Chiesa italiana a Firenze / Riflessioni di un PO

Cambia la figura della Chiesa? (3)


Offriamo le meditazioni che Giampiero ha offerto alla Diocesi di Vittorio Veneto in preparazione al Convegno ecclesiale della Chiesa italiana del 2015. Sono state pubblicate sul settimanale diocesano di Vittorio Veneto dal 20 settembre all’8 novembre dello scorso anno.

Ce le ha inviate “come segno di un dialogo a distanza ma che è continua vicinanza e partecipazione, segno di una ricerca di ABITARE LA TERRA vivendo in essa la FEDELTA’ ALLA STORIA


IN GESÙ CRISTO UN NUOVO UMANESIMO

 

Meritano di essere rilette, ripensate, incarnate nel nostro quotidiano:

1. Uscire

2. Annunciare

3. Abitare

4. Educare

5. Trasfigurare

Sono i cinque verbi su cui l’Azione Cattolica diocesana ci invita a sostare, accompagnati da Gianpietro Zago un presbitero della nostra diocesi molto attento alla Parola da tradurre nella realtà.

USCIRE

“Mio padre era un arameo errante” (Det 26,5): questa consapevolezza di essere in viaggio, di essere nomadi caratterizza la fede in Israele. È una eco del comando di Dio ad Abram: Esci dalla tua terra …” (Gen 12). La fede inizia con questa obbedienza itinerante, è un antidoto al vivere paralleli, all’essere città nella città; oltre la dimensione fisica dell’uscire c’è l’indicazione di abbandonare sicurezze, riti, tradizioni, castelli … per vivere la regola del farsi uomo, del farsi prossimo per le strade della vita, dentro le periferie della storia. “Abramo andò senza sapere dove andare” (Eb 11,8) fidandosi della Parola “verso una terra che io ti indicherò”. Anche Mosè si sente dire: “Va’ e fa’ uscire il mio popolo” perché Dio non tollera né faraoni né schiavi. Mosè farà uscire Israele dalla schiavitù guidandolo verso il monte dell’alleanza con Dio. È un uscire verso una relazione più intensa con il Signore della vita, con se stesso, con gli altri.

Per l’evangelista Giovanni la vita di Gesù è racchiusa dentro “uscito da Dio a Dio tornava” (Gv 13); per l’antico inno (Fil 12, 6-11) questo uscire è segnato da “svuotò se stesso facendosi servo” e “umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte di croce”. L’uscire di Gesù è un andare per le strade dopo essere rimasto per trenta anni a Nazaret! L’incontro è vero quando è preparato, si fa reale vicinanza alle condizioni di vita della gente. Come il samaritano … come il pellegrino di Emmaus … Uscire può significare anche conoscere incidenti di percorso (il vescovo di Roma Francesco parla di “Chiesa incidentata”); nell’ “Avventura di un povero cristiano” Silone parla di “andare allo sbaraglio”. In ogni caso uscire è il contrario di attardarsi nella gestione di cose religiose, è un muoversi per vivere e recare un annuncio in obbedienza all'”Andate in tutto il mondo …” (Mc 16; Mt 28). Uscire oggi con nel cuore la beatitudine della pace e la consapevolezza che “cercare prima il Regno di Dio e la sua giustizia” (Mt 6,33) significa essere “affamati e assetati di giustizia” umana e per questo si può conoscere la persecuzione.

Ma non si può non uscire perché la sovrabbondanza di un dono ricevuto esige di essere comunicata. Con umiltà e franchezza.

ANNUNCIARE

Si esce da … per andare a recare un annuncio ricevuto. Non puoi tenere per te ciò che è stato donato: trasmetti la bellezza dell’Evangelo. Ci accompagna l’icona di Maria che riceve l’annuncio del diventare Madre di Dio e delle donne inviate il mattino di Pasqua a recare l’annuncio agli undici.

Annunciare chi? Annunciare come? Annunciare perché?

Fin dagli inizi del suo annunciare il Regno, Gesù si circonda del gruppo dei Dodici: “Li chiamò perché stessero con Lui e per mandarli a predicare” (Mc 3,-15). Prima dell’annuncio viene lo stare con il Maestro, il sedere ed ascoltare la sua Parola (Lc 10,39). Si può annunciare solo ciò che si è ascoltato ed accolto.

“Ascolterò cosa dice il Signore …” (Salmo 84/85): non mi è chiesto di dire cose mie, mie idee/dottrine/programmi ma di educarmi ed educare al “Ascolta, Israele …” (Deu 7 6,4) e all’ Ascoltare Lui” (Mc 9,7).

La Bibbia è narrazione di ciò che Dio il Signore ha detto di sé … fino a Gesù, definitiva manifestazione di chi è Dio per la vita umana. Si tratta di ascoltare la Parola con assiduità per annunciarla con fedeltà!

Annunciare tutto Gesù a partire dai trent’anni di Nazaret senza vergognarci del suo essere “falegname” (Mc 6,3); annunciare Lui iniziatore del Regno reso visibile dai gesti a favore dell’uomo/donna menomati nel corpo e nello spirito; annunciare il Gesù della croce, il Risorto da morte ed effusore dello Spirito della misericordia e del perdono. Annunciare “tutto quello che Gesù fece ed insegnò” (At 1,1) Francesco d’Assisi ripeteva ai suoi frati: “Se servono anche le parole … ma prima la vita”. Ogni battezzato è un inviato ad annunciare là dove ogni giorno vive la buona notizia della compagnia di Dio.

“Non con sapienza di dottrina” (I Cor 1, 17-31) ma coltivando la relazione con il Signore che manda, preoccupandosi della gratuità dell’annuncio, della libertà interiore ed esteriore: “Né pane, né sacca, né denaro” (Mc 6,8); annunciare ma non appesantiti da zaini di cultura e di organizzazione, restare servi del Regno e della sua giustizia, non gestori di cose religione …

“Dite pace” (Mt 10) perché l’inviato esperimenta che “Gesù Cristo è la nostra pace” (Ef 2, 14), Lui che ha abbattuto ogni muro di divisione. Pace come ponte, come relazione tra persone e popoli, come accoglienza, come superamento del filo spinato … È un annuncio i cui destinatari sono i poveri (Lc 4 – Is 61): dare nomi e volti ai poveri di oggi, saperli riconoscere nelle loro periferie esistenziali (i senza lavoro, senza casa, senza diritti, i profughi, gli immigrati, i pensionati al minimo, i malati …): la verifica della autenticità dell’annuncio è se ai poveri giunge la buona notizia che è Gesù, attraverso gesti di promozione/liberazione dalla loro condizione. Stando nella loro compagnia si esperimenta la forza della beatitudine evangelica: “Beati i poveri”, i non auto sufficienti, i non facenti riferimento a se stessi, gli invocanti aiuto … sono questi gli amici di Dio ed essi mi educano a rimanere sempre un novizio alla scuola del Regno. Annunciare l’Evangelo è … imparare ad ascoltarli!

ABITARE

Uscire da sicurezze … andare leggeri per le strade e annunciare nelle periferie il Regno di Dio è la maniera evangelica di abitare la terra stando nella compagnia di tutti. Riscopro la vocazione originaria di ogni uomo/donna: “Dio pose l’Adam nel giardino di Eden perché lo coltivasse e lo custodisse” (Gen 2, 15). La terra infatti è di Dio (Salmo 24, 1: Del Signore è la terra e quanto contiene, l’universo e i suoi abitanti) e viene data ad ogni uomo/donna perché sia l’ambiente vitale, fonte di nutrimento, scuola di relazioni, casa comune.

Giovanni narra l’incarnazione del Figlio di Dio dicendo: “La Parola si fece carne e venne ad abitare (pose la sua tenda) in mezzo a noi” (Gv 1,14). Il divino si è fatto terra per condividere questa terra e dal di dentro immettere l’energia (lo Spirito) che congiunge la terra al cielo. Il salmo 37 ripropone la nostra fondamentale vocazione: “Abita la terra e nutriti di fedeltà (vivi con fede)”. Con il Convegno della nostra Chiesa diocesana è stato posto come indirizzo di vita personale e comunitario l’impegno a vivere e a testimoniare l’abitare la terra “con sobrietà, giustizia e pietas (=compassione), misericordia” (Tit 2, 11), amando questa terra e con gli occhi rivolti al cielo. Perché la nostra patria è nei cieli e ogni patria terrena e straniera.

Non sono schizofrenico ma abitante di questa terra chiamato ad essere “cittadino degno dell’Evangelo” (Fil 1, 27). Come? È importante saper “abitare secum”, stare con se stessi, andare in profondità, curare il silenzio e la calma, amare la meditazione e la riflessione, essere se stessi alla presenza di Dio e abitare la città di tutti.

Non c’è vita (dignitosa) senza terra: penso al dramma dei “sem terra”, dei profughi, degli immigrati … Senza terra c’è spappolamento di identità , non si dà realtà di popolo. Ognuno vive dentro un territorio e ne custodisce la memoria storica senza chiusure e particolarismi: si tratta di essere consapevoli che “ogni zolla di terra è tutta la terra”. Abitanti la stessa terra abbiamo la stessa radice umana e questo porta a superare ogni indifferenza, a far crescere il senso di responsabilità verso l’altro/a/i. L’altro mi è affidato e io sono affidato a lui perché ognuno possa sviluppare pienamente la sua dignità umana a favore di tutti.

Abitare la stessa e unica terra è amare/cercare/volere il bene di tutti, è avere a cuore la vita stessa della terra come l’enciclica “Laudato si” propone alla coscienza sveglia dell’umanità, è superare ogni forma di “fatti gli affari tuoi” per educarmi al “a me sta a cuore”. Abitare la terra è prendere il proprio posto nella famiglia, nella società, nella vita politica ed economica, non far mancare la propria voce rispettando quella degli altri. Nelle beatitudini Gesù annuncia che “i miti avranno in eredità la terra”. Il mite non è un arreso o un arrendevole, uno che fugge davanti ai problemi e tensioni. Al contrario è chi sta dentro e attraversa la vita con lo stile proprio di Gesù, “mite e umile di cuore”. Mite è chi dice ciò che ha nel cuore e chiede sempre al Signore Dio un “cuore ascoltante”, che parla con franchezza e ascolta con umiltà. È chi ha cuore e per questo ha cura della vita/altri/territorio; è chi sa anche scomparire come il sale e il lievito … c’è ma non si impone, in attesa dell’abitare cieli nuovi e terra nuova.

EDUCARE

Nel nostro andare verso Firenze ci impegnamo ad essere Chiesa in uscita (Uscire) … popolo di battezzati in Gesù che recano la buona notizia (Annunciare) … a coloro con i quali si condivide lo stesso territorio/città, gioie e speranze del quotidiano (Abitare). Così facendo ci si educa e si educa: il vero metodo rimane educare educandosi, coinvolgendosi nella trasmissione del senso/stile/impostazione del vivere. Penso all’educare come un in+segnare dove l’accento è posto non tanto e non solo sui contenuti ma sugli atteggiamenti da coltivare per essere cittadini di questo mondo con gli occhi verso i monti. Educare è un in+dicare una via, un in-trodurre a un percorso di vita, un in+iziare/avviare a scoprire la propria vocazione per essere fedeli ad essa. “Il Padre farà conoscere ai figli la fedeltà del tuo amore, Signore”, prega il profeta Isaia: chi ha esperienza di vita può mostrare che è possibile vivere secondo dei modelli di riferimento.

C’è un obiettivo nell’educare: far scoprire e far emergere la bellezza e la responsabilità dell’essere uomo/donna, chiamati a crescere fino alla statura di Cristo. Tertulliano ci ricorda che “cristiani non si nasce, si diventa” con una sequela dell’Evangelo dentro la vita di tutti i giorni. E anche la sapienza laica riconosce che “chi ama educa”. Evidenzio solo alcuni atteggiamenti/valori da favorire/educare per poter stare nella compagnia di tutti come sale e lievito. Un terreno che può unificare ogni sforzo educativo è educare al rispetto: la parola indica la capacità di guardare l’altro/a/i, di stare davanti ai volti che nella loro diversità sono sempre un assoluto, un’icona di Dio. Ogni volto è già voce che interpella, invoca accoglienza: davanti a lui è possibile l’ascolto o il rifiuto, l’incontro o lo scontro, la fiducia o la sfiducia. Educare al rispetto implica educare a relazioni autentiche, non funzionali. Oggi a tutti i livelli prevale la funzionalità: “mi servi per … vali per le tue prestazioni …” Occorre tornare al primato e valore della persona per se stessa, al mi ritraggo perché tu possa esistere con la tua unicità; è così che il rispetto diventa accoglienza, ospitalità, condivisione.

Educare a relazioni ricche di umanità, di calore e simpatia; questo stile può portare al parlare con schiettezza e all’ascoltare con umiltà cioè all’essere autentici che non è arroganza o presunzione di essere i migliori. Educare al rispetto del proprio corpo e del corpo dell’altro/a, rispetto del creato e dell’ambiente che ci circonda … rispetto che esige anche la capacità di fermarsi: non tutto ciò che tecnicamente fattibile è moralmente lecito. Rispetto che diventa riconoscimento dei limiti.

Vedo nell’espressione del profeta Michea (n. 6, 8) preziosi percorsi educativi: “Uomo, ti è stato insegnato ciò che è giusto e ciò che attende da te il Signore: praticare la giustizia, essere uomo/donna di misericordia, camminare umilmente con il tuo Dio”.

Del “praticare la giustizia” sottolineo solo il sentire le ferite dell’inequità, le bruciature delle sperequazioni non solo economiche. Per Bonhoeffer l’esperienza cristiana sarà sempre segnata dal “Pregare e fare ciò che è giusto tra gli uomini” sapendo che “cercare il Regno di Dio e la sua giustizia” porta con sé la persecuzione e il “beati i perseguitati per la giustizia”.

Del vivere di pietas=misericordia sottolineo l’importanza del formare un cuore tenero, ricco di compassione, capace di far proprie le sofferenze degli altri e di offrire per-dono. L’immagine del camminare umilmente con Dio mi porta a dire che educare è accompagnare/fare strada insieme nella conoscenza amorosa di chi è Dio/Gesù (penso ad Andrea che accompagna il fratello Pietro da Gesù …).

Educare come un risvegliare la nostalgia di Dio che si rende presente nella Parola, nel Pane, nel Povero.

L’icona è quella della Santa Famiglia di Nazareth (siamo nelle settimane del Sinodo): la famiglia scuola permanente di formazione al senso della vita, al vivere da cristiani. Non la famiglia da sola, ma essa rimane cellula fondamentale dell’abitare la terra; famiglia bisognosa di formarsi sempre alle fonti della Parola, della preghiera, della fedeltà all’Eucaristia domenicale che portano alla fraternità.

TRASFIGURARE

Ormai a Firenze sta per iniziare il 5° Convegno della Chiesa in Italia: “In Gesù Cristo il nuovo umanesimo”.

Ci è stato suggerito di compiere un percorso da compiere come singolo battezzato e come comunità di battezzati in Gesù. I verbi uscire, annunciare, abitare, educare, trasfigurare -indicano urgenze e priorità: sono come delle direzioni di marcia da vivere dentro il territorio, stando nella compagnia di tutti, preoccupati di rendere testimonianza del primato di Dio, risvegliandone la nostalgia. Un percorso che va dall’essere popolo che non vive per se stesso … al farsi carico di trasfigurare=dare forma nuova all’esistente, dare un contributo perché i volti sfigurati acquistino figura, dignità e bellezza. Percorrere questa strada suppone di saper vedere l’oggi, le potenzialità di bene presenti ma anche le ferite. Delle ferite sottolineo:

a) a livello personale si avverte uno spappolamento della propria identità che diventa esperienza di insicurezza, instabilità, incertezza, fragilità, paura. Molte volte si riduce il senso della vita a “mordi e fuggi”, “carpe diem”, “fatti gli affari tuoi”, “cerca la fortuna” … Trasfigurare può significare creare le condizioni perché si torni a pensare con la propria testa, al sapersi fermare e sostare davanti ai grandi temi/provocazioni della vita per mettere a fuoco ciò che conta, ciò che viene prima, ciò che è in grado di dare robustezza: non vivere consumati dalle emergenze ma crescendo in sapienza;

b) a livello familiare: c’è una giusta attesa per le indicazioni/proposte del Sinodo sulla famiglia non tanto come gestione di qualche situazione (comunque sempre importante per il rispetto della dignità di ogni persona) ma come approfondimento della buona notizia che è Gesù. Un invito forte rivolto ad ogni credente al tornare all’in principio come pro+getto, pro+messa, pro+iezione … Trasfigurare può significare indicare con la vita la bellezza di “una storia per sempre”, di una alleanza stabile nel quotidiano;

c) a livello ecclesiale sento e vivo la tentazione di essere comunità cristiana preoccupata di gestire cose religiose, quasi a sopravvivere a se stessa cercando qualche visibilità o consenso … accanto a tanti aspetti positivi, belli di servizio e gratuità. Trasfigurare può significare rimettersi in gioco, non avere

paura di cambiare modalità di annuncio, di celebrazione, di relazione andando sempre all’essenziale, al cuore della fede come rinnovato incontro con la Parola di Dio e lo stile di vita di Gesù;

d) a livello sociale la crisi ha aumentato ripiegamenti e chiusure, ha indotto comportamenti di indifferenza / rassegnazione / passività, ha favorito diffidenza e sospetto, ripiegando nel privato

Trasfigurare può significare aiutare a riscoprire sobrietà e solidarietà dando un volto nuovo al vivere insieme, al camminare insieme, al progettare insieme.

L’icona che ho davanti è la trasfigurazione di Gesù: il suo cambio di aspetto, il suo diventare luminoso nel volto e nel vestito, anticipo di resurrezione. Tenendo fisso lo sguardo su di Lui penso ai molti volti sfigurati che hanno perso i lineamenti di bellezza legati all’essere immagine e somiglianza di Dio; occorre saper dare nomi a questi volti sfigurati. Solo partendo da questi “non volti” è possibile operare, è doveroso operare per una loro trasfigurazione in attesa di una città dai “cieli nuovi e terra nuova”, una città che rimane dono di Dio affidata anche alla nostra responsabilità. La responsabilità di pensare, pregare, poetare, prendere il proprio posto nella compagnia di tutti, tenendo viva la prospettiva e l’orizzonte verso cui tutta la storia è incamminata: “Nulla va perduto nella nostra vita, nessun frammento di bellezza e di bontà, nessuna lacrima e nessun amore” (un monaco).

Tutto è custodito nell’abbraccio del Padre di tutti.

Gianpietro Zago