Ascoltatori della Parola

Il Vangelo nel tempo / la Parola nelle biografie


 
Ho avuto la fortuna di insegnanti di esegesi in seminario che mi hanno aperto alla “passione” per la lettura della Sacra Scrittura. Passione che gradualmente è diventata “ascolto”, ascolto che richiede accoglienza di quanto l’Altro mi comunica.
La scelta del lavoro in fabbrica ha comportato, in buona misura, il superamento del “mestiere” dell’annunciare e commentare la Parola, elemento significativo del ministero in una comunità, spesso segnato dalla distanza di un parlare “sopra” la vita quotidiana delle persone, dei cosiddetti “fedeli”.
La spogliazione del ruolo, la condivisione, non sempre serena, della condizione del comune vivere di tutti, molti dei quali anche fedeli, mi ha portato a un “ascolto” diverso della Parola, personale ma anche impregnato di storia collettiva di chi mi stava accanto.
ASCOLTO: ma come si può ascoltare una parola che non è visibile come il suono della voce di chi mi sta di fronte?
Nel 1° libro dei Re 19,13. Elia ascolta il Signore. Ma come?: “Ed ecco che il Signore passò…e dopo ci fu il suono di un sottile silenzio”. Come è possibile? E’ assurdo accostare ”suono” e “silenzio”. Forse significa che per ascoltare il Signore occorre una attenzione allo stato puro, uno svuotamento che apre all’accoglienza (Michel Masson, Elia, l’appello al silenzio, EDB 1993).
Ascolto e accoglienza mi aprono a un diverso guardare la quotidianità, il mio vivere con gli altri. La Bibbia infatti è una STORIA.
Storia vissuta, letta, compresa, raccontata alla luce di un OLTRE, di una presenza e parola ALTRA che apre a un senso della vicenda umana verso la “pienezza”. “Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”.
Di conseguenza anche la celebrazione dell’Eucarestia domenicale era (e lo è ancora) sostanziata dalle gioie e speranze, le fatiche e le lotte di ogni giorno: le pagine della Scrittura che aprono la celebrazione portano a leggere i “segni del tempo” che ci è stato assegnato.
Leggere, ascoltare, annunciare la Parola nel Salvador fu un dono grande perché si era dentro una lotta di popolo per la sua liberazione e che attualizzava l’Esodo verso una Terra Promessa, sempre promessa, mai dominata, perché desse pane e giustizia per tutti.
Vivevamo in una zona chiamata, con un po’ di enfasi “Chalatenango tierra prometida”. Da stranieri sentivamo un grande senso di precarietà, di provvisorietà dentro una storia più grande di noi. E allora era necessario l’ascolto costante della Parola, e ci sorprendeva spesso la sensazione che quella parola fosse stata appena scritta, per quella situazione, per quel popolo “crocifisso”, come lo chiamava mons. Romero, che aspettava la sua risurrezione.
Non ho molto altro da dire.
Le fasi del mio percorso personale, mai separato dalla storia quotidiana condivisa con gli altri come Volto dell’Altro, mi portano ad ascoltare la Parola dell’Altro non come esterna, estranea, ma che chiede di essere accolta, ascoltata.
E’ l’esperienza dell’Altro che ti chiede di incontrarlo.
C’è una “irruzione” della Parola (dall’alto) o piuttosto è accogliere la Parola/Silenzio dell’altro che ti aspre glio occhi a vedere “oltre” rispettando l’ALTERITA’ di CHI mi PARLA?
 

Bruno Ambrosini


 
 

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