Il lungo cammino della Parola

Il Vangelo nel tempo / la Parola nelle biografie



Il titolo esprime qualcosa che è successivo alla mia presa di coscienza del SE. La vita personale, sia pur in evoluzione, che diventa storia personale e collettiva precede la coscienza in cui si pone necessariamente la Parola come scoperta di relazione che mi precede e che crea lo stesso mio essere. Solo allora posso aver coscienza dell’ ”in principio” come espressione della gratuità e dell’energia insita nell’essere.
E’ la parabola dei miei 74 anni. Nato poco prima della 2° guerra mondiale risento della storia violenta dell’epoca fatta di nazionalismi escludenti, identità esaltate, ideologie totalizzanti. Figlio di una trasmissione della fede Cattolica, di una Chiesa regnante (identificata con il Regno di Dio, come societas perfecta, gerarchicamente costituita) e di un Dio giudicante.
L’unico accostamento alla Bibbia, pericolosa e proibita ai non addetti ai lavori, era del tipo di Storie Sacre edificanti e cogenti che andavo a spulciare nei testi liturgici durante la mia infanzia.
Entrato in Seminario a Verona, la vita era regolata come in una caserma. Regola d’oro rimaneva l’OBBEDIENZA: “essere come un fazzoletto nelle mani altrui, o come un foglio di carta bianco dove un Altro avrebbe scritto le sue volontà” dentro i paradigmi della dogmatica tridentina e del Concilio Vaticano 1° incarnati dalla figura ieratico/sacrale del papa Pio XII.
Ogni anno diventava un dramma il rientro in Seminario. Fuori si respirava un’aria di relativa libertà e di relazione affettiva di cui sentivo fortemente la mancanza. Ma il senso del dovere mi spingeva. Mi sentivo bloccato perché volevo esser fedele alla chiamata, ma non c’erano altre vie di ricerca.
Arrivato in teologia nel 1958 ( “archiviato” il problema affettivo) ho dovuto affrontare un corso di studi fermo ancora al medioevo: la dogmatica sclerotica al centro, la morale ridotta a casistica, il diritto canonico come centro dell’essere Chiesa,e la Sacra Scrittura? Usata solo per la dimostrazione delle tesi dogmaticomorali. Non esisteva la storia della Salvezza e tantomeno l’eco della storia umana; tutto si riassumeva nella devozione al Gesù mio e la salvezza dell’anima. Ero dibattuto tra il condizionamento della tradizione e la pulsione vitale che si ribellava ai condizionamenti, ma non sapevo dove andare.
Alcuni fatti mi hanno scosso ed acuito le contraddizioni. Nell’autunno del 1958 a Verona si tiene un grandioso congresso Eucaristico. E’ Vescovo di Verona Giovanni Urbani che sostituirà Roncalli a Venezia. Sono presenti tutti i Vescovi del Triveneto con il Patriarca Roncalli che fa visita al Seminario intrattenendosi con i chierici. Delusione personale….ci racconta le barzellette…. E poi partecipa alla funzione dove sono presenti più di 200.000 persone….uno spettacolo impressionante da chiesa trionfante. Poco tempo dopo viene eletto papa col nome di Giovanni XXIII. Che lo Spirito Santo abbia preso un granchio?
Il nuovo vescovo Carraro 1° ristruttura i corsi teologici concentrando in Seminario tutte le scuole teologiche della Diocesi. Risultato: un triennio spalmato in tre percorsi ciclici con la partecipazione di circa 200 studenti; giovani dei vari istituti religiosi che provengono da tutta Italia ed anche dall’estero ( le realtà missionarie). Un incontro che porta freschezza e diversità di visioni. Ma la teologia era sempre quella.
Nell’ultimo anno di teologia 1962/63 è saltato il compromesso con l’apparato disciplinare, a fronte di un rettore e vicerettore incapaci di comprendere il disagio della mia classe di studio teologico. Praticamente avevamo instaurato un clima di anarchia, senza punti di riferimento. Venivamo chiamati “ i Baluba” in relazione a quello che stava succedendo nel Congo Belga. E’ saltato (=dimissioni) l’apparato disciplinare, e il Vescovo in persona si è presa la responsabilità diretta dell’accompagnamento al presbiterato con revisione di vita settimanale. La Parola di Dio non risuonava nella nostra vita.
Siamo usciti dal Seminario come preti di una Chiesa, non ministri a servizio del Vangelo nel Popolo di Dio. Il Concilio Vaticano 2° era in pieno svolgimento, ma non scalfiva la nostra ottusità. Come “curato” in un paesino del Bresciano, mi sono buttato nel lavoro con gli adolescenti e i giovani curando la relazione e l’attenzione al loro vissuto. Mi è cresciuta la sensibilità verso situazioni di emarginazione o di bisogno in cui sono stato coinvolto dagli stessi giovani tanto da condividere con loro anche il lavoro nella campagna come solidarietà in situazioni di disagio familiare. Era un impulso vitalistico anche se giustificato da un senso evangelico.
Dopo cinque anni sono stato trasferito a Legnago-Porto, un quartiere popoloso della cittadina della bassa padana. Il mio predecessore aveva avviato con i giovani della parrocchia una ricerca di spiritualità personale e di responsabilità collettiva in un sevizio ai (cosiddetti ) lontani, con la “ Comunità Giovanile”. Sono entrato nelle loro case e ho conosciuto la realtà operaia dei loro padri. Lavoravano quasi tutti alla Riello, la realtà industriale più grande del luogo. E qui è avvenuta, finalmente, la mia conversione: come storia di liberazione personale, cambiamento di mentalità, accoglienza delle istanze conciliari, l’incontro con il Cristo della fede, con la Parola e con una visione di Chiesa come popolo di Dio in cammino. Non ci sono arrivato da solo, ma attraverso il lavoro pastorale svolto con l’altro curato: don Sergio Carrarini. Siamo nel 1969!

 
Il ‘69; classe di preti terribile. Avevano contestato lo studio teologico fermo a prima del concilio tanto da sfiduciarlo. Il Vescovo (sempre Carraro1° ) aveva cambiato tutto lo staff teologico, prendendo professori dai vari Istituti religiosi più aggiornati. Ma la contestazione era andata su altri campi. Dal Seminario di Verona nel gennaio del ‘69 esce il primo documento italiano di denuncia della guerra del Viet-Nam; Un diacono entra nella fabbrica metalmeccanica Biasi e rifiuta di esser ordinato prete se non viene lasciato al lavoro. Un altro, rifiuta di esser ordinato diacono per cadere sotto la chiamata della leva militare e fare obiezione di coscienza. Pagherà questa scelta con anni di carcere militare a Peschiera, ma susciterà il dibattito nella diocesi ed in Italia. Alcuni Istituti religiosi permettono ai loro chierici di fare vita comune assieme al lavoro in fabbrica per qualche tempo. Da questa esperienza uscirà anche il Vescovo Gian Carlo Bregantini presidente attuale della commissione lavoro della CEI. Il don Calabria permette a tre preti di vivere assieme e di lavorare nell’ospedale e nel sociale, creando una comunità di base. Il concilio stava muovendo la palude per far nascere vita e dignità ai credenti.
Il nostro parroco, don Candido, era anziano ma ricco di umanità che esprimeva nell’ascolto, nel discernimento, nell’accoglienza dei poveri e nella profonda conoscenza di tutti i nuclei famigliari. Con lui c’era fiducia, un confronto continuo e una libertà di iniziativa che ci rendeva temerari. Centrale rimaneva come vivere il Vangelo nella situazione della gente. Non si agiva solamente, ma si pensava e leggeva molto. E venne il nodo in cui si è passati dall’essere per il popolo, all’essere con il popolo. Una grave crisi era scoppiata alla Riello che metteva in pericolo parecchie centinaia di posti di lavoro. Era frutto di scelte sbagliate della direzione, ma anche di scelte miopi dell’amministrazione comunale che per favorire la Riello aveva scoraggiato l’insediamento di altre fabbriche sul territorio. Si arrivò allo sciopero generale di tutta la bassa veronese. La parrocchia mise a disposizione degli operai il teatro parrocchiale poiché non c’era ancora la legge 300 sul lavoro e non si poteva fare assemblea in fabbrica. Alle assemblee dei lavoratori sentimmo come il Vangelo risuonava nel loro dramma; sentimmo anche come la nostra vita e predicazione fosse distante dalla loro cultura e situazione di vita. Partecipammo anche allo sciopero noi due curati di Porto ed il curato del Duomo. Ne seguì un dibattito all’interno del clero locale e con i boss democristiani (l’on. Limoni, il dott. Giusti…) accusati di cattiva amministrazione. La polemica si smorzò, ma le conseguenze furono pesanti per noi curati: trasferimento immediato in luoghi protetti. Fui trasferito a Isola della Scala sotto l’abate Ceriani. (siamo nel 1971)
Mi ritirai a casa dai miei genitori portando l’interrogativo se ritirarmi dal presbiterio o continuare ad essere prete. Alcuni della mia classe avevano fatto il salto in quel momento. Mi attanagliava un profondo dubbio e una sfiducia che questa Chiesa potesse comprendere la cultura e la vita della gente per annunciare il Vangelo di liberazione. Mi sono dato il tempo di due anni per cercare strade alternative, pur rimanendo in parrocchia, facendo il minimo servizio pur tante volte contestato; era cambiato il mio modo di vedere la vita della gente e di annunciare il Vangelo.
Stavo terminando un corso di sociologia con l’università di Trento sui meccanismi che costruiscono il potere (una cosa dirompente!) ma poi sui meccanismi della storia economica (molto più equilibrato).
Alcuni preti del ‘69 avevano contestato anche la conduzione dei rientri settimanali per la verifica e l’aggiornamento pastorale. Il Vescovo aveva concesso che ci fosse un gruppo alternativo di ricerca. Mi aggregai a loro. Un teologo molto aperto ci accompagnò nell’analisi del pensiero di Carlo Marx. Nel secondo anno invece, ci siamo cimentati nello studio di una prospettiva evangelica nella vita dei preti e nel loro servizio, in vista anche di una sperimentazione. Il Vescovo in persona ci ha seguiti nell’ultima fase e ha fatto proprio il progetto presentato al Consiglio presbiterale e bocciato all’unanimità. Ma il Vescovo ha giocato la sua persona e la sua responsabilità sulla nuova comunità di vita di 4 preti. Nessun parroco è stato disponibile ad accoglierci. Il Vescovo si impose con il parroco di S. Giovanni Lupatoto, (la Sesto S. Giovanni di Verona) sollevandolo da ogni responsabilità nei nostri riguardi. E ci furono i preti operai anche a Verona. Siamo nel 1973.
 
E la Parola?
Dal 1969 ad oggi la Parola è stata punto fermo di riferimento, gettata come seme nell’inverno delle nostre crisi e nell’entusiasmo della ricerca. Abbiamo assediato e spremuto la Parola per adeguare la nostra relazione di comunità di credenti alla esperienza delle prime comunità presentate negli Atti degli Apostoli : la condivisione di vita, l’aver tutto in comune, l’ospitalità, la povertà come essenzialità, la gioia di vivere…Ma anche il nostro essere preti a servizio del popolo di Dio, la preghiera comune al centro, lo studio biblico settimanale con i laici, il servizio religioso staccato dal denaro e quindi il mantenersi con il lavoro saltuario, la liturgia domenicale partecipata. Sentivamo che la vita era informata dalla Parola …con il rischio di fermare la Parola alla nostra esperienza facendola diventare “norma”.
Devo ringraziare i gruppi della spiritualità pradosiana con Mons Ancel vescovo ausiliare di Lione, don Olivo Bolzon e la Comunità dei P.O. di Spinea (Treviso) che ci hanno aiutato a capire noi stessi in profondità e a scoprire la centralità di Gesù Cristo Verbo di Dio incarnato nell’umanità e nella storia concreta degli uomini d’oggi. Un grande contributo al tema Parola e Vita ci è venuto dagli amici preti “fidei donum “ ritornati dall’America Latina e dai teologi latinoamericani presenti a Verona. Da loro abbiamo appreso anche lo stile della narrazione di una Parola fatta storia personale e di popolo. La Comunità della Madonnina, di cui faccio parte, è radicata su due centralità: l’incontro settimanale con la Parola e la promozione della pace e nonviolenza. Per il resto, ognuno ha le sue militanze e servizi nei vari settori della vita sociale e politica. Nella celebrazione domenicale queste centralità emergono sia nella liturgia sia nello spazio della preghiera dei fedeli, e anche come testimonianza nell’omelia partecipata.
Le persone che si accostano alla Parola sanno guardare con uno sguardo nuovo la loro vita ed anche il loro invecchiare, i figli cresciuti (tanto differenti dei genitori), le situazioni nuove che mettono paura, la presenza di persone “diverse” tra noi, gli immigrati, i senza lavoro….Oggi sentiamo il bisogno di “liberare” la Parola anche dai nostri schemi e sistemi rassicuranti perché il Verbo di Dio ci accompagni nei cambiamenti verso l’ Incontro e perché sia, anche ora,novità e “radicalità” nella storia che ci oltrepasserà.

Luigi Forigo


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