Il mio rapporto con la Parola

Il Vangelo nel tempo / la Parola nelle biografie


Dopo 40 anni di ministero ritengo queste nostre riflessioni un’opportunità per ripensare il mio rapporto con la Parola. Non è stato un rapporto scontato e facile, una continua ricerca, perché lungo gli anni è cambiato in me il concetto di Dio, liberato da tutti gli orpelli e da molti concetti acquisiti durante il seminario.
Quando sono diventato prete sulla rivista del seminario avevo scritto un articolo dal titolo: I poveri sono evangelizzati”. Ero collegato alla scelta preferenziale per i poveri. In quesli anni il libro di Paul Gauthier “ La chiesa dei poveri e il concilio” aveva fatto presa su di me e su tanti di noi, come pure l’altro libro uscito in Francia : “Au coeur des masses” tradotto in Italia col titolo : Come loro”. La scelta di lavorare era nata da queste letture ( anche su consiglio di mio padre, quando mi accompagnò nel seminario minore nel 1957, dicendomi. Se vuoi fare il prete giusto lavora manualmente come faccio io). E subito dopo l’ordinazione ero in fabbrica a Milano. Ma quel titolo sottintendeva anche la pretesa che io dovessi portare la parola, investito dell’ordinazione. Scrivevo tutte le mie prediche cui dedicavo molto tempo. Se dovessi rileggerle mi verrebbe da ridere. Mi ricordo che un giovane mi disse dopo la messa: “Continui a dire “Dobbiamo, dovete…”. Era vero, non l’avevo mai notato. Pensavo di avere la verità acquisita durante il seminario, che non nasceva dall’esperienza, dalla vita, ma solo dagli studi sui libri.
Al 25° di ordinazione mi hanno chiesto un altro articolo per la medesima rivista. Il titolo era simile ma partiva da un’altra prospettiva:” I poveri mi hanno evangelizzato”. Stando con loro, ma soprattutto vivendo con loro, gomito a gomito e spesso sotto lo stesso tetto nell’ospitare gli immigrati e i rifugiati, la parola diventa carne, anzi essa si avvicinava sempre più al silenzio, facendomi quasi chiudere la bocca completamente per diventare solo vita, che non ha bisogno di parole. Le mie prime esperienze di predicazione sono state molto problematiche. Non mi andava stare sull’ambone, là in alto. Anche adesso, quando mi capita di celebrare in qualche chiesa in occasione di funerali, stare lassù mi mette a disagio. L’anno che ho passato al mio paese nativo, dopo l’esperienza di Milano è stata conflittuale, con i preti della parrocchia. La periferia di Milano mi aveva cambiato. Durante l’omelia essi si mettevano dietro alle mie spalle, quasi per intimorirmi. Non volevano che parlassi di lavoro, disoccupazione, operai, poveri. Mi denunciarono anche al vescovo. Mi sono trovato a mio agio a Roma nella piccola chiesetta abusiva del quartiere. I primi mesi mi mettevo seduto su una sedia sotto i gradini mentre leggevo il vangelo e quando commentavo avevo le persone vicine alla mia destra e alla mia sinistra. Cominciai dopo la lettura a chiedere loro che cosa ne pensassero di quella parola. Le prime volte ci fu solo silenzio e dopo qualche domenica cominciavano ad esprimersi con piccoli pensieri e a porre alcune domande. Quando ho messo il tavolo ( il mio primo lavoro di falegname ) al centro con le sedie attorno, tutto è cambiato. Mi sono sentito a casa e lì la parola diventava carne, dove ognuno poteva fare le sue riflessioni. Nel 1987 a Malagrotta, Roma Nord, ho aggiunto un altro cambiamento: nella prima parte della celebrazione mi mettevo seduto accanto agli altri, senza paramenti e solo all’offertorio mi vestivo. Di fronte alla parola eravamo tutti fedeli, uditori. Il metodo che ho seguito è lo stesso del mio lavoro di questi ultimi 20 anni, quello dell’intarsio, dove vari pezzi di legno, di colori diversi, collaborano a formare lo stesso disegno. In questo modo c’è un’armonia, più voci di fronte allo stesso progetto e spesso escono delle sorprese che mi fanno meravigliare e dire: non ci avevo mai pensato. Ed è anche commovente sentire persone con storie diverse interrogarsi di fronte alla parola e vedere la loro meraviglia e come essa, coniugata con le loro storie e il loro quotidiano può suscitare speranza.
Che cos’è veramente la Parola per me, che posto occupa? Sinceramente dopo tanti anni non mi ha stancato, mi riserva sempre delle sorprese ogni volta che le dedico tempo con nuovi risvolti e spinte. E’ veramente una miniera. Leggo anche molti libri sulle varie interpretazioni, e vedo che in questi ultimi anni escono molti libri anche alternativi, che stanno ampliando le mie conoscenze. Ma questo non è sufficiente. Gregorio Magno diceva che la Scrittura cresce con chi la legge, e ne sono convinto. Essa continua anche in questo nostro tempo perché Dio si rivela anche oggi e la Scrittura non si è conclusa. Gesù ci ha dato il modo di guardare la storia, le persone e l’umanità, anzi il modo di accorgersi dello Spirito che parla e ci rivela il pensiero di Dio.
Le parole che il Vangelo usa spesso in bocca a Gesù sono: Ascoltate…guardate… mentre passava vide…vedendo la folla ne ebbe compassione. Sono tutte espressioni usate da Marco.
Questa Parola si rivela nell’essere attenti. Un detto arabo afferma: “Se incontri per strada uno sconosciuto non aver paura, potrebbe essere un angelo”. L’angelo è il messaggero, è il messaggio che mi si rivela. Lo sconosciuto è il compagno di viaggio che nell’ascolto mi rivela la Parola. “Non ci ardeva forse il cuore mentre lui ci spiegava le scritture?”
Potremmo dire allora che il luogo della comprensione delle scritture non è il tempio, ma la strada vista in senso metaforico, le case , il lavoro. Il tutto nella cornice dell’ascolto. Ascoltando gli altri riusciamo a comprendere la parola. E essa quando nasce dalla vita, dall’esperienza diventa sempre più silente.
In questi ultimi anni, all’eremo, dedico molto tempo all’ascolto delle persone. Quando si è a contatto con loro per giornate intere, gomito a gomito, si riesce a entrare nell’animo, soprattutto di quelle devastate dalle loro storie, dalla vita, dalla precarietà. Si ascoltano gli interrogativi, i pianti e spesso si raccolgono le lacrime. Si capiscono le devastazioni interiori anche dagli atteggiamenti dalle espressioni del volto, dagli occhi, da come mangiano, da come camminano e da come sistemano i piatti e le posate dopo il pranzo e la cena. E’ come ascoltare il grido. In queste situazioni non si ha tanta voglia di parlare, di spiegare e le parole diventano sempre più rare, mentre diventano importanti i segni, i gesti, gli atteggiamenti. L’incontro con l’altro trasforma anche me e la Parola allora quando viene pronunciata nasce dal cuore, riveste il tono della commozione, della compassione, mi fa trovare dentro la situazione e quasi a diventare un tutt’uno. Se si è abituati a stare in luoghi protetti, senza esporsi, i gesti diventano formali, ma sulla strada non avviene così. La Parola per incidere ha da essere accompagnata da gesti autentici, altrimenti “ le parole dicono ma non fanno”.
Quando Gesù invia i suoi discepoli dice loro. “ Quando vi mettete in viaggio non portate nulla, né bastone, né borsa, né pane, né denaro e non portate un vestito di ricambio”.
Solo Luca parla di non portare il bastone, è lo stesso che ci parla del Gesù che si china, che piange e si commuove. Andare col bastone significava avere delle sicurezze, essere premuniti, per difendersi dagli altri, chiusi nei programmi stampati, diremmo oggi. Essere disarmati, miti,come dice il discorso della montagna, ci fa camminare con le mani aperte, non chiuse, per accogliere la Parola scritta ma soprattutto la Parola diventata carne vivente attraverso i volti e non attraverso i discorsi pontificati dall’alto, dove la difesa della legge, dei problemi teologici e della tradizione con i diversi “ distinguo, i ma e i diversi puntini, diventano più importanti della compassione, causando solo che esclusione.

Vorrei concludere ricordando Davide Turoldo nel 20° anniversario della morte:
 

IL TEMPIO CHE AMI

Ma ora il tempio che ami è l’uomo,
la tua dimora che è senza confini:
per questo quanto tu oggi ci insegni
è sempre vero, più vero di sempre.

Non v’è assemblea che tu benedica
ove qualcuno escluda qualcuno,
e se non apre le braccia sul mondo
come le braccia di Cristo sul monte.

Non per te, o Padre, è questa preghiera;
tu già fai sorgere ovunque il tuo sole;
per noi preghiamo in tutte le fedi,
impauriti da un Dio troppo grande.

Né mai nessuno cerchi proseliti
attraversando paesi e oceani
per convertire qualcuno alla fede
senza che prima converta se stesso.

Che almeno quando tu preghi senta
nessuno escluso o straniero o perduto,
ma il cuore batta sul ritmo del mondo,
e meno ancora esista un nemico.

 

BALLATA DEL PELLEGRINO

Andiamo di primo mattino
Usciamo dalla notte
Lavate le mani e il cuore
E sul volto riflessa la gloria
Della sua Shekinah!

Andiamo senza turbare
la luce che sorge e il canto
degli uccelli lungo la via.

Andiamo col passo del pellegrino,
nel sacco appena un tozzo di pane
che inzupperemo all’acqua di fonte
sull’altopiano:la necessaria
eucarestia di Natura
avanti di assiderci a sera
per l’ultima Cena.

E come usavano gli antichi oranti
dal “Tetto del mondo”, ognuno
appenda al proprio bastone
il velo della sua sospirata preghiera
e il vento la porti
nella direzione che vuole.

Andiamo leggeri,
prodigiosamente leggeri
per non offendere la terra,
e nulla àlteri il ritmo
del misurato respiro.

E con l’alito appena
a bolle di luce diciamo
“Gesù , figlio di Dio,
abbi pietà di noi”
perché tutta la terra
sia irrorata dalla sua infinita pietà.

Tutte le ferite fasciate
sozzure e immondizie
bruciate nella Gehenna,
colmate tutte le solitudini

O anche senza a nulla pensare,
lasciare libero Iddio
che usi grazia
come a lui piace:
poiché noi non sappiamo,
non sappiamo!

E’ già grazia
essere amati, e più ancora
lasciarsi amare; e scendere
al centro del cuore
e portare la veste nuziale
e ritornare all’innocenza primeva,
tornare ad essere in pace.

Ricondurre la mente
al centro del cuore dove
finalmente celebrare l’incontro;
poiché là Egli innalza
la sua preferita dimora
la tenda dei suoi ozi,
per i giochi d’amore.

E fare del corpo
Il castello
delle nozze! Amen.

Mario Signorelli


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