Ciao Piero!

Altri due PO sono volati via


PIERO VERZELLETTI e DOMENICO BONIOTTI, due bresciani, hanno chiuso il loro cammino storico. Sono entrati nel mondo di Dio.
Riportiamo alcuni frammenti, piccoli flash, della loro vita.
Con gratitudine per il tratto di strada condiviso, nel quale ci siamo incontrati e conosciuti.


1. Ricordiamo Piero

 

pieroverzellettiRicordare è tenere in vita”,

con queste parole salutavi chi iniziava il Viaggio.
Ora lo diciamo noi a te.
Uomo, prete, operaio, terapeuta, presidente,
ma soprattutto compagno e amico,
grazie del cammino fatto insieme…

 

Se chiudo gli occhi,
sono qui ma anche altrove.
dove la realtà sollecita lo sguardo e quindi l’azione.
Intanto I’albero,
sempre sospinto dal vento dello spirito di libertà,
appassiona, continua a crescere,
continua a lasciare i suoi segni”.

don Piero Verzelletti


Uscire

.

1972 : anch’io in fabbrica, proveniente dal seminario, attraverso passi di riflessione. Abbastanza digiuno sul piano concreto della conoscenza dei problemi di fabbrica, pur provenendo originariamente da ambiente e ‘cultura’ operaia.

Che cosa ci sta dietro:

Scelta di Cristo come provocazione.

  • Una ricerca quotidiana di genuinità : avere rapporti con le persone che fossero quanto meno reali.
  • Un bisogno quindi di USCIRE :
  • da una condizione di trascendenza teologica (tutto per la salvezza eterna delle anime!)
  • da una pastorale più o meno artificiale di ministero rituale, di magistero ‘privilegiato’, di amministrazione del sacro, di una lettura bella e scontata della Bibbia.

Questo ‘Uscire’ sbattendo la porta, andando in una realtà inferiore, mi ha posto in una condizione di solitudine: un tempo conoscevo i 3 quarti dei preti di Brescia, ora non conosco più nessuno!

Solitudine per incapacità a cogliere i gesti semplici della gente per il bisogno di ricondurre tutto a principi: e lo sforzo per comprendere era un ritornare nello schema di prima.

Situazione di ‘schizofrenia’

Essere dentro alla realtà, assumere la situazione, vivere in modo ‘diverso’ il più possibile coerente con gli altri: esperienza del sindacato – della C.I.G. – del modo nuovo di contatto, mi creano problemi di identificazione.

Identificazione con questo modo di essere che sembra avere problemi e non quelli della sussistenza.

Essere materializzato, privo della dimensione religiosa-preghiera: Dio stesso realtà assente, anzi alienante.

Contemporaneamente : dono di riflessione, di approfondimento della Parola di Dio, dell’eucaristia con gruppi ‘diversi’.

Sforzo di ricerca

Tentativo di unificare, di maturare i rapporti umani nella concretezza della vita della gente, pur nelle fratture e carenze di una vita faticata e senza valori emergenti, in unica storia di salvezza:

  • piccole speranze quotidiane, realizzate nel movimento operaio e grandi speranze che attendono al Regno di Dio che è qua in mezzo a noi;
  • le frustrazioni, le umiliazioni, le lotte quotidiane dei lavoratori e Cristo tradito e beffato dai potenti: teologia della croce;
  • la povertà quella maledetta, sociologica, reale e la povertà evangelica proposta nelle beatitudini;
  • questo ‘mondo’ enorme che schiaccia e la forza profetica della Parola;
  • la squalificazione professionale e sociale del siderurgico e la visione biblica della creazione;
  • il travaglio dell’unità sindacale e l’internazionalismo e la comunione nella chiesa di Cristo;
  • eucaristia e la condivisione;
    sono realtà che convivono, che comunque hanno risonanza nel mio io.

Ipotesi di lavoro: come modo di vita

sia nella vita personale,

sia nella scelta di campo sindacale – emarginazione,

sia nella ricerca per cogliere i bisogni, le contraddizioni, i modelli, il linguaggio.

Continuare il lavoro: impegno sindacale – comunità con . . . – amicizie – rapporti con . . .

Come VALORE di riferimento : Cristo – crocifisso morto risorto – e l’uomo.

Studio della Parola:

personificata prima che diventi teologia – valori evangelici prima che siano leggi e codici – Regno di Dio come storia prima che divenga istituzione chiesa.

Piero Verzelletti

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(dal fascicolo “Credere non sia più strappare l’uomo alla sua storia, ma battersi per la giustizia” 1980)


Una vita per gli altri
Il calabrone

 

Piero Verzelletti: nato a Bornato nel 1932 in una famiglia di operai, entrò in seminario nel 1945, venne ordinato prete nel 1959 e dallo stesso anno ricoprì la carica di vicerettore del seminario per le scuole medie di Brescia e successivamente per le vocazioni adulte.

Dal ‘68 avvertì il desiderio di lavorare in fabbrica, dopo essere entrato in contatto con gli apprendisti della scuola aziendale della Santeustacchio a cui insegnava educazione civica. Con l’approvazione del vescovo iniziò nel 1972 la sua esperienza di vita comunitaria (circa 2 anni) e di lavoro nell’acciaieria di Nave con altri tre chierici (Ezio Bontacchio, Davide Boniotti, Arcangelo Riccardi), che frequentavano corsi di teologia al mattino e lavoravano in officina il pomeriggio.

Questa scelta venne così motivata dai chierici stessi: “La maturazione di questa proposta in noi è avvenuta per motivi religiosi, cioè ricerca di forme concrete di povertà, fede, amore e come risposta alle interpellanze che vengono dai poveri e operai alla Chiesa, che sentono tanto lontana ed estranea al loro mondo”.

Quei chierici dopo tre anni tornarono in seminario, ma non furono mai ordinati preti.

Piero scrive: “è ben diverso incontrare l’uomo in fabbrica e incontrarlo in famiglia: è sempre lo stesso uomo ma le condizioni, i pensieri, il linguaggio, i sentimenti, le vicende che si manifestano sono altri”.

E continua dicendo che “bisogna stare con l’uomo per capire realmente l’uomo, e questo lo sì può fare solo nel suo contesto. Inoltre, il modello di Chiesa da portare è una Chiesa che si incarna nel mondo e condivide il mondo”.

In acciaieria Piero lavorava con un gruppo di muratori e l’orario di lavoro era quello normale, solo raramente faceva i turni. I compagni di lavoro lo guardavano con un po’ di sospetto, lo ritenevano una sorta di “spia del Vaticano” o “cavallo di Troia per i padroni”. Piero scelse di stare in fabbrica come uomo-credente-sacerdote per dare testimonianza diretta del Vangelo, per annunciare una speranza nuova nell’uomo e per l’uomo; e scelse di stare dalla parte dei più deboli, degli ultimi.

Per questo entrò nel sindacato, “per farsi carico dei problemi degli operai, cioè del problema della salute e della sicurezza, e per portare avanti i loro diritti. Celebrò due sole volte la messa in fabbrica: una alla vigilia di Natale in una fabbrica di Cortefranca e l’altra a Pasqua in una fabbrica di Nave.

Nel 1986 la fabbrica chiuse per una crisi di settore, ma già da qualche anno egli aveva cominciato a dedicarsi al problema della tossicodipendenza, precisamente dal 1982, quando nacque la cooperativa Il Calabrone: “Il calabrone è un grosso insetto, il cui corpo è talmente sproporzionato rispetto alle ridotte ali membranose che secondo le leggi dell’aerodinamica non potrebbe volare. Ma lui non lo sa. Nella sua beata incoscienza se ne frega delle leggi fisiche e riesce a volare, magari basso, vincendo la gravità. Forse anche i preti sono dei calabroni: piccoli uomini credenti che hanno sfidato le leggi del perbenismo e della società capitalistica per far volare i diritti dei più deboli. Il loro volo sarà stato basso, radente, ma hanno volato”.

Questa cooperativa, che aveva sede nel Villaggio Prealpino, voleva essere di supporto ai giovani in difficoltà.
Negli anni ‘80 don Piero andò per un mese in Mozambico, paese da pochi mesi liberato dal colonialismo portoghese.

Negli anni Novanta il diploma di psicoterapeuta.

Piero Verzelletti ci ha lasciato il 12 maggio 2016.