente dato le batoste subite o autoprocuratemi con pericolose ed inutili fughe in avanti.

Vedo che nella povertà germoglia la speranza, la ripresa lenta e faticosa ma progressiva, germoglia la voglia di ricominciare a vivere, a godere delle piccole gioie della vita. In questa ottica anche una moto, una macchina fotografica, un corso di disegno e pittura, hobbies abbandonati anni fa per un malinteso senso della povertà possono ridiventare strumenti di comunicazione (parte della parrocchia è in montagna ), di calore umano, di necessario relax e realizzazione della parte umana, base su cui costruire in seguito opere più qualificate di cultura e di fede.

Domenico Boniotti

 

Incontro presso Comunità del Paradiso / 5 marzo 1983


 

RIVISITARE LA DISLOCAZIONE

A monte della mia andata in fabbrica stanno alcune intuizioni evangeliche pensate e vissute nei primi anni di sacerdozio:

- Il testamento di Gesù (come lo chiamavo), prendete e mangiatene tutti, fate questo in memoria di me. Tentavo di prendere sul serio la Messa, comunione compresa, insistevo, per anni…

- Chi mi ha costituito giudice su di voi (Lc. 12,14)

- Lascia che i morti seppelliscano i loro morti’tu va…

- Guai a voi quando tutti diranno bene di voi; allo stesso modo..

- Chiunque avrà lasciato case o fratelli o moglie o figli…

- Non fatevi chiamare maestri…

- Non sono venuto a portare la pace, ma la divisione (Lc. 12,49)

- Se amate i vostri amici che fate di straordinario?…

Ero convinto e lo dicevo che la cresima andasse data a 18-20 anni Ero fermamente convinto che valesse la pena spendere la vita a fare il prete. Avviai tre ragazzi al seminario. ( 100 anni di purgatorio!)

RIFLESSIONI

 

Forse in parte sbagliavo ma osservando questa mia insistenza sui temi suddetti e notando gli scarsi risultati in termini di consenso e aggregazione si andava formando in me, anno dopo anno, una convinzione : la parrocchia come è strutturata dalle nostro parti non è strumento di una seria evangelizzazione

Ero a Lozio parroco. Dopo vari anni un prete mi dice: “Perché non cambi parrocchia. I cavoli trapiantati crescono meglio. . . Ma io mi andavo convincendo del contrario: avessi cambiato mille parrocchie il risultato non sarebbe cambiato!

RICERCA IN DIREZIONE ALTERNATIVA ALLA PARROCCHIA

 

Abbandonai l’idea di cambiare parrocchia e andai alla ricerca in altra direzione…

- Frequentai un corso di sociologia a Milano. Li scoprii col prof. Melzi un primo abbozzo di scelta di classe: “i poveri hanno sempre dovuto lottare per i loro diritti… mi ricordai di “Senza famiglia” che avevo letto da bambino..;

- Frequentai un corso-mese degli esercizi del Prado: Cristo povero cerca preti poveri per evangelizzare i poveri;

- Frequentai gruppi di maestri. Anche i partiti non sono tutti uguali: alcuni tengono per i poveri alcuni tengono per i “valori”

- Fondai vari gruppi di riflessione evangelica. Troppo lenti, troppo prete-dipendenti, e mi dava fastidio. Durarono un paio d’anni. Cambiai di casa..

UN GRAVE ERRORE

 

- Seguendo l’idea evangelica di dovermi fare piccolo e senza Potere, ritornai a fare il vicario cooperatore di un parroco

che non vi dico. Scontri violenti , fuga, malattia vera e propria.

La mia visione negativa circa la parrocchia si accentuò.

La chiesa è troppo gerarchica, il popolo non crescerà mai. La chiesa ha fatto la scelta di tutto poggiare sulla figura del

parroco. La realtà di Popolo di Dio non entra nella gente perché non è entrata nei preti come nei vescovi.

RICERCA ULTERIORE

 

Era il tempo delle comunità di base in Italia e America latina. Non più guidate dal prete ma anche da laici. o da donne. L’animatore non è più il trasmettitore di dottrina, ma il suscitatore di carismi tra il popolo. Il popolo non più dipendente dal prete ma dalla parola di Dio, responsabile di se stesso, motivato anche nelle scelte politiche dalla parola di Dio. Cercai di far nascere qualcosa del genere tra i giovani . C’era consenso ma non tra i giovani:”Ah quel prete che vuol andare contro la chiesa” mi illuminò su quanto si era capito di quanto facevo; II prendere coscienza era considerato rivolta, leggere la Parola di Dio con la vita era eresia dottrinale. Comunque il dado era ormai tratto. Rifiutai parrocchie e insegnamento della religione. Ma come sbarcare il lunario?

NON MI RESTAVA

 

che cercare un lavoro. Scartai l’idea dell’impiegato o del burocrate, volevo un lavoro manuale come i poveri. Vi sono sempre rimasto fedele: falegnameria, fabbrica di mole, fabbrica tessile, fabbrica metalmeccanica attuale. L’idea mi aveva anche spaventato e l’impatto tremendo, ma ormai le navi erano bruciate, ce la dovevo fare. Però mi illudevo che mi sarei abituato. Non mi sono mai abituato, né ieri né oggi. Rimango dell’idea che la fabbrica sia alienante, ma non lo dà a vedere e gli operai oggi non se ne rendono più conto.

CONVINZIONI DI ALLORA

 

Volevo dedicare le mie ultime risorse ad annunciare il vangelo col silenzio (e la parola) e far sorgere, a Dio piacendo, qualche gruppo di riflessione biblica a partire dalla condizione di oppressione. Non ho mai pensato a chiese più o meno alternative; me ne bastava una e ne avanzava. Teorizzavo l’inserimento attivo nel sindacato, ma questo non avvenne mai.

“Non nominare il nome di Dio invano” era uno slogan ricorrente nelle mie riflessioni ; era nato tempo addietro e continuava. Tacqui per cinque anni.

RIENTRO IN PARROCCHIA

 

II fatto di essere rientrato in parrocchia dopo cinque anni lo considero secondario (e forse un errore che sto pagando a caro prezzo). L’avevo fatto per vincere l’isolamento totale del mondo socio- religiose e familiare.

CONVINZIONI ATTUALI

 

Sono poche ma confuse. Un prete e qualunque persona al mondo non dovrebbe mai essere espropriata dei diritti civili. La parrocchia nella mente dell’operaio è la Religione, l’unica, la ortodossa, fonte di norma e che trasmette se stessa. Non ho mai notato nel mondo del lavoro qualcosa che abbia potuto significare ricerca di fede a partire dalla mia esperienza in fabbrica. (Ma per la verità tale e quale è successo” anche in parrocchia, ma forse perché la parrocchia dà peso ad altro).

L’evangelizzazione da parte di preti e laici mi sembra 1’urgenza di oggi. Non intravvedo luoghi privilegiati; la parrocchia, la fabbrica, la discoteca … sono tutti luoghi adatti per il prete e per qualunque altro. Noto tra la gente di parrocchia la non avvenuta interiorizzazione di alcune, chiamiamole, categorie:

Evangelizzazione” la gente ragiona in termini di sacramenti.

Partecipazione” altra parola peregrina.

“Politica” altra idea sconosciuta ed osteggiata se non come elitaria, unità politica dei cattolici attorno ad un partito; “Classe operaia, poveri, terzo mondo, extracomunitari” sono tutte realtà negate e buone per una saltuaria offerta.

SUL VERSANTE FABBRICA

 

Non ho particolari progetti né volontà di coinvolgermi più di tanto anche per motivi di salute. Le condizioni in certi reparti dove lavoro sono dure, ma tutti sono convinti che devono farcela. Si sopravvive, si cercano scappatoie individuali, cambiare reparto; e a volte cambiare fabbrica. II sindacato (tutti e tre) teorizza, predica, scrive, pretende da tutti la collaborazione con 1’azienda e chi non la pensa così è considerate nemico; in barba al sindacato di parte di Leone XIII e di tutti i papi seguenti. Penso tuttavia necessario continuare lì il mio lavoro come chiamata di Dio, con fede abramitica,deserto, quarantena… Purtroppo non sono come Cesare che teorizza un progetto per ogni situazione. Magari ne fossi capace.

La psicanalisi può avere degli aspetti di utilità.

Anche dalla pratica joga il cristiano come qualunque uomo può ricavare qualche aspetto di grande utilità.

Domenico Boniotti

Toline, 28/5/93


 

QUALE DIO?

 

FEDE RICERCA

 

La mia fede, il mio rapporto con Dio, è sempre stato dialettico. Non Ho mai avuto davanti a me un Dio tranquillo.
Per cominciare, mi è sempre stato difficile vederlo solo nella Messa, nei sacramenti ma non sapevo come altrimenti. I miei modelli erano Abramo che doveva andare oltre verso l’ignoto, Giacobbe che lottava con Dio, Mosè che interpellava Dio “chi sono io perché vada dal faraone?”, Gesù e il Vangelo vissuto e predicato con convinzione. Le parrocchie erano l’unico orizzonte in cui Dio potesse manifestarsi. Ma le vedevo come impermeabilizzate all’attecchimento di qualsiasi germe di fede.

 

LA PAROLA DI DIO

 

Una sera, negli anni 60, partecipai ad una riflessione comunitaria su1 Vangelo tenuta da un missionario reduce dall’Africa. Letto un brano, non fece commenti ma ìnvitò tutti a riflettere, a pregare e a dire, ad esprimere ciò che Dio aveva fatto capire. In quel momento si spezzarono tutti i legacci dentro di me che tenevano legata e chiusa la Parola di Dio, gelosamente custodita dagli addetti ai lavori. Scoprii per la prima volta che lo Spirito poteva parlare a tutti, laici compresi.
Da allora la Parola mi si è rivelata nella sua potenza di germinazione, di cambiamento, di rimprovero, di crisi, di ricerca, dì coraggio, di timore. E Dio lo sentivo in me e nella gente come un torrente in piena che sconvolgeva i progetti, che spingeva me ed altri verso lidi nuovi. Ho visto in me ed in altre persone cambiamenti radicali (dall’indifferenza verso la Parola, a morire cantando inni al Signore).
Pregavo: “Dio prendi la mia vita, conducila dove ti pare, rendimi capace di gestirla, dammi la pace, dammi lo Spirito Santo. Per Cristo mio Signore. Amen. (29 gennaio’78).

 

DIO NELLA VITA

 

In un momento di difficoltà psico-fisica, di ricerca, mi trovai scaraventato in una fabbrica, preso per i capelli come Giona mandato a Ninive. Vi restai più o meno. Ma non ho mai preteso di portare Dio a nessuno. Dio non l’avevo io, ma lo trovavo lì dove ero stato mandato, era lì da tempo, quasi mi aspettasse. Era all’opera in quegli “inferi” in perenne attesa di resurrezione.
Anch’io ero chiamato a dargli una mano, anche se il mio impegno sindacale fu sempre proporzionato alle forze. Era il tempo del deserto nel senso positivo, della fede nuda, della speranza, della certezza che Dio salva e fa cose nuove anche attraverso la mia piccola opera.
Poi grandi novità non vennero, anche per mie incapacità, incostanza, compromessi. Mi trovai progressivamente in difficoltà sia sul piano della ricerca di un progetto che su quello della salute, fino all’attuale momento di Giobbe, di Bonhoeffer, di Isaia, di San Paolo.
Mi domando: “Possibile che debbano capitare proprio tutte a me?”. Che cosa ho fatto, se non desiderato di vivere con la gente, del mio lavoro? È il tempo della sopravvivenza, del silenzio, della croce, del 
Deus meus, Deus meus ut quid dereliquisti me?
Ma so che il Dio di Giobbe è anche il Dio della resurrezione. E sono sicuro che Dio mi darà ancora forza, mi indicherà la strada da percorrere, mi darà compagni di viaggio.
Forse ha fatto cadere i castelli di carta perché io di nuovo mi metta alla ricerca di Lui, il Dio Geloso. Ma è dura. È gratificante fare l’eroe, anche la vittima quando si è forti, ma quando si è deboli non si riesce più a fare niente, neanche la vittima. Non mi rimane che dire, e credere: “quando sono debole è allora che sono forte”.

Domenico Boniotti

Pretioperai n. 34/ marzo 1996